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Breslavia “città dei manichini”: il Bruno Schulz Festival

Simbolo festivalIl Festival dedicato a Schulz che si svolge ogni novembre a Breslavia rispecchia bene il carattere poliedrico dell’opera di questo artista: infatti,  se Bruno Schulz ne è il “patrono protettore” ad essere al centro del festival è una sorta di “tribù” d’adozione, composta da scrittori, artisti, poeti, musicisti e studiosi. Il 20 ottobre 2013 è cominciata la seconda edizione, e per cinque giorni il  simbolo della manifestazione ( un manichino bianco e uno nero in campo “cannella”) ha punteggiato il centro della città, e librerie, centri culturali, circoli musicali hanno ospitato numerosi eventi, in un programma  molto ricco che proponeva che discussioni accademiche, incontri con autori contemporanei,concerti e mostre, tutti legati dal filo rosso dell’appartenenza alla cultura ebraica.

Una parte degli incontri metteva in luce le connessioni dell’opera di Schulz con altri scrittori :ne è un esempio l’intervento tenuto il 21 novembre, dal titolo: “Max Blechner – il Bruno Schulz romeno”.                                                                                                                                                 Ad accomunare Max Blecher (1909-1938) a Schulz è il medesimo background sociale: anche Blecher era ebreo di origine, e viveva in provincia. Al centro dell’opera di Blecher c’è l’esplorazione della psiche umana, considerata al pari di un continente da scoprire; ed è caratterizzata da una struttura a micro-fabule, che evidenzia i legami spirituali compiendo un “movimento” dall’esteriorità all’interiorità. Altrettanto particolare è la sua lingua, che segue le tendenze dell’avanguardia prendendo in prestito termini da vari registri, ampliando così la tavolozza del linguaggio letterario.

Di estremo interesse è stato l’intervento tenuto dal giornalista e scrittore Pawel Huelle il 23 novembre, dal titolo “ Il “Messia” di Bruno Schulz: tentativo di ricostruzione”. Huelle ha tentato di “ricreare ” l’ultima opera di Schulz, che narra l’arrivo del Messia nella cittadina di Drobohycz, e che è andato dispersa..Per svolgere  questo difficile compito ha utilizzato lettere personali di Schulz e memorie dei suoi amici e sodali ( tra cui spicca il nome di Witold Gombrowicz);  attraverso questi materiali ha tracciato anche un possibile ritratto del protagonista, che secondo alcune fonti potrebbe essere l’ebreo chassidico che compare nel quadro di Schulz “Spotkanie” (“L’incontro”)

Bruno Schulz "L'incontro"
Bruno Schulz “L’incontro”

Del “Messia” ci rimane solo un possibile incipit, riportato da Artur Sandauer: “ Sai- mi disse mia madre una mattina- è arrivato il Messia. E’ già a Sambor”.

Quale sia stata la sorte del manoscritto rimane un mistero. Le testimonianze al riguardo sono estremamente confuse: di certo si sa solo che le carte che Schulz aveva con sé al momento della morte vennero consegnate alla sorella Hanna, che però morì poco tempo dopo di lui. Nel corso degli anni, sono apparse alcune “piste” che sembrava potessero portare al recupero del testo, ma che si sono sempre risolte in un nulla di fatto.  Dopo la guerra, il cugino di Bruno, Alex Schulz, ricevette un’offerta anonima per l’acquisto del manoscritto; purtroppo, Alex morì prima di poter concludere l’accordo. Una situazione simile si presentò qualche tempo dopo: l’ambasciatore di Svezia ricevette un’offerta di acquisto, sempre anonima, e cercò di prendere accordi con Jerzy Ficowski ( traduttore, scrittore e saggista, specialista dell’opera di Schulz) ma ancora una volta il destino si mise di mezzo e l’ambasciatore morì prima di ricevere il visto per l’Ucraina, dove avrebbe dovuto consegnare il manoscritto. Da quest’ultimo episodio non si sono più avute ulteriori informazioni sul manoscritto.

C’erano poi incontri che esploravano tematiche vicine al mondo concettuale di Schulz: il primo giorno di festival si è tenuto l’incontro dal titolo “Tęskota za realizmem” (Nostalgia di realismo). Gli scrittori Andrzej Bart e Eustachy Rylski hanno inanzitutto cercato di formulare una definizione del termine “realismo” più ampia rispetto a quella del vocabolario, per il quale si tratta semplicemente del“tentativo di una presentazione obiettiva delle realtà nella letteratura”.                                                                                                          Secondo Rylski, più che di un tentativo si tratta di un’illusione: infatti, ogni scrittore crea un proprio mondo e quindi anche un proprio tipo di realismo. Come si arriva dal realismo al surrealismo? Il realismo richiede la capacità di scrivere secondo un piano dove ogni scena sia dotata di un inizio, una fase intermedia e una fine collegati da un filo logico: ma questa struttura non è adatta al mondo concettuale e alle capacità espressive di ogni scrittore. In secondo luogo, scrivere (o tentare di scrivere) in maniera realistica espone grandemente lo scrittore ai colpi della critica.

Secondo Bart, invece, la chiave che apre la porta tra realismo e surrealismo è il fatto che tutti noi raccontiamo la stessa storia, e le possibilità di combinazione degli eventi sono milioni; ma solo pochi hanno il talento di raccontarla in un modo diverso da tutti gli altri, e questo talento passa attraverso il surrealismo.

Il 22 novembre pomeriggio alla Mediateca si sono susseguiti tre diversi interessanti incontri, su temi che possiamo facilmente riallacciare a Schulz: il passato, la scrittura e la vita quotidiana, e, infine, il sogno.

Nel corso del primo incontro, dal titolo “Prove di ricostruzione del passato” (Próby konstruowania przesłości) Darius Rosiak ha parlato del suo ultimo libro „L’uomo di dura cervice” (inedito in italiano) il cui protagonista, Jakub Weksler-Waszkinel, è un sacerdote cristiano che scopre solo da adulto le proprie origini ebree, e deve imparare a conoscere questa eredità. Nel corso del libro il punto di vista si sposta dai ricordi del protagonista a quelli di altri personaggi, attraverso una teoria di punti “nodali” in cui le differenti versioni della medesima storia trapassano l’una nell’altra.

Al centro del libro c’è l’indagine sulla pulsione della coscienza a rivisitare il passato, ovvero: quali sono le motivazioni dietro il nostro interesse per ciò che non è più? Spesso, ciò che ci attrae  verso lo studio del passato è la speranza di poterlo utilizzare come chiave di lettura per comprendere meglio la realtà in cui ci troviamo a vivere; tuttavia, a volte il passato può diventare una giungla in cui è difficile districarsi, distinguere cosa è veramente accaduto dalle mistificazioni apportate in maniera più o meno conscia dalla memoria. Quando però il passato diviene materia letteraria, l’autore può esercitare su di esso un dominio assoluto e arbitrario, decidere autonomamente se attenersi o meno ai fatti.

Il secondo incontro si intitolava “Sono. Scrivo” ( Jestem. Piszę) e aveva al centro il dialogo fra tre scrittrici di punta della letteratura polacca contemporanea, Natasza Goerka, Olga Tokarczuk e Maddalena Tulli, che si confrontavano cosa significhi essere uno scrittore nella vita quotidiana.

A presentarle e a coordinare la discussione c’era Stanisław Bereś, che ha cominciato l’incontro con una citazione da Wiesław Myśliwski , per il quale la creazione era “ uno stile di vita ritmico e ascetico”.

Da questo punto di partenza, le tre le scrittrici hanno caratterizzato il loro metodo creativo : per Natasza Goerke, la creazione ha ben poco a che fare con l’ascesi, semmai è la ricchezza della vita che la circonda ad offrirle i migliori spunti ispirativi, così che la scrittrice non muove mai un passo senza avere con sé il proprio computer o almeno un taccuino; Maddalena Tulli si pone praticamente all’opposto, infatti sostiene di non aver bisogni di particolari stimoli dal mondo esterno per creare, ma di trovare alimento per la sua scrittura principalmente nella sua esperienza personale; e infine Olga Tokarczuk ritiene che ognuno di noi è un “fascio” di possibilità diverse, e che la scrittura è un processo che ci permette di entrare nella corrente generata da tale fascio e di ampliare le nostre potenzialità.

Tutte e tre concordano sul motivo principale che le spinge a scrivere: sono le storie che arrivano a loro quasi gridando “scrivimi” e a quel punto è necessario riorganizzare la propria vita e le proprie attività per trovare il tempo di scrivere, perché il processo creativo non nasce da sé ma richiede uno sforzo continuo, e il talento ha bisogno di essere coltivato costantemente.

Il terzo e ultimo incontro era dedicato alla lettura di trasposizioni in letteratura di esperienze oniriche, partendo dal presupposto che una delle più importanti scene della storia dell’umanità, la creazione di Eva dalla costola di Adamo, sia avvenuto di fatto dentro un sogno. I partecipanti, – Anna Wasilewska, Bogdan de Barbaro, Adam Poprawa e Adam Wiedemann, hanno raccontato alcune delle loro esperienze oniriche personali e letto i loro brani onirici preferiti in letteratura.

L’ultimo incontro “ufficiale” si è tenuta la sera di sabato 23 novembre: Hanna Krall, scrittrice e giornalista di origini ebree (nota tra l’altro per aver raccontato a Krzysztof Kieślowski la storia al centro dell’ottavo episodio del Decalogo – Non dire falsa testimonianza) ha parlato del suo libro più recente „Biała Maria” („Bianca Maria”, collage – inedito in Italiano – di storie a tema ebraico ambientate durante la Seconda guerra mondiale) che, secondo le parole dell’autrice “non voleva saperne di finire”: pubblicato per la prima volta nel 2011, è apparsa quest’anno la nuova edizione ampliata.

Artur Szyk “ebreo, polacco, patriota, illustratore”

Numerose iniziative “di contorno”  affiancavano la parte letteraria del programma: tra esse, la mostra dedicata  all’opera di Artur Szyk, illustratore che a partire dal periodo del secondo conflitto Mondiale iniziò ad esporre i propri lavori non solo in Polonia, ma anche in Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti.

La prima sezione della mostra era collocata nella Piazza del Mercato, vicino alla fontana di vetro. In essa sono esposti vincitori e vinti insieme: le feroci caricature con cui Szyk disegnava i capi dell’Asse e il dolente omaggio alla tragedia degli ebrei e all’eroismo con cui i Polacchi difesero la propria patria.

La morte si fa da parte per lasciar passare Hitler
La morte si fa da parte per lasciar passare Hitler
La Polonia accoglie i suoi buoni vicini
La Polonia accoglie i suoi buoni vicini
In memoria del ghetto di Łódż
In memoria del ghetto di Łódż
"Alla Polonia, la mia amata patria, con amore e orgoglio"
“Alla Polonia, la mia amata patria, con amore e orgoglio”

Nella seconda sezione della mostra, ospitata nel centro culturale Ossolinski, era esposta  la versione illustrata dello Statuto di Kalisz che Szyk dipinse nel 1932: lo Statuto, concesso nel 1264 dal principe Boleslao il Devoto (Bolesław Pobożny), garantiva i diritti e la inisicurezza dei cittadini ebrei, la loro libertà di culto, di spostamento e di commercio, oltre a prevedere la creazione di un tribunale speciale per i processi in cui erano coinvolti un ebreo e un cristiano.                                                                                                 Così si espresse Szyk in occasione della presentazione al pubblico dell’opera, nel 1932: “Sono Ebreo, ma la Polonia è la mia patria. Non posso separare l’una cosa dall’altra nel mio cuore. Mi ha addolorato il contrasto polacco-ebreo, scatenato in primo luogo da elementi stranieri e che ha portato ad attacchi diffamatori dei nemici verso la Polonia, che è stata chiamata la terra dell’oppressione e dei pogrom. Nello “Statuto di Kalisz” glorifico una delle più bei atti del liberalismo polacco nella storia europea. Credo fermamente che le grandi tradizioni polacche della tolleranza religiosa e popolare trionferanno sugli insulti del nazionalismo”

Lo statuto di Kalisz: " La dedica a Jozef Piłsudski, capo dello stato polacco"
Lo statuto di Kalisz: ” La dedica a Jozef Piłsudski, capo dello stato polacco”

Inoltre, a completare una panoramica generale sull’opera di questo artista, erano esposte illustrazioni tratte dal Ciclo delle Nazioni Unite e altre appartenenti al progetto di un mazzo di carte con i disegni degli eroi di Israele.

Dal ciclo delle Nazioni Unite : "La Polonia"
Dal ciclo delle Nazioni Unite : “La Polonia”

Conclusioni

I libri che amiamo influiscono non solo sulla nostra immaginazione, ma anche sul nostro modo di percepire la realtà. Tra le attrazioni natalizie esposte nella Piazza del Mercato c’era anche una piccola mostra di pupazzi meccanici con le fattezze dei personaggi delle fiabe, chiusi in piccole vetrine. Intorno al baraccone si affollavano i bambini incantati dal vedere i loro beniamini prendere vita; e pochi passi dietro di loro c’ero io, con il cuore stretto in un anello di gelo nell’osservare le ripetitive evoluzioni dei manichini, poiché ricordavo le parole di Jakub nelle Botteghe color cannella, sulla materia che urla impotente e prende a pugni le pareti della sua incomprensibile prigione.

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Bruno Schulz trasformatore della realtà

Bruno Schulz nasce nel 1892 nella cittadina di Drohobycz ( ora in Ucraina, ma che all’epoca di Schulz faceva parte della Galizia austoungarica), terzo figlio di Jakub Schulz e Henrietta Kuhmarker.

Bruno Schulz "Autoritratto"
Bruno Schulz “Autoritratto”

La famiglia viveva al primo piano di un piccolo edificio situato nella piazza del Mercato; al piano terra si trovava la bottega di articoli tessili di loro proprietà.

Nel periodo tra il 1902 e il 1910 studia nel ginnasio cittadino, dove si qualifica come uno dei migliori allievi. Nel 1911 prende il diploma e progetta di iscriversi alla facoltà di Architettura a Lwów (Leopoli, Lemberg), ma dopo un anno le sue precarie condizioni di salute (problemi al cuore e ai polmoni) gli rendono impossibile proseguire gli studi.

Nel 1913 tenta di riprendere il percorso accademico, ma deve fermarsi nuovamente appena un anno dopo,a causa dello scoppio della guerra.

Nel 1915 muore il padre, minato da una lunga malattia. A questo lutto si associa la chiusura della bottega e il peggioramento delle condizioni economica della famiglia: Schulz si ritira a vivere a casa della sorella insieme alla madre.                                                    Dal 1918 entra a far parte del gruppo “Kalleia” in cui era riunita l’intelligencja ebrea di Drohobycz; e nel 1922, per contribuire al bilancio familiare, Schulz comincia a fare ritratti su commissione, senza riscuotere tuttavia un grande successo.Nel 1924 riesce ad ottenere un contratto come maestro di disegno nello stesso ginnasio in cui aveva preso la maturità da ragazzo e dove lavorò fino a poco tempo prima della morte.

Nel 1928 Schulz divenne protagonista di uno scandalo locale: una mostra di suoi disegni, che comprendeva opere tratte dal Libro Idolatrico, gli fruttò un’accusa di propaganda della pornografia.                                                                                                                                                                          La conoscenza con Józefina Szelinska, che divenne sua fidanzata in un rapporto tormentato che si concluse nel 1937 per il rifiuto di Schulz di lasciare Drohobycz, avviene nel 1933, anno in cui lo scrittore inizia a cercare un contatto editoriale per pubblicare il suo esordio letterario, Le botteghe color cannella.

Le botteghe color cannella

Schulz esordisce come scrittore nel 1934, con la pubblicazione della raccolta di racconti “Le botteghe color cannella” (in polacco Sklepy Cinamonowe).

Copertina della prima edizione de "Le botteghe color cannella"
Copertina della prima edizione de “Le botteghe color cannella”

Al centro di questi racconti c’è un infanzia che diventa magica a dispetto delle circostanze, e una cittadina di provincia misera e grigia che esplode in uno sbocciare e tripudio di immagini che sembrano colare in rivoli giù dalle pagine. Alcuni dei racconti si svolgono in estate, altri in inverno, ma il tempo atmosferico non è determinante; i colori e le metafore continuano ad aggrovigliarsi tra loro e a splendere,a indicarci che dove la realtà non è “abbastanza” deve essere la nostra mente a supplire alle sue mancanze. Difficilmente potremmo riconoscere nelle pagine di Schulz la reale Drohobycz dei primi decenni del Novecento, di cui Alfred Döblin scrisse “chi non ha visto Drohobycz non sa cosa significa la miseria” : arida d’estate, impantanata nel fango d’inverno, circondata dagli scavi petroliferi. Gran maestro di questa trasformazione, e figura centrale del libro, è il padre di Schulz Jakub, che, seppur minato dalla malattia, combatte una battaglia solitaria e senza quartiere contro la noia che tenta di soffocare e di coprire di polvere ogni esistenza.

Jakub Schulz ritratto dal figlio Bruno
Jakub Schulz ritratto dal figlio Bruno

In questa sua lotta sogna una nuova Genesi, dove la creazione sia a portata di tutte le anime, e non più una prerogativa di un Demiurgo, perché “ la materia è un’inesauribile forza vitale, incline ad un’infinità fecondità e ad un ammaliatore potere di seduzione, che ci persuade a diventare creatori a nostra volta”. Da questa Genesi nascerà una nuova generazione di cose, destinate a non durare in eterno, ma ad essere continuamente distrutte e ricostruite: il peggior delitto è quello di imprigionare la materia, di bloccarne il flusso.

Laddove il Demiurgo creava con i più eccellenti tra i materiali, l’uomo creerà con i rifiuti. Nascerà infine anche una nuova generazione di uomini, nati a immagine e somiglianza dei “manichini”.

Ma attenzione, rimarca il Padre (così infatti viene chiamato dal narratore), quando si parla di “manichini” non ci si deve confondere con quelli che sono solo la loro misera caricatura: i pupazzi del museo delle cere, che rappresentano la maggiore violenza che si possa perpetrare ai danni della materia, cioè a bloccarla per sempre in una forma ed espressione estrinseche, al cui senso essa non partecipa. Quando diamo alla materia, in questo caso la cera, le caratteristiche fisiche di una persona realmente esistita, non siamo in grado di infondervi anche le caratteristiche psichiche di lei; e così, la materia sarà per sempre congelata in un espressione ( di rabbia, ad esempio, o di tristezza, o di crudeltà) che è per lei del tutto priva di senso.

Il Padre sostiene che, passando di notte vicino al museo delle cere, si possano sentire le urta di dolore della materia che, letteralmente, batte i pugni contro la sua prigione.

I reali “manichini” sono il prodotto della fermentazione della materia, esseri solo per metà organici: si può apprendere il loro processo di formazione sospendendo degli speciali colloidi in una soluzione di sale da cucina, dove poi evolveranno arrivando allo stadio delle forme inferiori di fauna e flora. Ma la vera e rigogliosa fermentazione della materia avviene altrove, in posti lontani dall’azione dell’uomo: il suo habitat ideale sono le stanze dimenticate di vecchi appartamenti, dove da tempo non entra più nessuno. Lì la materia può fermentare liberamente, assumendo ogni forma possibile, germogliando e appassendo in un processo apparentemente senza fine, ma che si interrompe bruscamente se qualcuno apre la porta della stanza.

Purtroppo, in questa sua lotta per la trasformazione del mondo, il padre incontra un temibile avversario: la cameriera Adela, simbolo del ritorno all’ordine e insieme entità distruttrice che si accanisce contro le opere del Padre.

Il Padre e Adela possono essere trasposti sul piano di un rapporto ontologico, in quanto entrambi simboleggiano un diverso approccio all’esistenza: Adela rappresenta coloro che sono ben certi della loro esistenza e identità, con le radici saldamente piantate nella realtà; Jakub invece è il rappresentante di tutti gli individui per cui l’esistenza è una continua lotta alla ricerca di una forma perennemente sfuggente. Adela riconduce il Padre alla realtà, e il prezzo che quest’ultimo deve pagare è una quasi totale sottomissione, in un mondo letterario dove generalmente le figure femminili sono forti, titaniche nella loro fecondità, e quelle maschili pressochè evanescenti.

Questa situazione ricalca le reali circostanze della famiglia Schulz: Jakub infatti aveva già quarantasei anni quando nacque Bruno, e negli anni successivi la sua salute andrà sempre più declinando, impedendogli di occuparsi del negozio. Il peso della casa e della famiglia ricadde quindi inevitabilmente sulla madre, Henrietta.

Una costante dei racconti è che il Padre nel corso dei suoi esperimenti finisce per isolarsi dalla vita familiare, per allontanarsi in un suo mondo personale al quale nessun altro ha accesso. In maniera altrettanto costante, la famiglia finisce per abituarsi a questo stato di cose. Per Schulz è fondamentale il concetto di mito, inteso come processo di sublimazione e\o simbolizzazione delle impressioni, dei luoghi, dei colori e delle persone che ci colpirono da bambini. C’è chi li usa come ispirazione, chi li lascia addormentati nella memoria. Attraverso il prisma del mito Bruno applica al vero Jakub il processo di trasformazione che l’alter ego letterario avrebbe voluto applicare a tutto il mondo: e trasforma la storia della malattia e della morte di suo padre in una pirotecnica sequela di invenzioni, metamorfosi, e, infine, sparizioni.

Schulz come pittore e illustratore

Schulz fu da subito pittore, per dedicarsi alla scrittura solo in seguito. Fin da piccolo mostrò un talento precoce per l’arte figurativa, e lui stesso disse, nell’intervista che gli fece l’amico Witold Gombrowicz nel 1935: “I miei inizi come disegnatore si perdono in una nebbia mitologica, ancora non parlavo e già  costellavo fogli e margini di giornale di scarabocchi, si trattava invariabilmente di carrozze e cavalli”. Qui ritroviamo la sua idea delle immagini chiave dell’infanzia come materia dell’ispirazione futura : “ Verso i sei-sette anni ritornò sempre nei miei disegni l’immagine delle carrozze scoperte, con i fari ardenti, che uscivano da un bosco notturno. (….) Non so come mai nell’infanzia arriviamo a certe immagini con un significato per noi decisivo. Giocano il ruolo di quei legami in una soluzione (chimica, ndt)attraverso i quali si cristallizza per noi il senso del mondo. A questo genere di immagini appartiene anche quella del bambino portato in braccio dal padre attraverso lo spazio di una notte gigantesca” (Wiesław Budzyński, Schulz pod kluczem, Świat Książki, Warszawa 2013, pg 116)

Bruno Schulz " Carrozza"
Bruno Schulz ” Carrozza”

 

Bruno Schulz, illustrazione al racconto "Primavera"
Bruno Schulz, illustrazione al racconto “Primavera”

 

Schulz illustrò personalmente sia Le botteghe color cannella che il successivo Il sanatorio all’insegna della clessidra, nel quale ritorna la figura del Padre, questa volta ricoverato in un misterioso sanatorio già dopo la propria morte. Questo è possibile perché il sanatorio si trova in una fascia di tempo parallelo; in un qualche modo, è situato anteriormente rispetto alla morte del personaggio a cui, forse, è ancora possibile guarire.

Non a caso, il primo racconto L’epoca geniale, ci pone questa domanda: e se il tempo fosse troppo “stretto” per tutti gli eventi? Se la risposta fosse affermativa, allora sarebbero del tutto possibili delle strette fasce di tempo in cui possono avere luogo gli eventi irregolari e inclassificabili.

Oltre alle illustrazioni per le proprie opere letterarie, Schulz ritrasse amici, conoscenti, mecenati, familiari.

A un altro spicchio della sua opera appartengono le stampe raccolte nel “Libro Idolatrico” (Xięga bałwochwalcza). Più che di un vero e proprio libro (per quanto in polacco antico la parola “xięga” riporti all’idea di libro primigenio, concetto già esplorato da Schulz nelle prime pagine del “Sanatorio all’insegna della clessidra”)si tratta di una serie di opere prodotte tra il 1920 e il 1924, realizzate con la tecnica del “ clichè-verre” : Si disegna con uno stilo su una superficie di vetro coperta di gelatina nera. Il risultato è una sorta di negativo che viene poi ricopiato su carta fotosensibile, sviluppato, fissato e lavato proprio come fosse pellicola”. ( Lettera a Zenon Wasniewski, 1934.)

Schulz preparava diverse copie di ogni immagine e le consegnava, avvolte nella stoffa, ad amici fidati: in questo modo, alcune sono riuscite a sopravvivere alla guerra.                                  Ad accomunare questi disegni è un tema che abbiamo già incontrato ne “Le botteghe color cannella”: la sottomissione a una figura femminile traboccante di potere e fertilità, da parte di figure maschili fragili, evanescenti, che in alcuni disegni sembrano quasi trasformarsi in esseri subumani.

Bruno Schulz "La processione"
Bruno Schulz “La processione”

Questo genere di rapporto è rappresentativo di un altro concetto chiave nell’opera di Schulz: ossia l’umiliazione necessaria all’artista per accostarsi alla materia e farne l’oggetto della sua creazione.Si giunge quindi a una giustificazione dell’idolatria e del sacrificio, indispensabili per giungere a conoscere la “donna”, materia della creazione, e trasformarla in arte.

Nel Libro Idolatrico troviamo tre diversi prototipi femminili: il primo è quello della bambina la cui femminilità non si è ancora del tutto sviluppata, e tende all’androgino;

Bruno Schulz "Una bambina e i suoi nani"
Bruno Schulz “Una bambina e i suoi nani”

Compare poi la figura di Undula, una giovane donna consapevole del suo potere, ma che respinge l’idea dell’uso della violenza fisica;

Bruno Schulz "Undula e gli artisti"
Bruno Schulz “Undula e gli artisti”

Infine, arriva l’immagine della donna dominatrice e aggressiva che non si fa scrupoli nel maltrattare fisicamente i propri adoratori.

Il libro idolatrico
Il libro idolatrico

L’ultima magia di Schulz

Il talento di pittore segnò anche l’ultimo periodo della vita di Schulz. Negli anni della seconda guerra Mondiale, Dohobrycz fu prima sotto il controllo sovietico, poi sotto quello tedesco e infine nuovamente sotto i russi nell’ultima fase della guerra.

Schulz, rimasto l’unico sostegno della famiglia dopo la morte del fratello maggiore e il suicidio del cognato, dovette trovare il proprio posto per la sopravvivenza, e v riuscì offrendo i propri disegni e affreschi.

Nel 1942 entrò nelle grazie di un ufficiale della Gestapo, Felix Landau, che lo “proteggeva” in cambio di un aiuto nel lavoro d’ufficio (Schulz parlava bene il tedesco e fu traduttore di Kafka) ma sopratutto in cambio della sua arte.

Alcuni testimoni riportano che Landau si fece ritrarre da Schulz in diverse occasioni; purtroppo, questi dipinti sono andati perduti, poiché Landau li fece bruciare come materiale compromettente.

Ma l’opera principale che Schulz dipinse agli ordini di Landau fu il ciclo di affreschi ispirato alle fiabe dei fratelli Grimm, che andò a decorare la stanza dei bambini in un casa requisita dall’ufficiale tedesco. Ed è in questi affreschi che Schulz compie la sua ultima magia, l’ultima trasformazione della realtà: sotto il suo pennello, i personaggi delle fiabe prendono le fattezze degli abitanti ebrei della cittadina, e, significativamente, il volto della strega cattiva è quello dell’amante di Landau, e compare ancora una volta l’immagine del calesse,e alla sua guida, forse, c’è proprio Schulz.

Dagli affreschi di Drohobycz ( origine della foto il sito http://riowang.blogspot.it/)
Dagli affreschi di Drohobycz ( origine della foto il sito http://riowang.blogspot.it/)

Schulz in questi affreschi mostra per l’ultima volta come sia possibile che il mondo reale e il mondo della letteratura si incrocino: a coloro che hanno letto L’armata a cavallo di Isaak Babel non sfuggirà l’analogia con il pittore Pan Apolek, che nella novella omonima inserisce nel proprio affresco religioso i volti degli abitanti di Novograd-Volynsk.                         Il 19 novembre 1942 a Dohobrycz durante un’azione della Gestapo persero la vita 264 ebrei; tra loro Bruno Schulz,vittima della rivalità tra Landau ( che si vantava di avere ai suoi ordini “un vero artista”) e un altro ufficiale delle SS, Karl Günther. Le testimonianze a proposito delle ultime ore di Schulz sono contraddittorie; sappiamo con certezza solo che il gesto di Günther fu dettato da un desiderio di vendetta contro Landau, che qualche tempo prima aveva ucciso un altro ebreo che era sotto la protezione di Günther: “Tu hai ucciso il mio ebreo, e ora io ho ucciso il tuo”.