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Quarto giorno: L’Chaim To Life!

Il pomeriggio del 6 novembre sono stati proiettati due documentari che mi avevano particolarmente incuriosito leggendo il programma” “A Town Called Brzostek” e “L’Chaim To Life”.
Il primo è il racconto di come un gruppo di ebrei di origine polacca compia una sorta di viaggio di ritorno  a casa: la destinazione è la cittadina di Brzostek, la cui popolazione prima della Seconda Guerra Mondiale era per il 30 % ebrea. Nel momento Jonathan Webber arriva a Brzostek, di questo passato non sono rimaste neppure le rovine: gli abitanti del posto sanno dove era ubicato il cimitero, ma nulla indica agli occhi dell’osservatore che quel posto possa essere stato qualcosa di diverso da un campo pieno di erbacce.
Ma il film è anche la storia del riallacciarsi dei rapporti tra ebrei e polacchi: quando Webber decide di ricostruire il cimitero, scopre che le lapidi si sono salvate grazie all’azione di un anziano abitante,  che dopo la guerra le aveva prese come materiale da costruzione, ma in seguito, essendosi accorto che erano pietre tombali, le aveva messe al sicuro.
Webber non è il solo ad essere ” tornato a casa”: tra gli altri, si sono recati a Brzostek anche Irving and Sabina Wallach, i due figli di una donna ebrea di Brzostek che venne salvata insieme a una compagna da una donna polacca. Irving e Sabina hanno incontrato Tadeusz,  l’ormai ottantenne nipote della loro salvatrice  che custodisce la memoria di sua nonna Maria e ancora ricorda di come riuscì a nascondere le due ragazze ebree nella soffitta:
“Uno dei nostri vicini chiese -Cosa avete là sopra in soffitta?- e mia  nonna rispose – E a voi che diavolo ve ne frega ? Fatevi i **** vostri!”
Sarebbe bastata una soffiata dal vicino sospettoso perché un’ispezione dei Tedeschi portasse alla morte non solo delle due ragazze, ma di tutta la famiglia Javloviec, compreso Tadeusz, che all’epoca aveva otto anni.
Alla riapertura del cimitero ha presenziato buona parte della cittadinanza di Brzostek,  in una cerimonia civile e interreligiosa che ha visto la presenza del sindaco e del prete cattolico della cittadina, e la partecipazione degli alunni delle scuole, che hanno svolto varie attività didattiche legate alla cultura ebraica.
Questa cerimonia ha segnato un passo importante nella ricostruzione del tessuto lacerato dei rapporti ebreo-polacchi: come ha notato lo stesso regista allincontro avvenuto subito dopo la proiezione, la viva partecipazione della cittadinanza alla cerimonia ha superato le loro aspettative:
” Io vivo in Inghilterra in un paesino delle dimensioni di Brzostek.  Non so quanta gente si sarebbe alzata presto la domenica mattina e vestita a festa per andare all’inaugurazione di un cimitero ”
La speranza dei creatori del film è che il loro lavoro spinga sempre più ebrei di origine polacca tornare al luogo d’origine, superando le proprie riserve.
” Tornare in Polonia è stato come tornare a casa. Cosa ho trovato?  Che c’è un sacco di lavoro da fare. Vorrei che tutti gli ebrei tornassero a casa con una disposizione mentale migliore,  per aiutare la gente che vive lì a connettersi con il mondo ebraico”- Jonathan Webber

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In ‘L’Chaim To Life “, invece, facciamo conoscenza con Chaim Lubelski,  che ha deciso di dedicare la propria vita ad accudire la madre, sopravissuta a un campo di concentramento:
“Questa è mia madre. Ora è mia figlia”
Chaim è il cugino del regista Elkan Spiller, che ha potuto così filmarlo negli ultimi anni di vita della madre, e fissare sulla pellicola il suo particolarissimo pensiero: le esperienze dei suoi genitori – anche il padre era un sopravissuto-  gli hanno insegnato che nulla  nella vita é stabile, che in qualsiasi momento tutto ti può essere portato via, e che quindi non valga la pena di affaticarsi per inseguire gli obbiettivi materiali della vita. Soldi, carriera, potere non significano nulla per lui, che ha sempre ritenuto il compito q cui doveva assolvere nella propria vita  fosse prendersi cura dei suoi genitori, persone spezzate nella mente e nel fisico da ciò che hanno dovuto subire.
Guardando il film, si ha la sensazione che Chaim appartenga quasi a un altro mondo, i cui valori non hanno niente a che fare con quelli che siamo abituati  a conoscere. Se avete letto qualcosa di Isaak  Babel’ non potrete non trovare un qualche genere di connessione tra alcuni dei personaggi delle sue novelle-  quei giusti sconosciuti che con la loro scala di valori del tutto  personali si contrappongono alle forze della violenza e dell’entropia- e Chaim, che per anni ha affittato un’appartamento a Gerusalemme, pur vivendo in Belgio, all’unico scopo di tenerci dentro i suoi libri di preghiera perché considerava l’atto di inscatolarli un insulto nei loro confronti, che con il caldo o con il gelo si reca al Muro del Pianto alla ricerca dei veri religiosi,  ossia coloro che si annullano nella meditazione, che con estrema  pazienza si dedica alla madre e che con una forza d’animo infinita nasconde il dolore per la perdita della sorella e mente alla madre per tutti i suoi ultimi anni, sapendo che la notizia della morte della figlia la ucciderebbe.
Chaim è un sopravissuto di seconda generazione, una vittima a distanza dell’Olocausto che si è materializzato nel modo in cui i suoi genitori si sono relazionati con lui e con gli altri due figli:
“L’amore che mi hanno dato i miei genitori era legato alle lacrime e al sangue di tutto ciò che avevano perduto”.

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Il pomeriggio si è aperto all’insegna del teatro yiddish : il primo film ad essere presentato era ” Ida Kaminska’ Teather” , un cortometraggio del 1967 dove l’attrice è mostrata nelle sue diverse vesti di attrice,  regista, insegnante di teatro. Nata nel 186 a Odessa, la Kaminska discende da una vera propria dinastia di attori yiddish e furono i suoi stessi genitori a fondare il teatro yiddish di Varsavia; lei stessa debuttò sul palcoscenico all’età di appena 5 anni, e nel corso dell’ansia carriera diresse i teatri yiddish di Wroclaw,  Varsavia, Lwow e fu la prima attrice sul territorio di una Repubblica sovietica ad essere candidata all’Oscar.
Il film successivo era un’intervista a un altro gigante del teatro yiddish, Jakub Rotbaum, che portò la dialettica relativa all’arte ebraica a un livello successivo. La domanda centrale per molti artisti ebrei dell’inizio del Novecento era infatti come si dovesse esattamente intente nere l’arte ebraica:  bisognava limitarsi a trattare temi ebraici? O era invece necessario costruire un sistema di valori formali che permettesse di affrontare diversi tipi di tematiche ed vicende sotto un punto di vista specificamente ebraico?  Nel corso della sua lunga carriera, che lo ha portato a dirigere numerosi teatri in tutto il mondo, Rotbaum ha cercato di raggiungere l’obiettivo di un teatro non più ” a tematica ebraica” ma ” recitato all’ebraica”, realizzando messe in scena di classici del teatro non solo yiddish ma internazionale.

L’ultimo film era ” Total Eclipse” , esordio cinematografico del 2000 del regista Samuel Maoz,  vincitore del Leone D’oro di Venezia nel 2009 con il film “Lebanon”.
“A Total Eclipse” era stato descritto nel programma come un ” documentario romanzato” e ha provocato in me una sostanziale perplessità già a partire da questa definizione.
Il problema è stato poi acuito dal fatto che ho perso i primi dieci minuti di film, secondo la legge dell’universo per cui tutto ciò che di solito comincia in ritardo inizierà perfettamente puntuale quando ad essere in ritardo sei tu.
Fondamentalmente, il concetto di “documentario romanzato” sì esprime nel fatto che la vicenda di base -due persone si incontrano,  si corteggiano , lui pronuncia delle promesse che poi non vengono mantenute- viene raccontata dai protagonisti attraverso delle interviste condotte da un intervistatore fantasma di cui non sentiamo la voce e che non compare mai sullo schermo;  gli stessi protagonisti, e i personaggi secondari, comunicano tra di loro solo attraverso schermi televisivi, e nelle poche scene in cui si trovano faccia a faccia non si scambiano neppure una parola.
Tema fondante del film é il potere della danza, che diventa un mezzo comunicativo superiore a quello della parola:   il protagonista maschile  è infatti un coreografo che ha cominciato a ballare per entrare in contatto con il fratello gemello autistico,  per il quale la danza era l’unico modo di entrare in contatto con il mondo circostante, e l’azione stessa del film viene spesso frammentata da spezzoni di spettacoli diretti presumibilmente dal protagonista stesso.
La danza,  alla fine, è ciò che riunisce i due protagonisti per un effimero momento, nella scena conclusiva del film, quando la protagonista femminile riesce ad evocare danzando il coreografo, che danza con lei, senza mai toccarla, per infine svanire di nuovo.
Devo dire che questo è probabilmente l’unico film che mi ha veramente deluso. Forse delusione non è neppure la parola adatta,  dato che è impossibile guardare questo film sapendo in anticipo di cosa parli ed avere delle aspettative: su internet non esiste una singola recensione del film, un abbozzo di trama o qualsiasi altro tipo di informazione.
Lo ho trovato pretenzioso e freddo,  volutamente incomprensibile nella maggior parte delle scene e con una simbologia che sembra essere stata inserita solo per dare un tono bizzarro all’insieme.
Chi è la donna sui trampoli vestita di cuoio? Perché nella sessione onirica le persone guardano l’eclissi con delle mascherine di carta con sopra degli occhi disegnati a matita ? Si vuole in qualche modo evidenziare l’impossibilità di comunicare nel mondo moderno? Queste e altre domande rimangono un mistero.

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Una scena da ” A Total Eclipse”