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Il gran finale:sesto e settimo giorno

Quali sono stati i film scelti per concludere il lungo percorso nella cinematografia a tematica ebraica del dodicesimo Festival del Cinema Ebraico di Varsavia?
Sabato 8 novembre e domenica 9 hanno concluso l’evento con film che affrontavano una varietà di temi, che,  come le tessere di un caleidoscopio,  finivano per intersecarsi gli uni con gli altri, formando quadri diversi a seconda da quale prospettiva li si osservi.
Il Polin sabato sera ha ospitato due film che si collocavano su due filoni esattamente opposti:  il documentario “Watchers of The Sky”, dedicato alla figura di Raphael Lemkin,  l’avvocato ebreo di origine polacca che coniò il termine “genocidio” e lottò per tutta la vita per riuscire ad ottenere un riconoscimento internazionale di questo tipo di reato; e la commedia ” Closer to The Moon”, ambientata nella Romania comunista, e che racconta la storia vera della gang di Rosenthal, un gruppo di ex partigiani ebrei che decide di compiere una rapina in banca all’unico scopo di lanciare una sfida al sistema e sentirsi nuovamente vivi.

Dopo aver perso tutta la sua famiglia nell’Olocausto,  Raphael Lemkin,  rifugiato in America, iniziò ad elaborare una vera e propria strategia legislativa per condannare i responsabili di questi orrori e allo stesso tempo cercare di svolgere un’azione protettiva nei confronti delle vittime future di simili follie: al centro del pensiero di Lemkin c’è infatti l’idea che l’uccisione programmata di particolari gruppi etnici e/o religiosi sia un evento senza nome che si è ripetuto nella storia dell’umanità, e che, secondo un’idea ciclica della storia, continuerà a ripetersi in diversi momenti storici.
Per Lemkin era particolarmente importante ottenere un riconoscimento internazionale del reato di genocidio che permettesse un’azione legislativa  nei confronti di quei governi che compiono questo reato nei loro confini nazionali. Per tutta la vita Lemkin è stato consapevole che dato questo vuoto legislativo, se Hitler avesse sterminato gli Ebrei tedeschi senza invadere i confini di altre nazioni le sue azioni non sarebbe state perseguibili dalla comunità internazionale.
Ma “Watchers of The Sky ” non racconta solo la storia di Lemkin, ma anche quelle di persone che possono essere considerate i suoi veri e propri eredi spirituali, e che proseguono la sua battaglia: le teorie di Lemkin si sono purtroppo rivelate vere, come ci ricorda quanto sta accadendo in Sudan, e ciò che accaduto in Ruanda e in Serbia.
Dopo aver lottato tuta la vita, Lemkin ottenne il riconoscimento del reato di genocidio, e la seconda generazione di guerrieri per i diritti umani deve ora far si che il suo lavoro non sia stato inutile,  e che coloro che si macchiano di questi crimini vengano posti sotto il giudizio delle Nazioni Unite.
Il documentario è realizzato come una sorta di collage, dove le varie storie si intrecciano le une con le altre legate dal filo delle parole di Lemkin, che scorrono sullo schermo tramite un’animazione che riprende la sua calligrafia.

” Perché l’uccisione di migliaia di persone deve essere un reato minore che l’uccisione di una singola persona?” si chiedeva Lemkin. La storia attuale ci ricorda, purtroppo, che le sue parole non devono essere dimenticate, e che nessuna lotta é mai veramente conclusa.

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Alcune immagini dal film

“Closer to The Moon “, del regista Nae Caranfil  , è un inno agrodolce alla vita costruito con una struttura a scatole cinesi di film dentro il film : la gang di Rosenthal realizzò infatti la propria rapina bloccando la strada per le riprese di un finto film, e, condannati a morte, i membri del gruppo subirono la pena aggiuntiva di girare un documentario educativo sul loro crimine.
A lasciare interdette le autorità comuniste é proprio la composizione del gruppo: non si tratta di criminali comuni, ma di rispettati professionisti, amici fra di loro e riuniti intorno alla figura di Maximilian Rosenthal,   che hanno organizzato il colpo in seguito a una scommessa, in una sfida non solo al regime, ma anche alla vita che, dopo le utopie della lotta partigiana, ha inevitabilmente perso di significato.
Accettare di svolgere il documentario “educativo ” offre loro l’occasione per continuare la loro presa in giro del potere, concedendosi i capricci e i lussi dei veri attori.
La loro vicenda cambierà la vita di Virgil, il giovane aiuto cameraman  del regista  alcoolizzato a cui viene affidata la realizzazione del film, mettendolo di fronte a scelte che lo porteranno a diventare adulto: a lui spetterà il compito di impedire che la polizia politica trovi il figlio di Alice, cuore del gruppo di amici e Femme Fatale del documentario, e anche quello di organizzare il suo bar mitzvah, a cui la madre non potrà partecipare.
Oltre a Virgil, si staglia sullo sfondo del gruppo di grotteschi personaggi minori la figura del suo padrone di casa, un anziano ebreo che ascolta la radio proibita “La voce dell’America” per la programmazione di musica classica, perché “anche Bach diventa propaganda quando viene trasmesso dalla radio ufficiale”

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L’ultimo giorno di festival è cominciato alla sede della comunità ebraica di Varsavia, dove è stato proiettato un documentario dedicato a un particolare tipo di guerra : quella dell’hummus.
“Make Hummus Not War” raccoglie, come in un puzzle,  varie esperienze e punti di vista che ruotano intorno a questo cibo estremamente amato e consumato in Medio Oriente: quale è la vera ricetta? Chi lo ha inventato,  gli ebrei o gli arabi ? In quale zona di Gerusalemme si trova il ristorante dove si gusta il miglior hummus? Questo cibo è davvero, come si dice , afrodisiaco ?
Il regista Trevor Graham cerca di rispondere a queste domande attraverso una serie di incontri, interviste e naturalmente,  assaggi di diverse ricette di hummus, collegando tra loro i vari protagonisti in un cerchio magico costruito intorno a una proposta: può l’hummus essere l’ingrediente segreto nei processi di pace in Medio Oriente?

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L’intrecciarsi di racconti,  ricette e cibi viene reso attraverso una sorta di collage cinematografico, dove le interviste sono inserite in una cornice creata dal sovrapporsi di illustrazioni, fumetti, animazione e fotografie.
Al termine del film si è svolto un simpatico laboratorio, dove è stata mostrata la realizzazione dell’hummus e il pubblico ha potuto assaggiare le diverse varianti del cibo di cui si era parlato nel documentario.

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Il Festival si è chiuso con un film che parlava di tutt’altro tipo di guerra : è stato proiettato il film di Samuel Maoz “Lebanon” , premiato
nel 2009 a Venezia con il Leone d’Oro al Miglior Film, in cui la guerra in Libano del 1982  viene narrata esclusivamente attraverso l’ottica del mirino di un carro armato.
La realtà diventa incomprensibile, dato che tutto ciò che giunge ai protagonisti ha la forma a volte di un film muto, a volte di un serrato dialogo in arabo che non riescono a capire,  altre volte gli viene spiegato dall’impersonale voce dei canali radio ufficiali. 
Secondo le parole del regista, il film è di fatto la sua autonalisi per cercare di superare i traumi regressi della sua partecipazione alla guerra proprio come carrista.
“Lebanon”,  pur mantenendosi abbastanza coerente con i canoni tipici di un film di guerra,  dà un quadro molto diverso rispetto a quanto siamo abituati dei rapporti tra commilitoni: la disgregazione della realtà al di fuori del carro armato va di pari passo con quella dei rapporti umani al suo interno, dove la disciplina viene a mancare e i personaggi  si interpellano tra loro non come membri di un stesso esercito, ma come esseri umani confusi e allo sbando.
Non ci sono eroi dunque, come del resto non sempre se ne trovano nella vita reale.

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Così, il 12 Festival del Cinema Ebraico si è concluso intrecciando insieme tutti i fili che ci aveva fatto scorrere sotto gli occhi nei giorni precedenti, formando un tappeto colorato che racchiude molte cose importanti e inevitabili della nostra vita: la guerra, il cibo, il coraggio di affrontare insieme il dolce e l’amaro, la necessità  di venire a patti con il passato per costruire il futuro, e , infine, quella di trovare un senso a tutto il caleidoscopio.