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Seconda parte: L’orrore prima di Auschwitz e la rinascita

L’inizio del 1943 porta con sé la distruzione di due miti:Il il primo è quello dell’invincibilità dell’esercito tedesco, spazzata via dalla disfatta delle truppe naziste sotto il comando del Generale Paulus a Stalingrado; il 19 aprile divampa la Rivolta del Ghetto di Varsavia, la migliore risposta alla calunnia della propaganda nazista secondo la quale gli ebrei sono ” geneticamente incapaci di resistenza fisica”                                                                                                           Il nuovo ordine tedesco vacilla. L’eco di questi due avvenimenti risuona anche nell’Estonia occupata; la speranza di controllare le risorse energetiche nel territorio del Mar Caspio è ormai sfumata, e per compensare la perdita è necessario riprendere la produzione estone di petrolio e ardesia. Il 21 giugno 1943 Himmler dà l’ordine di liquidare tutti i ghetti sul territorio della Bielorussia e dei Paesi Baltici, e di trasferirne  i sopravvissuti in campi dove sarebbero serviti da forza lavoro gratuita.

Immagine Il campo di concentramento di Vaivara

I primi di loro vengono trasportati a Vaivara, una piccola località che servirà principalmente come snodo, da cui i prigionieri vengono assegnati ai vari campi di lavoro. Alcuni di essi erano costruiti in prossimità di miniere e impianti di raffinazione; altri avevano un’esistenza di appena poche settimane o mesi, ed erano legati a un’obiettivo specifico, ad esempio la costruzione di difese militari , strade sterrate, campi militari o ferrovie a scartamento ridotto. Entro l’autunno, il sistema si era completamente sviluppato ed occupava la zona del Nord Est dell’Estonia e le vicinanze di Tallinn. I treni carichi di prigionieri si fermavano alla stazione di Vaivara, dove i bambini venivano strappati ai loro genitori, caricati su dei camion e spediti verso una destinazione sconosciuta- che si rivelò poi essere il campo di concentramento di Salaspils.

Nella primavera del 1944, con l’Armata Rossa ormai alle frontiere, i Nazisti tentarono di cancellare le tracce dei loro crimini. In quel periodo arriva sul territorio occupato il “Convoglio 73” l’ultimo a trasportare deportati ebrei, diretto in Lituania da un campo di transito che si trovava vicino a Parigi. La maggior parte di essi venne sterminata immediatamente a Kaunas; gli altri, totalmente debilitati dal lungo tragitto, vennero trasferiti a Tallinn e da lì al “Campo di Educazione e Lavoro 2”. Una parte di essi fu costretta al lavoro di inumazione e cremazione dei corpi delle vittime degli anni precedenti. nell’estremo tentativo di far scomparire quello che era successo. Ancora non è stato possibile individuare il posto dove queste “operazioni” ebbero luogo.

Dai primi giorni del 1944 il porto di Tallinn lavorò solo in regime di evacuazione. Appurato che non sarebbe stato possibile mantenere il controllo sull’Estonia, i Nazisti in fuga tentarono di portare via dal paese qualsiasi cosa avesse un valore economico, inclusi i loro schiavi. Coloro che erano riusciti a sopravvivere nell’Estonia “Judenfrei” avevano di fronte a loro un lungo viaggio, in condizioni disumane, verso i campi di lavoro dislocati sul territorio tedesco.

Immagine Il monumento commemorativo delle vittime di Klooga ,Foto di Sander Sade, da Wikicommons)

Tra i campi che facevano parte del “sistema di Vaivara” quello di Klooga godeva di una “buona fama”. “Un buon campo” lo definivano scherzando i prigionieri, un posto dove lavoravano non solo i prigionieri ma anche civili, e questo permetteva di barattare gli ultimi oggetti di valore, preservati a prezzo di altissimi sforzi, con un poco di cibo. Di tanto in tanto, le autorità del campo affittavano i propri schiavi alle fattorie vicine, dove avrebbero dovuto completare qualsiasi lavoro richiesto in cambio di una razione di cibo.                       I primi prigionieri , circa seicentocinquanta ebrei del ghetto di Vilnius, arrivano a Klooga l’8 settembre 1943. La popolazione del campo continuerà gradualmente ad aumentare fino ad arrivare a 2300 persone alla fine del luglio 1944. Il lavoro forzato dei suoi abitanti era sfruttato principalmente dalla “O.T “, che produceva oggetti militari e i loro componenti.

E’ proprio da Klooga che giungeranno al mondo le prime, terrificanti immagini di cosa veramente sia il “nuovo ordine” voluto dal Reich tedesco. Il giorno nero di Klooga  comincia la mattina presto del 19 settembre 1944, quando un ufficiale delle SS comunica all’amministrazione del campo e ai comandanti  che non è più possibile evacuare i prigionieri per mare. E’ una sentenza di morte, ma, ancora una volta, comincia la grande menzogna. Ai prigionieri viene detto di prepararsi per l’evacuazione, e un gruppo viene inviato a tagliare della legna, apparentemente per le fornaci delle locomotive, in realtà per accendere i giganteschi falò su cui avrebbero bruciato i corpi delle loro vittime. A mezzogiorno,  presa ormai coscienza di non aver più nulla da perdere, i nazisti aprono il fuoco e il massacro comincia. Qualche giorno più tardi le truppe dell’Armata Rossa varcano i cancelli di Klooga ed entrano nell’incubo. I nazisti si sono dileguati senza aver il tempo di finire il loro “lavoro”: ovunque, giacciono confusamente i cadaveri di coloro che sono stati uccisi per ultimi, vicino a pile di corpi parzialmente bruciati, legname, pozze di petrolio.Per giorni e giorni si sentirà nell’aria l’odore della carne umana bruciata.

Questa potrebbe essere la fine della storia, soffocata dal fumo dei falò di Klooga. Ma nel 1945 a Tallinn, al numero 23 della via Kreutzwald, apre una nuova sinagoga. Piano piano la vita rinasce, facendosi strada tra l’orrore di quello che è successo e la nuova occupazione sovietica.Sopratutto a partire dalla seconda metà degli anni 60′ la vita culturale riprenderà slancio, con il riconoscimento legale delle associazioni e la nascita di teatri in yiddish. In questo periodo la comunità ebraica intraprende due grandi battaglie:  nel 1967  comincia quella per il diritto ad emigrare in Israele ( che porterà al picco di  emigrazioni dei primi anni 70′), mentre nel 1968  viene chiesto alle autorità sovietiche il permesso di costruire un monumento in memoria delle vittime dell’Olocausto nel cimitero di Rahumae ( il permesso verrà negato e la comunità dovrà ripiegare su una cerimonia ufficiosa nel 1973). La vera e trionfale rinascita coincide significativamente con il recupero dell’indipendenza da parte dell’Estonia, con la fondazione nel 1988 della Società Culturale Ebraica Estone. La data ufficiale della dichiarazione d’indipendenza è il 16 novembre : appena tre giorni dopo, il 19 novembre, apre la Società Culturale Ebraica di Tartu, seguita il 20 novembre da quella di Narva. E’ l’inizio di un percorso destinato a non fermarsi più:  anno dopo anno, vengono creati o riaperti asili, teatri, scuole, associazioni, centri di cultura. Il 2 maggio 1989 avviene, finalmente, la prima riunione pubblica della comunità dai tempi della Seconda Guerra Mondiale: è dedicata alla memoria delle vittime dell’Olocausto.  La strada continua tuttora, e nel sito del museo veniamo tenuti costantemente informati sui progressi della comunità estone: l’ultimo avvenimento inserito nella tabella delle “Date Principali” risale al settembre dell’anno scorso, quando è stato aperto al numero 5 di Via Suve a Tallinn l’asilo “Aviv”.

Volendo raccontarci una storia di vita, e non solo di morte, il museo ha sezioni dedicate ai vari aspetti della attività della comunità ebraica estone: familiarizziamo così con il suo sistema educativo, che dovette essere completamente ricostruito nel 1988 ( durante il regime sovietico era vietato tenere studiare l’ebraico o utilizzarlo come lingua per lo studio di qualsiasi disciplina), con brillanti esponenti di vari campi del sapere e delle arti e con un vastissimo sistema di associazioni, che comprendevano lo sport, la musica, il teatro. Altrettanto spazio viene dato al ruolo rivestito dagli ebrei nell’economia estone.

Un posto speciale meritano coloro che durante gli anni dell’Olocausto hanno aiutato gli ebrei. Di ognuno di loro ci viene dato nome e cognome e una breve descrizione dei loro atti eroici. Di tanto in tanto ci imbattiamo in personaggi il cui nome è andato perduto, ma le cui azioni rimangono nel ricordo dei sopravvissuti: è il caso dell’estone che registrò come sue figlie due bimbe ebree il cui vero padre era arruolato nell’esercito, salvandole così’ dalla morte o del contadino che dopo la liquidazione di Klooga si recò al campo con delle scorte di pane da distribuire ai superstiti.  Helga Verleger conserva il ricordo di Uibo, una guardia estone di Klooga che era fortemente ostile ai nazisti e che tentò di fuggire insieme a una prigioniera ebrea. Venne tradito dalle altre guardie e lui e la sua compagna vennero fucilati.

Anche in Estonia non mancarono spie, delatori e traditori di varia foggia. Ma i loro nomi non vengono citati neppure parzialmente. La peggiore maledizione e vendetta, per tutti loro, è proprio di non essere ricordati, di sparire dalla memoria degli uomini.                               “queste persone sono condannate a un eterno oblio. Un oblio che è allo stesso tempo più grande e più terribile della più forte maledizione” (  Iosef Kats “Stamped “Judenfrei”- the Holocaust in the territory of the Nazi- Occupied Estonia 1941-1944″ , pg  27)

 

Il Museo Ebraico Estone a Tallinn-prima parte

Reduce dalla delusione al Museo Ebraico di Riga, devo ammettere che non nutrivo grandi speranze nel visitare il Museo Ebraico Estone che si trova a Tallinn. Ho invece incontrato una comunità che è riuscita, con uno sforzo tenace, a raccogliere i pezzi della propria identità e a ricostruirne il mosaico.                                                                                                                             Il museo è ospitato al terzo piano del palazzo sede della Comunità Ebraica Estone, a pochi passi di distanza dalla sinagoga che è stata inaugurata nel 2007. L’esposizione  è piccola ma estremamente curata: sviluppandosi in modo circolare, ci racconta la storia della comunità estone, una delle ultime a stabilirsi in Europa. Per moltissimo tempo, infatti, l’Estonia è rimasta  un punto vuoto sulla mappa europea dei centri ebraici.

Le primissime tracce ebree risalgono in realtà al 1330, quando un certo Joannes Jode ( presumibilmente un ebreo) viene citato nei registri della città di Tallinn, ma la congregazione di Tallinn non viene fondata prima del 1830. La sua origine è legata al decreto emesso dall’imperatore russo Nicola I nel 1828 e riguardante la coscrizione forzata degli ebrei nel territorio dell’Impero russo: tutti i ragazzi sopra i 12 anni devono essere separati dalle famiglie e arruolati nell’esercito, e una delle scuole militari si trovava proprio a Tallinn.  La nuova comunità si radica sul territorio con sorprendente velocità, e tra il 1845 e il 1856 compaiono a Tallinn il cimitero ebraico di via Magasini, l’agenzia di pompe funebri Hevra Kadisha e una casa di preghiere sulla via Wismari.

Lo sviluppo ebraico in Estonia viene inizialmente frenato dal fatto che il territorio si trovi fuori dalla Zona di Residenza, la regione dell’Impero russo dove gli ebrei hanno il diritto di residenza.  Nel 1867 il permesso di stabilirsi in Estonia viene concesso ai “soldati di Nicola” ( così erano chiamati coloro che avevano servito nell’esercito zarista per 25 anni) nonché alle loro mogli ed eredi, ai mercanti della Prima e della Seconda Gilda, a coloro che dispongono di un educazione superiore e a chi possiede una licenza di artigiano.  Questa data accelera la crescita della popolazione ebrea non solo a Tallinn, ma in tutta l’Estonia: tra il 1867 e il 1871 nascono le congregazioni ebree di Tartu, Parnu e Valga. Anno dopo anno, vengono aperte scuole, associazioni culturali e teatri: citando solo alcuni esempi, nel 1880 apre a Tallinn la prima scuola elementare, e nel 1883 nasce a Tartu  la Società per la Musica e la Letteratura e appena un anno dopo, nel 1884 viene fondata la “Academischer Verein für jüdische Geschichte und Literatur”” ( Società Accademica Ebrea per la Storia e la Letteratura ).

Gli ebrei legano il proprio destino a quello dell’Estonia partecipando ai principali avvenimenti nazionali successivi, dalla costruzione della Ferrovia Baltica nel 1870 passando per la Prima Guerra Mondiale e la Guerra d’indipenza Estone nel 1918.  Nel 1919 eleggono il primo Comitato Nazionale , diviso in quattro sezioni: Socialista, Indipendente, Sionista e Religiosa. Il movimento Sionista muove i suoi primi passi in Estonia nel 1898, e in diverse località ( ad esempio a Saaremaa e a Luunja) si tengono campi per preparare i giovani al lavoro agricolo in Palestina.

Lo stabilirsi relativamente tardo degli ebrei in Estonia, nonchè il fatto che costituissero solo una piccola percentuale della popolazione globale, ostacolano la nascita di tendenze antisemite particolarmente pronunciate: per quanto nel periodo tra il 1920 e il 1930 vennero pubblicati alcuni giornali antisemiti- che diffusero comunque una tiratura assai ridotta- difficilmente troviamo testimonianze di atteggiamenti aggressivamente antisemiti nella vita quotidiana. La versione elettronica del catalogo del museo cita questo frammento da un numero del 1936 della rivista inglese “The Jewish Chronicle” :”L’Estonia è l’unico paese dell’Est Europeo in cui gli ebrei non sono discriminati né dal governo nè nella vita quotidiana… l’autonomia culturale ha una grande forza  e permette agli ebrei di vivere una vita libera e dignitosa, in accordo con i loro principi nazionali e culturali”                 “Non c’è posto in Estonia per uno spontaneo antisemitismo” noterà un rapporto degli Einsatzgruppe datato 12 ottobre 1941. I nazisti attribuirono questo fatto semplicemente  alla mancanza di un’adeguata propaganda.

L”idillio” tra ebrei ed Estonia si interrompe bruscamente nel 1940, quando l’Estonia viene annessa all’Unione Sovietica: 32 associazioni culturali vengono chiuse, circa il 10% della popolazione ebrea viene deportata. Paradossalmente, questa circostanza si rivelò una salvezza per la maggior parte dei deportati: si calcola che ne sopravvissero circa i due terzi, mentre la quasi totale distruzione si abbatté su coloro che erano rimasti nell’Estonia occupata dai Nazisti.  In seguito all’invasione sovietica, nella coscienza nazionale estone  l’idea di ebreo e quella di bolscevico si fondono, portando a risultati devastanti. Con la caduta di Tallin e il suo abbandono da parte dell’Armata Rossa tra il 27 e il 28 agosto del 1944, la trappola si chiude: a Tartu l’intera popolazione ebrea viene arrestata, come conseguenza di un ordine dal maggiore Friedrich Kurg, capo della sezione dell’Estonia del Sud del gruppo partigiano antisovietico “Fratelli della Foresta”;  a Parnu, lo sterminio comincia fin dai primi giorni dell’occupazione: la maggior parte degli uomini viene fucilata, mentre donne e bambini vengono tenuti prigionieri per sei settimane in un magazzino, prima di venire uccisi. L’arrivo dei tedeschi viene visto come una liberazione dai sovietici, e le squadre partigiane partecipano attivamente con i Nazisti al processo di identificazione degli “elementi ostili”:  a partire dal 10 settembre 1941 il compito di risolvere la questione ebrea in Estonia viene affidato alla milizia di difesa nazionale “Omakaitse”, che nel periodo precedente al 28 agosto, priva di un qualsiasi ordine ufficiale, aveva arrestato 42 “comunisti ebrei”. Grazie all’azione congiunta di “Omakaitse” e dei Nazisti,il 20 settembre l’intera popolazione ebraica è schedata.  Il loro destino viene pianificato con estrema precisione: era stato infatti deciso che i massacri di ebrei che avevano avuto luogo a Kaunas e Riga nei primi tempi dell’occupazione fossero nocivi per l’immagine del “nuovo ordine Germanico” , e così, in Estonia viene deciso di evitare il metodo delle esecuzioni di massa in pubblico. Si colpiscono invece i singoli, che vengono arrestati con l’accusa di essere “pericolosi per il governo”, e, una volta riconosciuti colpevoli, vengono condotti in prigione, dove ogni loro traccia svanisce. Tutto avviene senza che sia necessaria neppure l’istituzione di un ghetto: gli uomini arrestati vengono rinchiusi nella prigione nota come Patarei, mentre donne e bambini vengono portati al campo di concentrazione di Harku. Poco si sa del loro destino successivo, ma con ogni probabilità vennero uccisi già nei primi mesi dell’occupazione nazista. Nel giugno del 1942, L’Estonia viene  ufficialmente dichiarata”Judenfrei”: ma la storia aveva in serbo un destino ancora più amaro per questo paese. L”Estonia, che aveva ospitato la più giovane comunità ebrea europea,  e che era sembrata  immune alle forme più estreme della febbre antisemita, si trasforma in una gigantesca tomba per tutti gli ebrei d’Europa. Il 5 settembre 1942  arriva il primo treno nella stazione di Raasiku, portando con sè i prigionieri del campo di Theresienstadt. E’ solo l’inizio: dal 29 settembre in poi questa stazione sarà il punto di arrivo dei treni con cui vengono trasferiti ebrei proveniente da varie parti d’Europa. E’ l’ennesima grande bugia nazista:i passeggeri viaggiano in treni confortevoli con i posti numerati e assegnati in precedenza, i bagagli sono disposti ordinatamente negli scomparti. I viaggiatori sono convinti di arrivare in “campi per famiglie” dove le persone più forti lavoreranno in industrie del Reich e anziani e bambini riceveranno le cure necessarie. Ma  ad attenderli al loro arrivo trovano la selezione che separa coloro che sono abili al lavoro dai bambini, dagli anziani e da chiunque sembra non essere in grado di sopportare duri ritmi di lavoro.I primi vengono destinati al campo Jagala, cinicamente denominato ” campo di educazione e lavoro”; gli altri vengono caricati su dei bus e trasportati fino alla valle di Kalevi- Liiva, dove, in mezzo a un paesaggio desertico, i nazisti hanno allestito un sito per le uccisioni di massa.

A proposito di questi treni c’è  sul catalogo del museo   una foto particolarmente straziante , che purtroppo non sono riuscita a reperire online e raffigura i momenti prima della partenza di uno dei “treni per l’Est” : in primo piano vediamo i passeggeri che si affrettano a salire, carichi dei fagotti con i loro averi; ma in secondo o forse terzo piano, vediamo il viso di una bimba che spunta da uno dei finestrini del treno. Sorride e guarda direttamente nell’obiettivo. Vicino a lei c’è un uomo calvo, forse con degli occhiali, anche lui guarda diretto verso di noi, e sorride mestamente. Non possiamo sapere se fossero padre e figlia, o zio e nipotina: sappiamo solo che erano in viaggio verso uno dei famosi ” campi per famiglie”

Il Museo Ebraico di Riga- ovvero, “Nessuna cosa è illuminata”

La settimana scorsa ho intrapreso con due mie amiche  un viaggio che ha toccato Riga, Vilnius, Trakai e Kaunas. Ho colto l’occasione per visitare il Museo Ebraico di Riga, situato in un antico teatro ebraico a pochi passi dal famoso quartiere Art Nouveau. Vivendo a Varsavia, sto iniziando gradualmente a orientarmi sia nella storia della comunità ebrea polacca sia nella politica operata dalla comunità attuale per cercare di recuperare e vivificare la propria eredità. Avevo quindi diverse aspettative sul museo di Riga e speravo che mi avrebbe fatto conoscere un’altra faccia della cultura ebraica. Purtroppo, invece, il museo è stato una grossa delusione.

I materiali dell’esposizione sono raccolti in piccole teche e suddivisi per aree tematiche: lo stabilirsi dei primi ebrei in Lettonia a metà del 16 secolo, le loro attività economiche, il movimento sionista o il ruolo degli ebrei nei gruppi della resistenza contro il nazismo.           Parecchi di questi reperti sono effettivamente molto interessanti, ma la completa assenza di un qualsiasi supporto informativo impedisce di apprezzarli appieno. Questa è la principale pecca del museo: non si trova un pannello, un volantino o una qualsiasi altra fonte che ci permetta di inserire in un quadro generale ciò che stiamo guardando.L’esempio più efficace è quello della teca dedicata agli esponenti lettoni del movimento sionista: troviamo alcune loro foto ( corredate di scarne informazioni biografiche), alcuni libri, qualche altro documento. Fine. Come si sia sviluppato il sionismo in Lettonia, quale sia stato il dibattito interno alla comunità su questo argomento,quale rapporto avevano tra di loro le persone di cui stiamo guardando le foto, sono tutte cose che vengono lasciate alla nostra immaginazione.

Dopo poco, la frustrazione diventa il sentimento prevalente. E’ come sbattere ripetutamente il naso contro un vetro ( e no, non sto parlando di quello delle teche): ad ogni nuovo gruppo di materiali si riaccende la grande speranza di riuscire a imparare qualcosa sulla comunità ebraica lettone, della cui portata riusciamo vagamente a intravvedere i contorni. Ma puntualmente questa speranza naufraga miseramente. A volte si ha anche la sensazione che le teche siano state riempite in maniera  casuale, che non ci sia effettivamente un filo logico tra gli oggetti esposti l’uno accanto all’altro o che questo filo sia debolissimo. Vediamo ad esempio il primo gruppo tematico, quello dedicato allo stabilirsi in Lettonia dei primi ebrei. Per informarci su questo argomento abbiamo a nostra disposizione: una foto di una tomba ebrea a Piltene, ( dove gli ebrei poterono per la prima volta acquistare terreni e costruire sinagoghe), alcuni disegni antisemiti e alcuni documenti, rigorosamente in lettone. Viceversa, il gruppo successivo ( gli ebrei in Lettonia nel XIX secolo) è forse quello più riuscito: mettendo insieme i pezzi, ossia alcune lettere della comunità ebraica, foto di personaggi importanti della comunità e vari editti antisemiti, arriviamo a una qualche conclusione: che la comunità ebraica era ben sviluppata, aveva un ruolo economico considerevole nello sviluppo del paese, ma doveva lottare quotidianamente per non venire sopraffatta.

Piccole botteghe ebree nella località di Ludza
Piccole botteghe ebree nella località di Ludza

Irritante è il piccolo, piccolissimo spazio dato alla responsabilità dei Lettoni nell’eccidio degli ebrei nella Seconda Guerra Mondiale. Lituani, Lettoni,Ucraini, Estoni e Bielorussi collaborarono attivamente con i nazisti nello sterminio delle popolazioni ebree sui loro territori. E non solo: in questi paesi erano attivi gruppi autonomi , detti “partigiani” o di “autodifesa” i cui membri massacrarono centinaia di ebrei e di comunisti veri o presunti. Con l’occupazione da parte del Reich, i tedeschi dapprima sciolsero questi gruppi, poi li ricostituirono come una sorta di polizia ausiliaria che li assisteva nello sterminio degli ebrei nelle zone occupate. Anche nelle memorie di Tadeusz Pankiewicz (vedi il mio post del 27 gennaio, “The Krakow Ghetto Pharmacy”) troviamo un riferimento a queste “squadre” : parlando dell’inizio della deportazione del 28 ottobre 1942, il farmacista scrive che le forze di polizia tedesche “erano accompagnate da šauliai pesantemente armati, collaboratori Lituani e Lettoni che facevano parte delle unità tedesche e che erano particolarmente celebri per la loro crudeltà e sadismo. ” ( pg. 160). Non troviamo nessun accenno a questi fatti neppure nelle informazioni disponibili sul sito del museo.

La parte dell’esposizione dedicata al fenomeno dell’antisemitismo  è relegata in una specie di piccolo e buio corridoio che collega la seconda e la terza sala, nella quale è esposta una sfavillante mappa  che indica trionfalmente in quali località e date i Lettoni salvarono degli ebrei. Pochi puntini rossi sparsi per l’intero territorio.  La maggior parte dei pochi ebrei che poterono godere della magnanimità dei Lettoni persero comunque la vita, insieme a coloro che li avevano aiutati, grazie all’attività di collaboratori e spie. A poca distanza dalla gloriosa mappa, occhieggiano dalle loro teche alcuni rotoli della Torah e altri oggetti sacri scampati miracolosamente a un non meglio specificato pogrom.

La mappa che mostra dove avvennero i salvataggi di ebrei a opera di cittadini lettoni
La mappa che mostra dove avvennero i salvataggi di ebrei a opera di cittadini lettoni
Oggetti sacri scampati ai pogrom
Oggetti sacri scampati ai pogrom

Rimane poi il mistero dei pannelli delle stragi, così da me ribattezzati in mancanza di una qualsiasi informazione in inglese, russo o polacco che potesse permettermi di capire a cosa si riferissero. Subito prima dell’entrata nelle sale del museo, quasi sul pianerottolo, ci imbattiamo in una serie di pannelli “informativi”, con delle foto molto impressionanti e crude. Peccato che il testo sia solo in lettone, e che non venga neppure indicato se  queste foto facciano parte della collezione del museo, visto che si trovano prima del cartello che indica l’entrata.

A discolpa degli organizzatori del museo, bisogna evidenziare che hanno ricevuto pochissimo sostegno da parte dello Stato. La maggior parte dei finanziamenti per il processo di ricerca sono arrivati da associazioni culturali straniere, sopratutto da quelle americane. Questo fatto non stupisce nel contesto dell’attuale clima politico di un paese governato da una coalizione di centro-destra comprendente il partito nazionalista,  dove nel 2012 le pressioni della comunità ebraica per ottenere la restituzione di quegli edifici pubblici ( scuole, ospedali, case di cultura) che erano stati nazionalizzati  dai sovietici nel 1940, hanno  provocato un caso politico che ha portato alle dimissioni del ministro della Giustizia Gaidis Bērziņš.

Purtroppo, ora come ora il museo di Riga è pienamente godibile solo dai visitatori che hanno già una buona conoscenza della storia ebraica in Lettonia. Gli altri sono condannati a vagare nel labirinto dei frammenti di quella che un tempo era una comunità florida e multiforme.