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Terzo giorno: una maratona emozionale

Nel pomeriggio di ieri il programma ha mantenuto dei ritmi un po ‘ meno frenetici dei giorni precedenti, permettendo di vedere tutti i film previsti,  in una maratona che è durata dalle 17 alle 22 30.
I tre documentari presentati raccontavano tre volti diversi della storia ebraica, in un immaginario percorso cronologico che comincia in Norvegia sotto il dominio nazista, passa in  Israele nel 1948 e arriva infine nella Polonia dei nostri giorni.
Il primo film, “The Tram to Auschwitz”  narra la storia di Samuel Steinmann,  l’ultima memoria vivente dell’Olocausto sul suolo norvegese: nel 1942  vennero deportati oltre 500 ebrei, che percorsero un lungo viaggio d’orrore per arrivare fino ad Auschwitz,  dove solo 186 di loro vennero ritenuti abili al lavoro.
Samuel Steinmann era tra loro, e nel documentario compie nuovamente tutto il viaggio fino al campo di concentramento, e nel frattempo racconta la propria storia:  l’infanzia a Oslo, la storia dell’azienda di famiglia, la morte della madre, lo smembramento della famiglia in seguito alla requisizione della loro casa, e infine l’arresto nel 1942.
All’epoca la comunità ebraica norvegese ammontava a 1500,  un numero esiguo se paragonato ai numeri del territorio polacco, in cui prima della Guerra la sola Varsavia contava 350.000 cittadini ebrei;  ma a segnare il destino della piccola comunità venne segnato dall’ossessione di Hitler per la purezza del sangue nordico.
Nel dicembre del 1942 la nave ” Ds Danubio ” salpa da Oslo portando via il suo primo carico di prigionieri: il viaggio prosegue per via di terra su vagoni merci, fino a concludersi davanti al cancello di Auschwitz. 
Racconta Steinmann: ” Arrivai davanti alla scritta ” Il lavoro rende liberi “. E mi chiesi: liberi da cosa? Dalla vita forse?”
Dopo appena tre o quattro mesi, i 186 ebrei norvegesi selezionati per il lavoro erano rimasti appena in venticinque. Tra coloro che persero la vita c’era il fratello maggiore  di Steinmann, Henry: ” Era estroverso,  affascinante,  un attore talentuoso”. Purtroppo, queste doti non erano  sufficienti a garantire a Henry di soddisfare i parametri lavorativi richiesti dal sistema di Auschwitz: Samuel lo vide un ultima volta poco dopo il loro arrivo al campo, quando il fratello gli annunciò che era stato trasferito a Birchenau, e solo dopo la guerra scoprì che era morto nella camere a gas.
Al momento della disfatta nazista, Samuel e gli altri ebrei norvegesi furono tra coloro che vennero trascinati nella marcia della morte da Auschwitz a Buchenwald.
Alla fine della guerra, Samuel e i suoi compagni poterono finalmente tornare a casa: erano rimasti in cinque.
Il racconto di Steinmann si conclude sulla nave che lo riporta a casa dopo il suo pellegrinaggio; rientrando nel porto di Oslo, si ricorda del suo incontro con un suo compagno d’infanzia sulle banchine del porto nel giorno stesso del suo ritorno.
Le ultime inquadrature del film lo ritraggono circondato dalla sua famiglia, mentre viene insignito della Medaglia Reale D’oro al  Merito, una onorificenza norvegese che premia non solo attività benefiche nella cultura e nell’arte,  ma anche quelle vite che vengono ritenute esemplari.

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Il secondo film, “Above and Beyond ” racconta invece le storie di quei piloti veterani della Seconda Guerra Mondiale che da varie parti del mondo accorsero in aiuto di Israele nel 1948, quando lo Stato era appena gli inizi della sua storia e non disponeva di una forza aerea che gli permettesse di difendersi e di rispondere agli attacchi.
Le vicende sono raccontate dai protagonisti in prima persona, coadiuvati da storici che corredano le loro memorie con dati obiettivi riguardo al contesto storico politico dell’epoca.
Il documentario è un resoconto interessante e prezioso dei primi passi di Israele,  e allo stesso tempo è estremamente godibile perché i protagonisti raccontano con grande piacere quelli che ancora oggi considerano i migliori anni della loro vita, aggiungono particolari slavi e catturano lo spettatore con la grande forza vitale che riescono a trasmettere.
Al centro della scena si trovano un gruppo di piloti di origine americana, e la cosa più interessante è che nessuno di loro, nella sua infanzia e prima giovinezza, si era sentito particolarmente legato alla propria identità ebraica, che era semmai considerata come una fonte di disagi, dato che in America gli ebrei non potevano entrare in polizia o in altri settori del servizio pubblico.
A cambiare tutto é la il loro scontro con la realtà dell’Olocausto:  lo shock  li spinge a mettersi al servizio di Israele quando, dopo la partenza degli inglesi, si trova in conflitto con l’Egitto: a spingerli a mettere a repentaglio la loro vita è sia il desiderio di aiutare la propria gente a combattere, sia la convinzione che se Israele cedeva, quelli che si erano trasferiti sarebbero andati incontro a un altro Olocausto.
Credo che “Above and Beyond” sia un film da vedere e sui cui meditare in maniera obiettiva : considerarlo come una testimonianza storica che può aiutarci a capire alcuni tasselli fondamentali della storia di Israele.

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L’ultimo film è della regista canadese  di origini polacche Francine Zuckerman, “We Are Here”, nato dalla seguente domanda:  ” Quale è ora la vita delle comunità ebraiche in Polonia, un paese dove il 90% degli ebrei è stata sterminato?”
La regista  intervista persone appartenenti a diverse generazioni, attraversando tutte le trasformazioni subite da una questione estremamente spinosa, dove si mischiano il rapporto con la memoria della strage,  la relazione tra identità ebraica e identità polacca, le vicende biografiche dei singoli individui e l’atteggiamento degli stessi Polacchi nei confronti sia del ricordo dell’Olocausto sia delle attività svolte dalla comunità attuale.
Le interviste offrono moltissimi spunti di riflessione: i primi ad essere intervistati sono alcuni sopravissuti, il cui rapporto con la memoria di ciò che è accaduto e delle persone care perse é, ovviamente, molto soggettivo: Agata Boldok ha perso tutta la sua famiglia ad appena 8 anni, e ha sviluppato un vero e proprio antagonismo nei confronti dell’identità ebraica: ” Io non avrei voluto essere ebrea. A nessun costo. Mi ha portato solo disgrazie” mentre Henryk,  che a 97 anni è uno degli ultimi ebrei rimasti nella cittadina di Gorza Kalwara,  si prende cura appassionatamente del cimitero ebraico della cittadina, che ha ricostruito a sue spese. Nonostante il suo atteggiamento apparentemente positivo, la sua tristezza per la perdita del mondo ebraico polacco è grande e traspare nelle parole che ripete spesso ” Sono l’ultimo ebreo a Gorza Kalwara.  Quando morirò,  sarà la fine della storia ebraica nella città.  Ma questo è il destino”.
Le generazioni immediatamente successive, i figli dei sopravissuti, si sono invece dovuti scontrare con i tentativi dei loro genitori di rimuovere tutto ciò che era ebraico dalle loro vite per riappropriarsi della propria identità. Si arriva infine all’ultima generazione,  quella dei ventenni, dove il raggio di speranza è rappresentato da Ania, una ragazza che ha appreso da pochi anni di essere ebrea e si è totalmente immersa nella sua identità,  pur scontrandosi con le resistenze di parte della famiglia.
Ai racconti degli intervistati si aggiungono le dichiarazioni di  cittadini Polacchi intervistati per strada. Molti di loro non hanno mai avuto alcun tipo di contatto con la comunità attuale né sanno qualcosa della cultura ebraica. Altri si sforzano di capire,  consapevoli del fatto che non si può capire la storia della Polonia senza gli ebrei.
La situazione è ben descritta dalle parole di Ania” I Polacchi pensano che non ci siano più ebrei in Polonia. Raccontano una storia di come sia rimasto solo un vecchio,  vecchio ebreo da qualche parte. Ma non è vero!  Noi ci siamo ancora! Noi siamo qui”.

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