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The Russian Debutante’s Handbook

Era da diverso tempo che il terminare un romanzo non mi procurava nei giorni successivi una vaga nostalgia per il suo personaggio principale, come la sensazione di un amico lontano che smette di rispondere alle tue lettere. Ma  esattamente questo è successo quando ho finito l’esordio letterario di Gary Shteyngart, The Russian Debutante’s Handbook (edito in Italia da Mondadori con il titolo “Il manuale del debuttante russo”) e le strade di me e Vladimir Girshkin si sono, ahimè,  separate per un tempo indeterminato.

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Le peripezie di questo personaggio sono originate dalla sua  percezione di essere stato strappato alle sue radici: nato a Leningrado, Vladimir si trasferisce in America ancora bambino  insieme ai genitori, ma, diventato adulto, si ritrova sprovvisto di una qualsiasi bussola identitaria.
Secondo il vecchio detto per cui “troppi cuochi rovinano la minestra” troppi elementi  fusi in un unica personalità non creano altro che una miscela estremamente confusa: la sua psiche è continuamente tesa come un elastico tra il desiderio di fondersi nella normalità americana, di abbandonare il suo stato di eterno migrante per annullarsi nel confortante main-stream statunitense,  e l’estremo opposto, quello di un illusorio ritorno alla patria abbandonata.
Vladimir, al contrario dei suoi genitori, non si è affatto inserito nella realtà americana, e continua a sentirsi un immigrato in cerca di conferme e di accettazione; la completa americanizzazione dei suoi genitori gli impedisce di avere un qualche genere di legame organico con la comunità ebraica newyorchese; e, infine, nonostante tutta la sua romantica nostalgia per la patria russa, si sente estraneo anche a quella cultura, percependo chiaramente  la tradizionale dicotomia tra “russi” e “ebrei russi”..sopratutto, quello che lui chiamava il suo paese non esiste più,  data la dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Le sue tragicomiche avventure cominciano quando nel suo ufficio irrompe il signor Rybakov, detto anche ‘L’uomo del ventilatore”  ex marinaio sovietico espatriato in America, dove vive con l’unica compagnia di una famiglia di ventilatori a cui attribuisce tratti antropomorfi.
Anche Rybakov soffre della mancanza di un luogo da chiamare patria: in lui il senso di sradicamento assume le forme di un ossessivo desiderio di essere naturalizzato americano, e di acquietare così la propria sete di una paese da difendere in caso di guerra.
Tenta così di corrompere Vladimir,  che lavora in un associazione d’assistenza agli immigrati, proponendogli non solo immediati guadagni in denaro, ma anche la possibilità di lavorare a Praga per suo figlio, uno strano personaggio che si fa chiamare  “La Marmotta” e gestisce l’ambigua società finanziaria “Pravinvest”.
Il disperato tentativo di normalità di Vladimir finisce per forzare l’equilibrio instabile in cui si trova e proiettarlo bruscamente all’altro capo della linea: la sua relazione con Francesca, una giovane intellettuale, e il tentativo di procacciarsi le finanze necessarie a condurre uno stile di vita bohemienne, lo costringono (dopo aver subito delle molestie sessuali ed essersi inimicato un gangster latino americano ) a una rocambolesca fuga verso Praga, realizzando così la profezia pronunciata da un doganiere russo il giorno che la famiglia Girshkin aveva lasciato la Russia ” Tornerai, ebreo”.
Il prezzo della fuga è il tradimento di Rybakov,  per il quale Vladimir organizza una finta cerimonia di naturalizzazione, ottenendo in cambio di essere spedito a Praga nel regno della ‘Marmotta”. Ma ancora una volta il nostro non riesce a trovare pace: si rende presto conto di non avere nulla in comune con gli uomini del suo capo, e cerca di dimostrare la sua superiorità intellettuale archittettando un complesso piano finanziario, che lo porta inesorabilmente a relazionarsi non con i russi, ma con gruppi di sedicenti intellettuali americani, che lui sfrutta senza pietà.
Per un breve periodo Vladimir sarà davvero il re di Praga,  prima di pagare caro il suo momento di trionfo e il tradimento a discapito dell”‘Uomo del ventilatore “…
Nonostante tutto, non si può fare a meno, secondo me, di affezionarsi a questo personaggio, che è un vero e proprio specchio a più facce in cui possiamo trovare non solo i lati che ci rendono vulnerabili agli altri – il nostro bisogno di essere accettati e di avere un posto da poter chiamare casa, nonché quello di vivere una vita che possiamo veramente chiamare nostra- ma anche quelli con cui ci rifacciamo sul prossimo per le nostre frustrazioni.
E fondamentalmente,  sappiamo bene una cosa, alla fine del romanzo:  che Vladimir,  arruffato, goffo, pieno di complessi, a volte genialoide, irresistibilmente portato verso il grottesco e il disastro, é umanamente superiore a coloro con cui si incontra o si scontra.
Proprio per questo il suo ritorno verso la normalità ci lascia l’amaro in bocca.

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Gary Shteyngart

Tutti i prestigiatori di Dio

Al centro del libro di Ariel Toaff, ambientato nelle corti rinascimentali di tutta Europa, ci sono una serie di personaggi a cui l’autore attribuisce il suggestivo nome di ” prestigiatori di Dio”. Medici, spagirici- ossia coloro che seguivano la dottrina della medicina forgiata da Paracelso ,basata sullo studio delle leggi fisiche, chimiche e telluriche della natura- alchimisti, inventori e letterati ebrei erano richiestissimi nelle corti, e spezzavano così la consuetudine che li avrebbe voluti isolati tra le pareti del ghetto.  Proprio sulla dicotomia ghetto vs corte si basa il libro di Toaff, che ambisce a scardinare l’idea preconcetta di una storia ebraica dove esiste solo la condizione del ghetto, da lui considerata come fuorviante e limitativa.  Da un lato porre in primo piano la vita del ghetto, con le sue miserie e incertezze, e la continua lotta per allargare gli stretti margini della sussistenza, significa negare il grande ruolo svolto dagli ebrei nella storia europea del periodo rinascimentale; dall’altro, bisogna sempre ricordarsi che l’ingresso nelle corti non era concesso agli ebrei come gruppo, ma era riservato a quegli individui che potevano, con le loro capacità, essere di qualche vantaggio al principe che li ospitava.

Il prestigiatore di Dio. Avventure e miracoli di un alchimista ebreo nelle corti del Rinascimento
Il prestigiatore di Dio. Avventure e miracoli di un alchimista ebreo nelle corti del Rinascimento

Toaff costruisce una galleria di personaggi quanto più lontani dai confini del ghetto, a cominciare da David de Pomis, che dopo aver prestato servizio nei feudi maremmani degli Sforza e degli Orsini, approda a Venezia, dove diventa il medico personale di Alvise Mocenigo e sviluppa un metodo infallibile, a suo dire, per stabilire l’autenticità del giacinto. A questo zircone di coloro rosso violaceo erano attribuite numerose virtù, tra cui quella di avere una funzione protettiva contro la peste.

Ma il vero eroe del libro è Abramo Colorni, nato nel XVI secolo a Mantova. La narrazione, che segue il filo delle sue avventure e mirabolanti invenzioni, rende l’atmosfera rinascimentale tramite una lingua arcaicizzante che a tratti può rendere la lettura un pò ostica.  Ci inerpichiamo dunque dietro le tracce di quest’uomo di eccezionale inventiva, che mise le sue capacità al servizio di innumerevoli campi del sapere. Per essere inventori di corte era richiesta una buona elasticità mentale e bisognava essere capaci di affiancare alle scoperte di più ampio respiro la costruzione di gingilli e meccanismi meravigliosi, veri e propri giocattoli per la corte. Colorni progettò e realizzò ogni sorta di questi oggetti: armadi pieghevoli, palcoscenici rotanti, specchi ottagonali che riflettevano all’infinito la stessa immagine. A quest’attività “minore” Colorni affianca il suo lavoro in campi più impegnativi: si rimane sbigottiti a leggere la descrizione di come inventò e costruì il primo contachilometri- da applicarsi alle carrozze- o quella dei suoi meravigliosi orologi solari, dove l’ora era indicati dal numero di immagini del sole o della luna riflesse sugli specchi. Altrettanto interessanti sono i suoi studi dedicati alla fisiognomica della mano, da lui battezzata Chirofisionomia, e che deve essere considerata, al contrario della chiromanzia, un’autentica scienza. Colorni si proponeva di dedurre dall’aspetto delle mani di in individuo caratteristiche di tipo caratteriale  e morale, o addirittura relative all’antropologia criminale, qualificandosi quindi come una sorta di precursore di Lombroso.

” Trovo che ai ladri et malfattori non si vedano quasi mai le mani scoperte, avenga che sempre le tengono ascose o ne le bisciache o avilupate nel mantello, et questo avviene per essere assuefati al robare, onde conviene loro asconder le mani per celare il mal tolto”

Il chirosofo diventava dunque un vero e proprio psicologo anatomico, a cui nulla si poteva celare.

Seguendo le orme di Colorni ci imbattiamo in altri incredibili inventori e invenzioni, muovendoci passo passo in un’epoca in cui filosofia, scienza e magia erano strettamente legate l’una all’altra in un unico, ribollente calderone. Uno dei miei personaggi preferiti è  Maggino Gabrielli, anche lui mantovano, autore di un originalissimo metodo per aumentare la produzione dei bachi da seta che prevede una loro vera e propria istruzione: covati tra i seni di giovani fanciulle, le bestiole devono poi essere allevate al costante suono di cembali e tamburi, in modo tale che si abituino ai rumori e non muoiano per lo spavento durante i temporali. In questo modo, secondo le teorie di Gabrielli, la produzione di seta annuale sarebbe almeno duplicata.

Frontespizio dell'opera di Maggino Gabrielli dedicata all'allevamento dei bachi da seta
Frontespizio dell’opera di Maggino Gabrielli dedicata all’allevamento dei bachi da seta

Vi invito dunque a compiere questa passeggiata tra le strade rinascimentali, pronti ad incontrare il meraviglioso e il multiforme ad ogni vostro passo.

 

Mendy e il Golem: il primo fumetto kosher

Nel 1981, Rabbi Shneur Zalmen Zirkind ebbe l’idea di creare un fumetto che trasmettesse ai bambini i valori ebraici, inserendosi nel flusso della cultura popolare main-stream e annullare per quanto possibile quegli influssi che venivano considerati come negativi.
Nacque così ” Mendy e il Golem “, il primo fumetto ad essere certificato kosher. Allo stesso tempo, all’interno della sua trama c’era una quantità di riferimenti pop sufficienti a qualificarlo come un prodotto collaterale della cultura main-stream.
Questa doppia anima del fumetto é frutto del vissuto dello sceneggiatore Leiben Estrin e del disegnatore Dovid Soars: entrambi avevano una solida  conoscenza della cultura pop- in  particolare Estrin aveva frequentato un corso specifico all’università statale di Bowling Green- ed entrambi sono diventati progressivamente sempre più religiosi nella loro vita di adulti.
L’eroe principale è Mendy Klein, che trova un piccolo Golem nella sinagoga di suo padre, e lo adotta come animale da compagnia, dandogli il nome di Sholem. 

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Grazie all’aiuto del piccolo Golem, Mendy e sua sorella Rivky risolveranno tutta una serie di situazioni pericolose: combatteranno ad esempio contro Captain Video, un criminale che controlla a distanza le menti dei bambini tramite i videogame,  o il malvagio robot Oy Vader ( che origina chiaramente  dal Darth Vader di Guerre Stellari, modificato con la parola yiddish ” oy “, che vuol dire ” sì ” ).
Lavorando all’elaborazione del progetto,  Estrin aveva deciso di non voler inventare l’ennesimo supereroe, ma un altro genere di personaggio: all’improvviso era apparsa nella sua immaginazione  l’immagine di un piccolo Golem che aiutasse i bambini a compiere delle buone azioni. Essendo cucciolo,  non avrebbe fatto paura come un Golem adulto.
Inoltre, cercò di creare un mondo dove fosse prevalente il lavoro di squadra e la parità di generi: la madre di Mendy e Rivky sa riparare le automobili e in uno degli episodi fa parte del gruppo di eroi che salvano il mondo.
Nonostante tutto, Estrin era preoccupato che le sue conoscenze non fossero sufficienti a garantire l’affidabilità della propria opera dal punto di vista teologico: per questo motivo, “Mendy e il Golem ” venne esaminato, prima della pubblicazione, da una commissione di religiosi e studiosi.
Tuttavia, alcune delle comunità ortodosse accolsero il fumetto con ben poco entusiasmo, considerandolo quasi una forma di eresia per il modo in cui poneva fianco a fianco elementi della religione ebraica e forme della cultura pop.
Tra il 1981 e il 1986 vennero pubblicati in totale 19 numeri di “Mendy e il Golem”. I nostri eroi rimasero nel limbo delle storie non pubblicate fino al 2002, quando il progetto venne rimesso in movimento con l’idea di limarne gli aspetti più dichiaratamente religiosi ed educativi e trasformarlo in un semplice fumetto.
Venne coinvolto non meno che Stan Goldberg,  autentica leggenda dei fumetti che aveva lavorato in precedenza su Spiderman, I fantastici quattro e Iron Man, che produsse Janeiro di strisce con Mendy che vennero pubblicate in oltre 40 quotidiani ebraici negli Stati Uniti. Goldberg riteneva però che la pubblicazione di una serie di albi dedicati esclusivamente a Mendy fosse poco competitivo sul mercato odierno dei fumetti. Il seguito prova che aveva ragione: date le insistenze di Tani Pinson,  il figlio dell’editore originario,  la serie venne realizzata comunque, ma durò solo pochi numeri.

In alcune scuole ortodosse, “Mendy” viene ancora usato come metodo educativo: nel marzo del 2012, in occasione del 30 anniversario della serie, il sito COLlive ha pubblicato una selezione di strisce, incluso il primo incontro tra Mendy e il Golem,  che potete trovare sul sito – http://www.collive.com/show_news.rtx?id=18933

The Krakow Ghetto Pharmacy

“Il destino aveva collocato la farmacia Pod Orłem ( “All’insegna dell’aquila”) proprio nel cuore del ghetto, dove assistette alle deportazioni inumane, agli orrendi crimini e alla degradazione senza fine della dignità umana perpetrati dai Nazisti”
Il 3 marzo del 1941 il giornale “Krakauer Zeitung” annuncia l’apertura di un ghetto ebraico per “ragioni sanitarie e di sicurezza”. l’area designata è nel distretto di Podgórze, e nella sua prima fase includerà trecento venti caseggiati e una popolazione di seicento abitanti.
Nel distretto si trovano quattro farmacie,ma l’unica ad essere inclusa nei confini del futuro ghetto è quella di Tadeusz Pankiewicz, “Pod Orłem”. La data prevista per l’abbandono di quel settore da parte dei non ebrei è il 20 marzo: ma per qualche tempo la peculiare situazione della farmacia sfugge agli occhi delle autorità tedesche. Quando la discrepanza viene notata, Pankiewicz riceve l’offerta di rilevare un’altra farmacia, fuori dai confini del ghetto, che è stata sequestrata a una famiglia ebrea, ma il farmacista la rifiuta, legando il suo destino a quello del ghetto e dei suoi abitanti. Per tutta l’esistenza del ghetto, “Pod Orłem” sarà un rifugio, un punto di incontro, il posto dove cercare riparo e aiuto durante le deportazioni e dove avere informazioni sui propri cari e amici dopo i rastrellamenti.
Mappa del ghetto di Cracovia
Mappa del ghetto di Cracovia
“All’inizio del 1941, si sentiva parlare sempre più spesso della creazione di un ghetto”. Pankiewicz comincia così la sua narrazione, prendendoci per mano e facendoci respirare direttamente l’atmosfera irreale dell’inizio dell’incubo. Con l’apertura del ghetto lo storico quartiere ebreo di Kazimierz si spopola, ridotto a un deserto senza più identità.
“Il volto di Kazimierz cambiava giorno dopo giorno; il suo carattere, formatosi in centinaia di anni, cominciava a scomparire: Tra coloro che se andavano c’erano famiglie che si erano stabilite nel quartiere da secoli.  Chiudevano negozi, ristoranti e luoghi di culto, su cui il tempo aveva inciso le proprie tracce. Le originali e caratteristiche immagini scomparivano dalle strade del vecchio Kazimierz. Non si sarebbero più visti ebrei barbuti, con i cernecchi, vestiti di gabardine nera, con lo yarmulke , il feltro o cappelli di pelliccia di volpe camminare per la piazza o chiacchierare gli angoli delle strade, gesticolando in quel loro modo caratteristico. (…) Non si potevano più acquistare merci nelle ore tarde, anche se prima era facile ottenerle dai negozianti che sedevano davanti ai loro negozi chiusi”.
Dopo la Pasqua Ebraica, il ghetto si chiude sui suoi abitanti: ai confini spuntano macabri muri, foggiati nello stile delle lapidi ebree.

I muri che chiudevano il ghetto.
I muri del ghetto
Da quel momento in poi, potranno uscire dal ghetto solo coloro che sono muniti di uno speciale permesso, e ottenerlo diventerà via via sempre più difficile.
I muri lasceranno posto al filo spinato, e il ghetto diventerà sempre più piccolo, deportazione dopo deportazione.
Con il suo stile secco e preciso, Pankiewicz ci tiene ben stretti per le spalle e ci costringe a guardare in faccia l’orrore dalla finestra della farmacia, mentre piano piano ogni traccia di vita reale si sgretola, e la realtà diventa un incubo senza fine. La testimonianza del farmacista è uno spietato resoconto dei peggiori istinti umani.Spietato sopratutto per noi lettori, perchè non c’è via di fuga,siamo costretti a riconoscere che la morte che cammina per le strade ha  forma umana:
” Mentre guardavo dalla finestra della farmacia, vidi l’agitazione cessare di colpo. Nessuno gridava, c’era un silenzio mortale. Tutti si fermarono e si misero a guardare in direzione di Ulica Targowa. ” Qualcuno sta passando per quella via, qualcuno di terrificante”- pensai. E infatti, apparve Amon Goth, un uomo alto, attraente, di circa quarant’anni, con gli occhi blu, una testa ben proporzionata, un corpo possente e gambe snelle. Indossava un lungo cappotto di cuoio nero, e aveva due enormi cani ai suoi fianchi; in una mano teneva una frusta, nell’altra un fucile automatico” ( pg.227)
Amon Goth fu SS-Hauptsturmführer( capitano) e comandante del capo di concentramento Płaszów vicino a Cracovia. Fu giustiziato a Cracovia il 13 settembre 1946.
Amon Goth fu SS-Hauptsturmführer( capitano) e comandante del capo di concentramento Płaszów vicino a Cracovia. Fu giustiziato a Cracovia il 13 settembre 1946.

Le pagine di Pankiewicz sono un doppio specchio della natura umana, e siamo noi a dover scegliere quale riflesso guardare: perchè, fianco a fianco all’orrore e alla violenza, troviamo chi si oppone ad esse non solo con atti di straordinario eroismo, ma anche solo con il semplice rifiuto di venire ridotto alla semplice sopravvivenza.                                                     Nel corso della lettura, assistiamo con il cuore in gola alla progressiva distruzione della dignità umana: mentre all’inizio del ghetto gli abitanti avevano potuto coltivare l’illusione di vivere un surrogato di vita normale ( erano stati aperti luoghi di culto, ospedali, un ufficio postale, i più giovani potevano seguire lezioni clandestine di studi ebraici o di materie secolari) piano piano tutte le luci vengono spente. Ma questa vittoria del buio non è mai totale: Pankiewicz ci racconta che ciò che faceva maggiormente infuriare i nazisti era il fatto che le loro vittime rifiutassero di chiedere pietà ai propri aguzzini.

Ora la farmacia è diventata un museo, per mai dimenticare. Perchè, come troviamo scritto nella Mishnah, “l’uomo è stato creato singolo al mondo per insegnare che chi distrugge un anima ( nefesh) è come se distruggesse il mondo intero, chi salva un’anima è come se salvasse il mondo intero”

La farmacia di Tadeusz Pankiewicz
La farmacia di Tadeusz Pankiewicz
Tadeusz Pankiewicz nella farmacia con il suo staff: Helena  Krywaniuk, Aurelia Danek-Czortowa, Irena Droździkowska
Tadeusz Pankiewicz nella farmacia con il suo staff: Helena Krywaniuk, Aurelia Danek-Czortowa, Irena Droździkowska

 

                              

 

Presentazione dell’edizione polacca della graphic novel “Noi non andremo a vedere Auschwitz”

Il 16 gennaio all’Istituto di Storia Ebraica di Varsavia è tenuta la presentazione dell’edizione polacca della graphic novel di Jérémie Dres”  Nous n’irons pas voir Auschwitz” ( edito in Italia da Coconino Press con il titolo ” Noi non andremo a vedere Auschwitz”).

Il libro racconta il viaggio in Polonia di Jérémie e di suo fratello maggiore, alla ricerca del mondo che avevano conosciuto attraverso i racconti d’infanzia della nonna.                                 In  questo loro viaggio hanno scelto di non visitare Auschwitz, proprio perchè è stato una costante della loro storia di famiglia: anche quando non se ne parlava direttamente, Auschwitz era sempre in attesa da qualche parte, pronto a irrompere in scena. Ma c’erano anche le storie della nonna,  che parlavano di  un mondo esotico e lontano dal sobborgo di Parigi dove sono cresciuti.Così i due fratelli hanno scelto di esplorare l’altra faccia della medaglia:non solo la storia millenaria della cultura ebraica in Polonia, ma anche cosa significhi essere oggi un giovane ebreo polacco e quali passi si stiano facendo per rivitalizzare la lingua e la cultura yiddish.

Il titolo della graphic novel è stato lo spunto per un dibattito che ha riguardato non solo il rapporto con l’identità ebraica e la responsabilità del singolo nel preservare il passato, ma anche l’immagine della Polonia che hanno le comunità ebree in Europa e negli Stati Uniti. Jérémie ha ammesso che prima del viaggio la sua idea della Polonia  era influenzata sia dal suo background familiare sia dalla visione di film e documentari sull’Olocausto.  Il suo arrivo sul suolo polacco è stato quindi accompagnato dal timore che essere riconosciuto come ebreo potesse ancora condurre ad  un’aggressione  fisica .Uno dei primi risultati del libro è stato quello di riuscire in parte a scalfire  questa immagine negativa, almeno per quello che riguarda la famiglia dell’autore. I vertici della comunità ebraica francese hanno invece guardato con un certo scetticismo a questa nuova immagine della Polonia, da loro giudicata troppo ottimistica.

Particolarmente interessante è stato l’apporto al dibattito di Helise Lieberman, presidentessa del Centro Tauber per la Rinascita della Vita Ebrea in Polonia, che ha messo in luce la differenza di approccio tra la comunità ebrea francese e quella statunitense. Secondo la sua esperienza, infatti, gli ebrei americani condividono in maniera assai minore rispetto ai francesi ‘equazione Polonia Auschwitz.                                                                            Ha anche segnalato alcuni punti che non l’hanno convinta nell’opera di Jérémie: ha trovato un pò monocorde il quadro dato della attuale vita culturale ebrea a Varsavia e un pò riduttiva la scelta delle persone intervistate. Per la Lieberman, visitare Auschwitz è un atto dovuto nei confronti della propria identità ebraica, ma bisogna compierlo con consapevolezza: è necessario interrogarsi e capire perchè ci andiamo, con quale scopo e come intendiamo inserire questa esperienza nelle nostre vite.

L’autore ha risposto alle critiche mettendo in luce un’altra responsabilità nei confronti del passato collettivo: quella di non parlare solo di Auschwitz, ma anche di tutta la cultura ebrea polacca. Della vita e non solo della morte, perchè è lì che affondano le nostre radici.                   Il vero tema del libro è proprio la ricerca del passato come soluzione al problema di cosa significhi essere ebrei oggi.  Un problema che in un mondo sempre più globalizzato non è più limitato alla sola identità ebraica. Jérémie ha espresso la speranza che il suo lavoro possa diventare una fonte di ispirazione specialmente per la seconda generazioni di immigrati sul suolo francese, e spingerli a intraprendere anche loro questo viaggio di andata e ritorno. Dal futuro verso il passato, e viceversa.

Image   La copertina dell’edizione polacca.