Archivi categoria: Notizie dal mondo

Varie notizie interessanti o curiose dalle comunità ebraiche di tutto il mondo.

Il Daf Yomi, un ciclico viaggio nel Talmud

In tutto il mondo,  migliaia di ebrei procedono insieme nella lettura del Talmud, seguendo un programma che prevede l’esame di  una pagina al giorno: è il regime del Daf Yomi,(letteralmente “la pagina del giorno”)  che si protrae per sette anni e mezzo concludendosi con la cerimonia del Siyum HaShas. Dal giorno dopo la cerimonia, il ciclo ricomincia da capo: quello conclusosi agli inizi di questo agosto era il dodicesimo, e ci troviamo quindi, attualmente,  nel tredicesimo. Il Daf Yomi è stato ideato nel 1923 dal rabbino polacco Meir Shapiro come mezzo per ampliare il  numero di fedeli che conoscevano direttamente il Talmud,  e allo stesso tempo stringere i fili della comunità ebraica internazionale, coinvolgendo un gran numero di persone in un’attività collettiva e quotidiana.

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Meir Shapiro

Meir Shapiro

Quest’anno,  il critico letterario Adam Kirsch ha deciso di partecipare al tredicesimo ciclo di Daf Yomi, e di trasformare questa sua esperienza una sorta di “diario di viaggio” da condividere con i lettori del magazine online Tablet : ogni settimana pubblica un articolo che riassume le tematiche principali della sezione di sette pagine appena terminata. A rendere  particolarmente interessante il ciclo di articoli di Kirsch è il suo approccio laico verso la lettura del Talmud, che si differenzia dal tradizionale approccio esclusivamente religioso. Per questo motivo, i suoi testi non vogliono assolutamente presentarsi come un commento al testo,  ma vanno considerati semmai come un reportage sulle questioni che sorgono nella coscienza di un ebreo laico che decide di compiere il Daf Yomi secondo in punto di vista per ora del tutto inedito. Dato che il percorso di Kirsch si snoda attraverso un dedalo di domande, il primo articolo è incentrato sul ruolo del Talmud nel porre e risolvere domande. Infatti, per quanto il Talmud venga definito sovente come un codice di leggi, nella realtà dei fatti le regole in esso contenute non sono affatto “pronte all’uso”, ma tendono in genere a creare una rete di differenti interpretazioni che si attorcigliano l’una con l’altra. L’approccio laico di Kirsch allarga la rete di domande – e di possibili risposte- a questioni storiche, sociali, di vita quotidiana;se consideriamo il Talmud non come frutto di una rivelazione divina, ma come prodotto umano e testimonianza di una precisa epoca storica, ne deriva che possa essere utilizzato come fonte di informazioni per risolvere ogni genere di questioni relative all’identità ebraica, che possono coinvolgere ambiti diversissimi,  dalla vita quotidiana, alla storia,  ai precetti religiosi.
La ricchezza delle tematiche trattate rende il viaggio del critico letterario estremamente affascinante per ogni appassionato di cultura ebraica e fonte di nuove conoscenze e spunti di riflessione.
http://www.tabletmag.com/tag/daf-yomi

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Mendy e il Golem: il primo fumetto kosher

Nel 1981, Rabbi Shneur Zalmen Zirkind ebbe l’idea di creare un fumetto che trasmettesse ai bambini i valori ebraici, inserendosi nel flusso della cultura popolare main-stream e annullare per quanto possibile quegli influssi che venivano considerati come negativi.
Nacque così ” Mendy e il Golem “, il primo fumetto ad essere certificato kosher. Allo stesso tempo, all’interno della sua trama c’era una quantità di riferimenti pop sufficienti a qualificarlo come un prodotto collaterale della cultura main-stream.
Questa doppia anima del fumetto é frutto del vissuto dello sceneggiatore Leiben Estrin e del disegnatore Dovid Soars: entrambi avevano una solida  conoscenza della cultura pop- in  particolare Estrin aveva frequentato un corso specifico all’università statale di Bowling Green- ed entrambi sono diventati progressivamente sempre più religiosi nella loro vita di adulti.
L’eroe principale è Mendy Klein, che trova un piccolo Golem nella sinagoga di suo padre, e lo adotta come animale da compagnia, dandogli il nome di Sholem. 

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Grazie all’aiuto del piccolo Golem, Mendy e sua sorella Rivky risolveranno tutta una serie di situazioni pericolose: combatteranno ad esempio contro Captain Video, un criminale che controlla a distanza le menti dei bambini tramite i videogame,  o il malvagio robot Oy Vader ( che origina chiaramente  dal Darth Vader di Guerre Stellari, modificato con la parola yiddish ” oy “, che vuol dire ” sì ” ).
Lavorando all’elaborazione del progetto,  Estrin aveva deciso di non voler inventare l’ennesimo supereroe, ma un altro genere di personaggio: all’improvviso era apparsa nella sua immaginazione  l’immagine di un piccolo Golem che aiutasse i bambini a compiere delle buone azioni. Essendo cucciolo,  non avrebbe fatto paura come un Golem adulto.
Inoltre, cercò di creare un mondo dove fosse prevalente il lavoro di squadra e la parità di generi: la madre di Mendy e Rivky sa riparare le automobili e in uno degli episodi fa parte del gruppo di eroi che salvano il mondo.
Nonostante tutto, Estrin era preoccupato che le sue conoscenze non fossero sufficienti a garantire l’affidabilità della propria opera dal punto di vista teologico: per questo motivo, “Mendy e il Golem ” venne esaminato, prima della pubblicazione, da una commissione di religiosi e studiosi.
Tuttavia, alcune delle comunità ortodosse accolsero il fumetto con ben poco entusiasmo, considerandolo quasi una forma di eresia per il modo in cui poneva fianco a fianco elementi della religione ebraica e forme della cultura pop.
Tra il 1981 e il 1986 vennero pubblicati in totale 19 numeri di “Mendy e il Golem”. I nostri eroi rimasero nel limbo delle storie non pubblicate fino al 2002, quando il progetto venne rimesso in movimento con l’idea di limarne gli aspetti più dichiaratamente religiosi ed educativi e trasformarlo in un semplice fumetto.
Venne coinvolto non meno che Stan Goldberg,  autentica leggenda dei fumetti che aveva lavorato in precedenza su Spiderman, I fantastici quattro e Iron Man, che produsse Janeiro di strisce con Mendy che vennero pubblicate in oltre 40 quotidiani ebraici negli Stati Uniti. Goldberg riteneva però che la pubblicazione di una serie di albi dedicati esclusivamente a Mendy fosse poco competitivo sul mercato odierno dei fumetti. Il seguito prova che aveva ragione: date le insistenze di Tani Pinson,  il figlio dell’editore originario,  la serie venne realizzata comunque, ma durò solo pochi numeri.

In alcune scuole ortodosse, “Mendy” viene ancora usato come metodo educativo: nel marzo del 2012, in occasione del 30 anniversario della serie, il sito COLlive ha pubblicato una selezione di strisce, incluso il primo incontro tra Mendy e il Golem,  che potete trovare sul sito – http://www.collive.com/show_news.rtx?id=18933

Un tesoro del passato sulle pareti del Vermont

Qualche mese fa, sulle pareti di un vecchio negozio nella cittadina di Burlington, nel Vermont è stato scoperto e riportato alla luce un vero e proprio tesoro nascosto :un dipinto murale vecchio di più di 100 anni.

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(Courtesy of the Ohavi Zedek Sinagogue)

Si tratta di un dipinto realizzato nel 1910 da Ben Zion Black, un artista lituano che si era stabilito in quella zona della città che sarebbe diventata poi nota come Little Jerusalem.
Mentre dipingeva, Black non poteva immaginare che la sua opera avrebbe finito per diventare la rara testimonianza di una forma d’arte che presto non sarebbe esistita più: quella dei grandi dipinti murali delle sinagoghe dell’Est Europa, che nel giro di qualche decennio sarebbero bruciate nella Seconda Guerra mondiale.
Per quasi un quarto di secolo il dipinto è rimasto nascosto sotto spessi strati di vernice:  già negli anni ’70 Aaron Goldberg,  visitando un negozio di tappeti con sua madre, era rimasto colpito dall’improbabile visione di un dipinto che spuntava tra i rotoli di tessuti; qualche anno più tardi aveva scoperto che un tempo quel negozio era stato una sinagoga.
Anni dopo, Goldberg e un membro della sua sinagoga vennero a sapere che il negozio era stato venduto,  e che il nuovo proprietario aveva intenzione di trasformarlo in un complesso di appartamenti. I loro tentativi di stabilire una strategia per spostare il dipinto rimangono infruttuosi,  e  decidono quindi, d’accordo con il proprietario dello stabile, di coprire il dipinto con delle vernice, nascondendolo così agli occhi degli inquilini,  che per 25 anni hanno occupato l’appartamento senza sapere della sua esistenza.
Due anni fa la sinagoga di Ohavi Zedek, dove Goldberg serviva come archivista,  ha preso in affitto l’appartamento, e ha riportato alla luce il dipinto, demolendo il muro che era stato eretto per proteggerlo. L’opera è stata poi affidata alla restauratrice Connie Silver, con il compito di riportarne i colori alla vivacità originale.
Oltre un secolo di residui e di impurità si sono infatti legati alla patina oleosa che era stata stesa in origine sul dipinto per proteggerlo, e ne aveva reso i colori decisamente più opachi, trasformando, ad esempio, un brillante verde pistacchio in uno spento marroncino dorato.
Terminato il restauro,  il dipinto verrà staccato dal muro e trasportato nella sinagoga di Ohavi Zedek, ma l’impresa non sarà semplice, dato che l’affresco  copre la quasi totalità della parete fino al soffitto: è stato previsto che per il suo trasferimento  sarà necessario utilizzare mezzi che vengono solitamente utilizzati per il trasporto delle navi.

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Connie Silver  al lavoro( Foto John Calish)

I Nani di Tolkien: Andata e Ritorno da Alberich a Thorin

In occasione dell’uscita nelle sale cinematografiche del secondo capitolo della trilogia dello Hobbit, il sito Time of Israel ha dedicato un piccolo articolo sulle possibili influenze della cultura ebraica nel processo di creazione del popolo dei Nani nel mondo di Tolkien. Un’idea del genere sembrava fatta apposta per mandarmi a nozze, quindi ho fatto qualche altra piccola ricerca sull’argomento. Vi avverto che potrebbe esserci qualche spoiler sulla fine della storia,  quindi se non avete letto il libro, in guardia!
L’autore dell’articolo,  Matt Lebovic,  comincia la sua trattazione con una citazione di Tolkien stesso, tratta da un’intervista registrata per la Bbc nel 1964:
” I Nani sono abbastanza ovvi- non diresti che per molti versi ricordano gli Ebrei? Le loro parole sono Semitiche, chiaramente, sono costruite per essere Semitiche”.
La questione delle origini Semitiche del linguaggio  nanico vennero ulteriormente ampliate da Tolkien in un passaggio di una lettera, sempre del 1964, indirizzata a W.R.Matthews: “Sicuramente il Khuzdul, la lingua dei Nani, ha una fonologia e un sistema di radici a tre consonanti che somigliano a quelli dell’Ebraico ( e a quelli dell’Ebraico moderno, peraltro). Le parole si formano da queste radici triconsonantiche tramite l’inserzione di vocali, il raddoppiamento di consonanti o l’aggiunta di suffissi. Compara per esempio parole e nomi ebraici come melek, David  shalom and baruch con parole e nomi nanici  come Gabilgathol,  baruk e khazad, che sono ovviamente simili per struttura fonetica ” ( citazione da ” “Jewish” Dwarves: Tolkien and Anti-Semitic Stereotyping” di Reneè Vilk,  in Tolkien Studies,  vol. 10, 2013. Consultabile parzialmente online su http://muse.jhu.edu/login?auth=0&type=summary&url=/journals/tolkien_studies/v010/10.vink.html)
La cosa buffa è che se in ebraico Baruch è un nome proprio di persona che significa “benedetto” , in nanico baruk significa “ascia”.
Un altro accenno alle affinità linguistiche tra Nani ed Ebrei è contenuto in una lettera incompiuta del 1947, citata in “Storia dello Hobbit” di John Rateliff: ” I Nani hanno un loro linguaggio segreto, ma, come gli Ebrei e gli Zingari, parlano la lingua del paese (in cui si trovano– mio).
Oltre agli aspetti linguistiche,  concorrono ad accomunare Nani ed Ebrei alcuni a fattori legati alla vita quotidiana: i Nani, esattamente come gli Ebrei, hanno perso la loro patria,  e vivono in piccole enclavi sul territorio di altre genti, pur mantenendo con orgoglio e tenacia la propria cultura ed identità;  il loro amore per la creazione di  li collegherebbe con la tradizione artigiana medioevale degli Ebrei sul territorio iberico, e, infine, il loro talento guerriero sarebbe scaturito dalla lettura di determinati capitoli della Bibbia.
Secondo alcuni studiosi di Tolkien, “Lo Hobbit” sarebbe stato progettato come un ribaltamento in “positivo” , o di”correzione” de “L’anello del Nibelungo” di Wagner,  il cui spregevole nano Alberich ha fornito alle correnti antisemite tedesche un vero e proprio serbatoio di caratteri per la costruzione della figura degradata e caricaturale dell ‘ ebreo.
Lo stesso Wagner fu per tutta la vita un fervente antisemita,  e si pronunciò più volte a favore di “una Germania libera da ebrei”
Di conseguenza, i Nani eroici e fondamentalmente simpatici (e anche pasticcioni e borbottoni, aggiungerei, quindi dotati di pregi e difetti umani) dello Hobbit sarebbero una consapevole capovolgimento di Alberich, non solo in difesa degli Ebrei, ma sopratutto del patrimonio mitico nordico che Tolkien amava, e che non poteva tollerare di vedere distorto e mutilato a scopi antisemiti.
Secondo ulteriori interpretazioni, l’Arkengemma sarebbe un’allegoria dell’Arca dell’Alleanza in cui Mosè aveva riposto le Tavole dei Dieci Comandamenti (descritta come adornata d’oro e di pietre preziose) e la Montagna Solitaria sarebbe a sua volta simbolo del Monte del Tempio di Gerusalemme per quanto questa impostazione personalmente mi convinca poco.
Ma se lo Hobbit è il capovolgimento positivo dell’opera di Wagner,  o per meglio dire la depurazione del sostrato mitologico nordico dagli elementi antisemiti impropriamente inseriti, allora perché verso la fine della storia Thorin percorre un cammino a ritroso fino ad Alberich, e, posseduto dal desiderio dell’oro, finisce per distruggere sé stesso e i suoi congiunti?
La chiave di lettura in questo caso, è il sovrapporsi della figura di Thorin con quelle degli ultimi re Ebrei dell’Antico Testamento, anche essi, come lui, ossessionati dal desiderio d’oro, e colpevoli,  come suo nonno, di attirare con il proprio famelico accumularsi di ricchezze la furia dei nemici. Colpevoli, ancora una volta, di scatenare il Drago.
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Credits: Warner Bros

Storia di un amuleto

L’Hamsa -o Khamsa- è un amuleto comune sia alla cultura ebraica che a quella islamica, raffigurante una mano simmetrica, dotata di pollici su entrambi i lati, che svolge il ruolo di protezione dal “malocchio”.Il suo nome è di origine semitica e significa “cinque”: nell’ambito ebraico si ricollega ai cinque libri della Torah e alla quinta lettera dell’alfabeto, quella “Heh” che è anche uno dei nomi benedetti di Dio, mentre in quello islamico simboleggia per i Sunniti i cinque pilastri della fede – la testimonianza di fede, la preghiera, il pellegrinaggio alla Mecca, l’elemosina e il digiuno-  e per gli Sciiti rappresenta anche i cinque membri della famiglia sacra: Maometto (Muhammad), Fatima, Ali, Hussein e Hassan.

Mano di Fatima o Mano di Miriam?

Presso i musulmani L’Hamsa viene chiamato anche Mano di Fatima, dal nome della figlia di Maometto, figura molto amata per la forza della sua fede e a cui vengono attribuiti diversi  miracoli.
L’Hamsa scaturirebbe da un particolare aneddoto della biografia di Fatima: una sera, mentre la donna era intenta a preparare la cena ( secondo altre versioni lavorava un vaso al tornio) suo marito Ali tornò a casa portandosi dietro una concubina: tale fu il suo dolore che lasciò cadere il cucchiaio e continuò a mescolare il cibo con la mano, ustionandosi gravemente senza rendersene conto (o, nell’altra versione, si ferisce la mano con il tornio). Nonostante la pena che prova, Fatima deve acconsentire a che il marito passi la notte con la concubina, e decide di spiarli:nel momento in cui Ali bacia l’altra donna,  però,  le sfugge una lacrima che si posa miracolosamente su la spalla del marito, che a sua volta si commuove per l’amore dimostrato gli da Fatima e desistere dall’incontro amorosa con la concubina.
E per questo motivo, L’Hamsa viene regalato alle donne come simbolo benaugurante, portatore della pazienza,  serenità e serietà necessarie per raggiungere prosperità e felicità.

L’Hamsa viene chiamato dagli ebrei Mano di Miriam, collegando così l’amuleto alla sorella di Mosè, o anche YAD HA’CHAMESH” (La mano dei cinque)

Piccole meraviglie

L’Hamsa viene appeso agli stipiti delle porte, portato come ciondolo, attaccato alle pareti be in generale è collocato ovunque ci sia bisogno del suo ruolo protettivo, ad esempio all’ingresso delle abitazioni o nell’abitacolo delle macchine. Il colore blu è considerato particolarmente efficace nella protezione dal malocchio: per questo motivo, spesso le Hamsa sono decorate in azzurro e con pietre e gemme di varie tonalità di blu. Nell’uso ebraico sulla superficie dell’amuleto sono spesso riportate preghiere di protezione,  come il Birkat HaBayit (benedizione della casa) o il Tefilat HaDerech (Preghiera del Viaggiatore).
Spesso le Hamsa si tramutato in veri e propri capolavori di gioielleria, adornati di simboli diversi e di pietre multicolori.
Eccone alcune tra quelle che mi hanno maggiormente colpito:

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Fonte ( Da https://www.etsy.com/it/listing/107840594/arte-judaica-impreziosito-hamsa-ebraica?share_id=19324193&hmac=873e8e4d694298c75a00e343ad6cdd076260c40e&utm_source=Pinterest&utm                       

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Fonte: http://www.deviantart.com/art/Clay-Hamsa-Hand-Pendant-325920239

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Fonte: http://www.judaism.com/search.asp?sctn=0880

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Fonte: http://www.judaism.com/search.asp?sctn=0366

Postatemi le vostre Hamsa preferite, vi consiglio di iniziare facendo una piccola ricerca su Pinterest.

From Goebbels With Love

Nel 1933  Alfred Eisenstaedt, autore della famosissima fotografia del marinaio che bacia l’infermiera all’annuncio della fine della guerra, era fotografo a tempo pieno da appena 5 anni. In quell’anno venne inviato a svolgere il proprio lavoro di corrispondente alla quindicesima Conferenza della Lega delle Nazioni. Lì si trova faccia a faccia con  Joseph Goebbels, che era stato inviato come membro della delegazione tedesca, e ha l’occasione di scattare una foto in cui si concentrano tutto l’odio razziale e il desiderio di annientamento che si agitano nella mente del gerarca nazista. L’espressione di Goebbels cambia radicalmente quando viene informato  che il fotografo che ha di fronte é ebreo. Si rattrappisce sulla poltrona, stringendone i braccioli in un parossismo di tensione.

“Stava sorridendo, ma non a me. Guardava qualcuno alla mia sinistra.Improvvisamente mi vide, e io scattai. La sua espressione era cambiata.C’erano gli occhi dell’odio.  Ero un nemico?  Dietro di lui c’era il suo segretario privato,  Walter Naumann, con  il pizzetto, e l’interprete di Hitler, il dr. Paul Schmidt. Mi  è stato chiesto come mi sentissi a fotografare questi uomini. Non tanto bene, naturalmente,  ma quando ho la macchina fotografica in mano non ho paura di nulla. Questa immagine avrebbe potuto essere intitolata  ” Da Goebbels con amore”. Quando mi avvicinai a lui nel giardino dell’albergo,  guardò verso di me con occhi colmi di odio e aspettò che abbassarsi lo sguardo. Ma io non lo feci” (fonte: Time.com)

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Fonte ( http://www.masedomani.com/2014/04/29/storia-di-una-fotografia-la-malvagita-in-uno-sguardo/

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Fonte (www.sittablog.com)

Talk Yiddish To Me

Talk Yiddish To Me

Una geniale parodia del videoclip della canzone “Talk Dirty To Me”. L’ho trovato stamattina sulla mia bacheca di Facebook,  sono andata a guardarlo per curiosità e ho scoperto l’esilarante canale Jewbellish e il suo gemello JewbellishMent,  un’autentica miniera di video a prova di lunedì mattina. Cominciate la settimana guardandovi la parodia Mad Men , il video di Happy Purim o la versione ebraica di Temple Run.

 

 

Quando l’umorismo risponde al complottismo

Fonte : http://www.aish.com/j/fs/If-Jews-Controlled-the-Internet.html
Fonte : http://www.aish.com/j/fs/If-Jews-Controlled-the-Internet.html

Sapersi adattare ai cambiamenti dell’habitat in cui si vive è la chiave per la sopravvivenza: a questa semplice legge evolutiva sono arrivati anche i fanatici sostenitori del complotto ebraico, che hanno fatto varcare alle loro audaci teorie ( oscillanti come un pendolo impazzito dalla presunta analisi politica ai fantasmagorici scenari dei poteri occulti) la frontiera della rete globale, rivelando a noi poveri ignari la terribile realtà : dietro i colossi di Internet- Google, Facebook, Amazon, Twitter, e così via- ci sono loro, gli ebrei, che hanno creato questi strumenti per controllarci e portare a termine il loro piano. Sentitevi liberi di scegliere tra le varie teorie complottiste attraverso quali esatti mezzi il misterioso progetto verrà realizzato: che si tratti di Terza Guerra Mondiale,  di un disastro economico, disastro ecologico,di un’ invasione di manguste zombie volanti, a fine è più o meno sempre la stessa, cioè il generale asservimento di tutti i non ebrei.  Prendetevi un po’ di tempo, fate una sommaria ricerca su Google e godetevi un viaggio in una gigantesca sindrome di persecuzione venata di paranoia: in seguito, i film di Machete vi sembreranno opere di duro e sensato realismo.

Nel giugno del 2009 compare , ad opera della Free Research Foundation, un articolo dal titolo ” The Jewish hand behind Internet- Google, Facebook, WIkipedia, Yahoo, Myspace, Ebay…”  Io l’ho rintracciato sul sito  radioislam.org,  ma il testo ha poi zampettato su vari altri siti, diffondendosi capillarmente fino ad approdare, all’inizio di quest’anno, su quello dell’associazione olandese a favore della Palestina “Stop de Bezetting” – “Stop the Occupation”, provocando l’intervento dell’Ufficio contro la Discriminazione olandese e del Centro per la Documentazione e Informazione su Istraele che hanno compilato una protesta online. La fondatrice dell’organizzazione,  Gretta Duisenberg, ha rifiutato di eliminare l’articolo, sostenendo che non è in contrasto con le leggi olandesi contro la diffusione di materiale che inciti all’odio o alla violenza.

Cosa contiene esattamente questo articolo?Come è scritto nell’introduzione, dalla prima versione del 2009 è stato gradualmente arricchito di nuovi materiali che dovrebbero servire a dimostrare il complotto. Fondamentalmente, è un lungo elenco delle maggiori personalità di Internet che sono di famiglia ebrea; l’indagine coinvolge poi la loro vita privata, compresi viaggi in Israele, matrimoni, amicizie, attività di beneficienza. Di Sheryl  Sanberg, ex vice presidente in Google e attuale direttore operativo di Facebook, è scritto: “è ben connessa alla comunità ebraica e al business della “filantropia”, uno dei passatempi preferiti degli ebrei dove possono prendere una piccola parte della loro enorme ricchezza guadagnata dai ” goym” e impiegarla in piccoli progetti di loro gusto, per dimostrare quanto sono umani, generosi e aperti mentalmente” Con il tono di chi ha scoperto un’acqua particolarmente calda, gli autori dell’articolo ci informano che le iniziative di questi personaggi hanno ricevuto spazio nella stampa ebrea internazionale.

Per quanto l’articolo possa portare alla luce degli avvenimenti e dei materiali interessanti per chiunque sia curioso del mondo che lo circonda o interessato alla cultura ebraica moderna- come la visita di Shimon Peres nella sede di Google,l’intervista al fondatore di Google  Sergey Brin, o quella al compagno di stanza di Zuckemberg-, è comunque un testo noioso, una mera sequela di fatti sfilacciati e privi di collegamenti teorici sostanziali l’uno con l’altro. La mancanza di un solido apparato teorico gli impedisce di essere anche solo interessante come oggetto grottesco: niente manguste zombie volanti questa volta, mi dispiace. Credo che questo articolo  possa mostrarsi di un qualche stimolo solamente per coloro che già sono fermamente convinti del complotto ebraico, e non hanno quindi alcun bisogno che i fatti citati siano messi un qualsiasi ordine di causa effetto, oppure per quelli che si interessano ai fenomeni di rinascita dell’antisemitismo.

A questo simpatico lavoro ha risposto il comico statunitense Mark Miller nel suo articolo ” If Jews controlled the Internet…” ( pubblicato sul sito http://www.aish.com) dove , giocando con gli stereotipi, prova a immaginare come sarebbe il mondo di Internet se fosse davvero controllato dagli ebrei. Facciamo così conoscenza con Jewgle, dove ogni ricerca effettuata condurrà automaticamente a siti che supportano la causa di Israele, e che comprende nel proprio software un’applicazione che permette di ” esaminare tramite laser-scan qualsiasi persona, per scoprire se appartiene veramente al Popolo Eletto o se fa solamente finta”; con Jewtube, in cui è possibile visualizzare una ricchissima quantità di video creati da ebrei, compresi un documentario di 27 ore sulla storia di Israele e il filmato dell’incontro in cui gli ebrei scoprono di controllare Internet e si mettono d’accordo per non dirlo mai a nessuno; Jewmazon.com , dove è possibile acquistare ogni genere di gadget a tema ebraico,compresi trampolini decorati con la bandiera di Israele o cioccolatini kosher con scatola musicale; ed altre invenzioni esilaranti come Jewkipedia o jewBay.

Consiglio di leggere l’articolo complottista e la sua parodia  uno di seguito all’altro: oltre ad essere divertente, fa nascere il consolante pensiero che l’umorismo possa essere la migliore risposta a queste assurde teorie. Mettiamoli in ridicolo- più di quanto abbiamo fatto inconsapevolmente loro stessi-  speriamo che  così possa funzionare il vecchio motto, e che una risata li seppellisca.

The Jewish hand behind Internet- Google, Facebook, WIkipedia, Yahoo, Myspace, Ebay…”: http://radioislam.org/islam/english/jewishp/internet/jews_behind_internet.htm

L’articolo di Mark Miller: http://www.aish.com/j/fs/If-Jews-Controlled-the-Internet.html

Altre informazioni sul caso: http://www.tabletmag.com/scroll/162559/jews-control-the-internet-says-pro-palestinian-website

Jews who Rock: 60 anni di rock and roll al Museo Ebraico di Milwaukee

Sapevate che Pink, Bob Dylan, I Beastie Boys e Tommy Ramone sono di origine ebrea?

Origine: http://www.jewishmuseummilwaukee.org/index.php
Origine: http://www.jewishmuseummilwaukee.org/index.php

Dal 27 aprile al 10 agosto di quest’anno il Museo Ebraico di Milwaukee, in Wisconsin, dedicherà una mostra al ruolo svolto da musicisti, produttori, cantanti e autori ebrei nella nascita e nello sviluppo del rock and roll. Un  puzzle di materiali biografici e storici, memorabilia di concerti come poster,foto, dischi e registrazioni racconta questa storia che comincia molto prima della nascita del rock and roll, quando i motivi musicali nati nell’Europa dell’Est e in Russia attraversano l’Atlantico dentro il bagaglio identitario di coloro che emigrano, per trovare una nuova casa nella “Tin Pan Alley” ( nome dato all’industria musicale newyorchese che dominò il mercato della musica popolare nordamericana tra la fine del 19° e l’inizio del 20° secolo) e lì fondersi con suoni di altre culture prima di diffondersi per tutto lo Stato.

La mostra è accompagnata da una serie di iniziative che esplorano specifici aspetti dell’influenza ebraica nel rock and roll e in generale nell’industria musicale americana. Ad esempio, il 12 giugno Steve Palec, che ha condotto uno dei più longevi programmi radio di Milwaukee ( Rock and Roll Roots) parlerà delle origini musicali e degli esordi di molti dei musicisti protagonisti della mostra; mentre il 23 dello stesso mese il professore Jonathan Z. S. Pollack condurrà i partecipanti in un viaggio attraverso una storia ebrea del business del rock and roll,  seguendo le vicende non solo di musicisti, ma anche di imprenditori che hanno seguito le orme dei loro padri nell’industria dello spettacolo per entrare a far parte dell’industria musicale. Dato che il rock and roll ha senza alcun dubbio cambiato radicalmente la struttura del mondo musicale, Pollack si chiede: possiamo chiamare il rock and roll ” un affare ebreo?”