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Cosa c’è di nuovo all’Istituto di Storia Ebraica di Varsavia

Di settimana in settimana, l’Istituto di Storia Ebraica offre programmi interessanti e ricchi, che forniscono un valido accompagnamento alle esposizioni temporanee , tramite percorsi di studio, presentazioni di libri e film e anche qualche momento conviviale.                Attualmente si possono visitare due diverse mostre: fino al 31 marzo, infatti,  sarà ospitata al secondo piano la mostra ” Obcy i Niemili” ( Estranei e poco piacevoli), oggetto del primissimo post da me pubblicato sul blog; e fino al 15 maggio saranno esposte una selezione delle opere del fotografo Menachem Kipnis, che ci consegnano un meraviglioso e variegato  quadro della vita della comunità ebraica in Polonia prima della Seconda Guerra Mondiale.

In questa settimana e nella prossima le esposizioni verranno contornate dai seguenti eventi:

Oggi 11 marzo alle 11 si è svolto  un incontro di studio dedicato al fenomeno del “landsmanshaftn” ossia dei comitati di mutuo soccorso formati dalle comunità ebraiche che nella Seconda Guerra Mondiale vennero deportare dalle loro città di origine e costrette ad abitare in altre località del territorio occupato dai Nazisti. Protagonista dell’incontro è il “”landsmanshaftn” formato dagli ebrei originari della cittadina polacca di Płock.  Quello che lo rende particolarmente importante è che la deportazione in questo caso portò alla nascita del Comitato Centrale di Płock a Varsavia, che divenne fondamentale nel coordinare l’azione dei comitati locali e nel fornire aiuto agli sfollati. Nell’archivio dell’Istituto  sono conservate le lettere che erano state indirizzate al Comitato Centrale a Varsavia, che ci permettono di ricostruire il funzionamento del sistema di aiuto sociale degli ebrei di Płock.

Una lettera dall'archivio dell'Istituto( foto dal sito http://www.jhi.pl/en/events/seminars/227)
Una lettera dall’archivio dell’Istituto( foto dal sito http://www.jhi.pl/en/events/seminars/227)

Giovedì 13 alle 18 è prevista la presentazione di “„Podróż do lęku” ” ( Viaggio verso l’Angoscia), prima parte dI “KONIEC/ THE END” il nuovo progettodi  Zuzanna Janin. Il video è nato dal viaggio che l’artista polacca ha intrapreso in Russia come gesto di solidarietà  nei confronti delle Pussy Riot e ha al suo centro l’attività di  quelle persone che rifiutano di accettare l’oppressione, e preferiscono invece rischiare e combattere per un presente migliore. Alla fine della proiezione seguirà un dibattito con l’autrice condotto dal professore Paweł Spiewak .

Sabato 15, per festeggiare Purim, l’Istituto e la Comunità Ebraica di Varsavia organizzano un ballo al Museo Etnologico. Nel corso della serata si potranno assaggiare i cibi tipici della festa, ci sarà musica sefardita  dal vivo e ci sarà una concorso a premi per il miglior costume.

La locandina del ballo per il Purim ( fonte: http://www.jhi.pl/en/events/book_promotions/233)
La locandina del ballo per il Purim ( fonte: http://www.jhi.pl/en/events/book_promotions/233)

Martedì 18 alle ore  11 si terrà un altro incontro di studio, dedicato all’esame dei moti antisemiti a Varsavia nella primavera del 1790.  Verranno  analizzati non solo gli aspetti sociali della questione, ma anche quelli politici, ossia come deputati e senatori cercarono di affrontare il problema durante le sedute del Sejm. Si parlerà anche  della recezione di questi eventi nella provincia polacca, dove spesso venne espressa l’opinione che ” tutti gli ebrei vanno passati a filo di spada”.

Infine, l’incontro di giovedì 20 sarà invece dedicato alla memoria di Włodzimierz Szer,  un professore dell’Istituto di Biochimica e Biofisica dell’Accademia Polacca delle Scienze , che nelle sue memorie descrive dettagliatamente la vita della comunità ebraica a Varsavia nel periodo precedente al secondo Conflitto Mondiale. I ricordi di Szer si allargano poi a comprendere la sua fuga nel 1939 nel territorio occupato dai russi e il suo arruolamento nella divisione Kościuszko.  Appassionato di musica classica e abile giocatore di scacchi, Szer lasciò la Polonia nel 1967 per emigrare negli Stati Uniti con la propria famiglia. Al termine dell’incontro condurrà un dibattito con la professoressa Magdalena Fikus, amica personale di Włodzimierz Szer.

Włodzimierz Szer (al centro) con alcuni compagni di studio (http://www.jhi.pl/en/events/meetings/228)
Włodzimierz Szer (al centro) con alcuni compagni di studio (http://www.jhi.pl/en/events/meetings/228)

Questo primo estratto dal programma dell’Istituto è ben rappresentativo della grande varietà di argomenti trattati dai loro incontri, che ci permettono di entrare in contatto di volta in volta con aspetti differenti del grande patrimonio della comunità ebraica polacca e del suo integrarsi nel tessuto del paese.

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Breslavia “città dei manichini”: il Bruno Schulz Festival

Simbolo festivalIl Festival dedicato a Schulz che si svolge ogni novembre a Breslavia rispecchia bene il carattere poliedrico dell’opera di questo artista: infatti,  se Bruno Schulz ne è il “patrono protettore” ad essere al centro del festival è una sorta di “tribù” d’adozione, composta da scrittori, artisti, poeti, musicisti e studiosi. Il 20 ottobre 2013 è cominciata la seconda edizione, e per cinque giorni il  simbolo della manifestazione ( un manichino bianco e uno nero in campo “cannella”) ha punteggiato il centro della città, e librerie, centri culturali, circoli musicali hanno ospitato numerosi eventi, in un programma  molto ricco che proponeva che discussioni accademiche, incontri con autori contemporanei,concerti e mostre, tutti legati dal filo rosso dell’appartenenza alla cultura ebraica.

Una parte degli incontri metteva in luce le connessioni dell’opera di Schulz con altri scrittori :ne è un esempio l’intervento tenuto il 21 novembre, dal titolo: “Max Blechner – il Bruno Schulz romeno”.                                                                                                                                                 Ad accomunare Max Blecher (1909-1938) a Schulz è il medesimo background sociale: anche Blecher era ebreo di origine, e viveva in provincia. Al centro dell’opera di Blecher c’è l’esplorazione della psiche umana, considerata al pari di un continente da scoprire; ed è caratterizzata da una struttura a micro-fabule, che evidenzia i legami spirituali compiendo un “movimento” dall’esteriorità all’interiorità. Altrettanto particolare è la sua lingua, che segue le tendenze dell’avanguardia prendendo in prestito termini da vari registri, ampliando così la tavolozza del linguaggio letterario.

Di estremo interesse è stato l’intervento tenuto dal giornalista e scrittore Pawel Huelle il 23 novembre, dal titolo “ Il “Messia” di Bruno Schulz: tentativo di ricostruzione”. Huelle ha tentato di “ricreare ” l’ultima opera di Schulz, che narra l’arrivo del Messia nella cittadina di Drobohycz, e che è andato dispersa..Per svolgere  questo difficile compito ha utilizzato lettere personali di Schulz e memorie dei suoi amici e sodali ( tra cui spicca il nome di Witold Gombrowicz);  attraverso questi materiali ha tracciato anche un possibile ritratto del protagonista, che secondo alcune fonti potrebbe essere l’ebreo chassidico che compare nel quadro di Schulz “Spotkanie” (“L’incontro”)

Bruno Schulz "L'incontro"
Bruno Schulz “L’incontro”

Del “Messia” ci rimane solo un possibile incipit, riportato da Artur Sandauer: “ Sai- mi disse mia madre una mattina- è arrivato il Messia. E’ già a Sambor”.

Quale sia stata la sorte del manoscritto rimane un mistero. Le testimonianze al riguardo sono estremamente confuse: di certo si sa solo che le carte che Schulz aveva con sé al momento della morte vennero consegnate alla sorella Hanna, che però morì poco tempo dopo di lui. Nel corso degli anni, sono apparse alcune “piste” che sembrava potessero portare al recupero del testo, ma che si sono sempre risolte in un nulla di fatto.  Dopo la guerra, il cugino di Bruno, Alex Schulz, ricevette un’offerta anonima per l’acquisto del manoscritto; purtroppo, Alex morì prima di poter concludere l’accordo. Una situazione simile si presentò qualche tempo dopo: l’ambasciatore di Svezia ricevette un’offerta di acquisto, sempre anonima, e cercò di prendere accordi con Jerzy Ficowski ( traduttore, scrittore e saggista, specialista dell’opera di Schulz) ma ancora una volta il destino si mise di mezzo e l’ambasciatore morì prima di ricevere il visto per l’Ucraina, dove avrebbe dovuto consegnare il manoscritto. Da quest’ultimo episodio non si sono più avute ulteriori informazioni sul manoscritto.

C’erano poi incontri che esploravano tematiche vicine al mondo concettuale di Schulz: il primo giorno di festival si è tenuto l’incontro dal titolo “Tęskota za realizmem” (Nostalgia di realismo). Gli scrittori Andrzej Bart e Eustachy Rylski hanno inanzitutto cercato di formulare una definizione del termine “realismo” più ampia rispetto a quella del vocabolario, per il quale si tratta semplicemente del“tentativo di una presentazione obiettiva delle realtà nella letteratura”.                                                                                                          Secondo Rylski, più che di un tentativo si tratta di un’illusione: infatti, ogni scrittore crea un proprio mondo e quindi anche un proprio tipo di realismo. Come si arriva dal realismo al surrealismo? Il realismo richiede la capacità di scrivere secondo un piano dove ogni scena sia dotata di un inizio, una fase intermedia e una fine collegati da un filo logico: ma questa struttura non è adatta al mondo concettuale e alle capacità espressive di ogni scrittore. In secondo luogo, scrivere (o tentare di scrivere) in maniera realistica espone grandemente lo scrittore ai colpi della critica.

Secondo Bart, invece, la chiave che apre la porta tra realismo e surrealismo è il fatto che tutti noi raccontiamo la stessa storia, e le possibilità di combinazione degli eventi sono milioni; ma solo pochi hanno il talento di raccontarla in un modo diverso da tutti gli altri, e questo talento passa attraverso il surrealismo.

Il 22 novembre pomeriggio alla Mediateca si sono susseguiti tre diversi interessanti incontri, su temi che possiamo facilmente riallacciare a Schulz: il passato, la scrittura e la vita quotidiana, e, infine, il sogno.

Nel corso del primo incontro, dal titolo “Prove di ricostruzione del passato” (Próby konstruowania przesłości) Darius Rosiak ha parlato del suo ultimo libro „L’uomo di dura cervice” (inedito in italiano) il cui protagonista, Jakub Weksler-Waszkinel, è un sacerdote cristiano che scopre solo da adulto le proprie origini ebree, e deve imparare a conoscere questa eredità. Nel corso del libro il punto di vista si sposta dai ricordi del protagonista a quelli di altri personaggi, attraverso una teoria di punti “nodali” in cui le differenti versioni della medesima storia trapassano l’una nell’altra.

Al centro del libro c’è l’indagine sulla pulsione della coscienza a rivisitare il passato, ovvero: quali sono le motivazioni dietro il nostro interesse per ciò che non è più? Spesso, ciò che ci attrae  verso lo studio del passato è la speranza di poterlo utilizzare come chiave di lettura per comprendere meglio la realtà in cui ci troviamo a vivere; tuttavia, a volte il passato può diventare una giungla in cui è difficile districarsi, distinguere cosa è veramente accaduto dalle mistificazioni apportate in maniera più o meno conscia dalla memoria. Quando però il passato diviene materia letteraria, l’autore può esercitare su di esso un dominio assoluto e arbitrario, decidere autonomamente se attenersi o meno ai fatti.

Il secondo incontro si intitolava “Sono. Scrivo” ( Jestem. Piszę) e aveva al centro il dialogo fra tre scrittrici di punta della letteratura polacca contemporanea, Natasza Goerka, Olga Tokarczuk e Maddalena Tulli, che si confrontavano cosa significhi essere uno scrittore nella vita quotidiana.

A presentarle e a coordinare la discussione c’era Stanisław Bereś, che ha cominciato l’incontro con una citazione da Wiesław Myśliwski , per il quale la creazione era “ uno stile di vita ritmico e ascetico”.

Da questo punto di partenza, le tre le scrittrici hanno caratterizzato il loro metodo creativo : per Natasza Goerke, la creazione ha ben poco a che fare con l’ascesi, semmai è la ricchezza della vita che la circonda ad offrirle i migliori spunti ispirativi, così che la scrittrice non muove mai un passo senza avere con sé il proprio computer o almeno un taccuino; Maddalena Tulli si pone praticamente all’opposto, infatti sostiene di non aver bisogni di particolari stimoli dal mondo esterno per creare, ma di trovare alimento per la sua scrittura principalmente nella sua esperienza personale; e infine Olga Tokarczuk ritiene che ognuno di noi è un “fascio” di possibilità diverse, e che la scrittura è un processo che ci permette di entrare nella corrente generata da tale fascio e di ampliare le nostre potenzialità.

Tutte e tre concordano sul motivo principale che le spinge a scrivere: sono le storie che arrivano a loro quasi gridando “scrivimi” e a quel punto è necessario riorganizzare la propria vita e le proprie attività per trovare il tempo di scrivere, perché il processo creativo non nasce da sé ma richiede uno sforzo continuo, e il talento ha bisogno di essere coltivato costantemente.

Il terzo e ultimo incontro era dedicato alla lettura di trasposizioni in letteratura di esperienze oniriche, partendo dal presupposto che una delle più importanti scene della storia dell’umanità, la creazione di Eva dalla costola di Adamo, sia avvenuto di fatto dentro un sogno. I partecipanti, – Anna Wasilewska, Bogdan de Barbaro, Adam Poprawa e Adam Wiedemann, hanno raccontato alcune delle loro esperienze oniriche personali e letto i loro brani onirici preferiti in letteratura.

L’ultimo incontro “ufficiale” si è tenuta la sera di sabato 23 novembre: Hanna Krall, scrittrice e giornalista di origini ebree (nota tra l’altro per aver raccontato a Krzysztof Kieślowski la storia al centro dell’ottavo episodio del Decalogo – Non dire falsa testimonianza) ha parlato del suo libro più recente „Biała Maria” („Bianca Maria”, collage – inedito in Italiano – di storie a tema ebraico ambientate durante la Seconda guerra mondiale) che, secondo le parole dell’autrice “non voleva saperne di finire”: pubblicato per la prima volta nel 2011, è apparsa quest’anno la nuova edizione ampliata.

Artur Szyk “ebreo, polacco, patriota, illustratore”

Numerose iniziative “di contorno”  affiancavano la parte letteraria del programma: tra esse, la mostra dedicata  all’opera di Artur Szyk, illustratore che a partire dal periodo del secondo conflitto Mondiale iniziò ad esporre i propri lavori non solo in Polonia, ma anche in Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti.

La prima sezione della mostra era collocata nella Piazza del Mercato, vicino alla fontana di vetro. In essa sono esposti vincitori e vinti insieme: le feroci caricature con cui Szyk disegnava i capi dell’Asse e il dolente omaggio alla tragedia degli ebrei e all’eroismo con cui i Polacchi difesero la propria patria.

La morte si fa da parte per lasciar passare Hitler
La morte si fa da parte per lasciar passare Hitler
La Polonia accoglie i suoi buoni vicini
La Polonia accoglie i suoi buoni vicini
In memoria del ghetto di Łódż
In memoria del ghetto di Łódż
"Alla Polonia, la mia amata patria, con amore e orgoglio"
“Alla Polonia, la mia amata patria, con amore e orgoglio”

Nella seconda sezione della mostra, ospitata nel centro culturale Ossolinski, era esposta  la versione illustrata dello Statuto di Kalisz che Szyk dipinse nel 1932: lo Statuto, concesso nel 1264 dal principe Boleslao il Devoto (Bolesław Pobożny), garantiva i diritti e la inisicurezza dei cittadini ebrei, la loro libertà di culto, di spostamento e di commercio, oltre a prevedere la creazione di un tribunale speciale per i processi in cui erano coinvolti un ebreo e un cristiano.                                                                                                 Così si espresse Szyk in occasione della presentazione al pubblico dell’opera, nel 1932: “Sono Ebreo, ma la Polonia è la mia patria. Non posso separare l’una cosa dall’altra nel mio cuore. Mi ha addolorato il contrasto polacco-ebreo, scatenato in primo luogo da elementi stranieri e che ha portato ad attacchi diffamatori dei nemici verso la Polonia, che è stata chiamata la terra dell’oppressione e dei pogrom. Nello “Statuto di Kalisz” glorifico una delle più bei atti del liberalismo polacco nella storia europea. Credo fermamente che le grandi tradizioni polacche della tolleranza religiosa e popolare trionferanno sugli insulti del nazionalismo”

Lo statuto di Kalisz: " La dedica a Jozef Piłsudski, capo dello stato polacco"
Lo statuto di Kalisz: ” La dedica a Jozef Piłsudski, capo dello stato polacco”

Inoltre, a completare una panoramica generale sull’opera di questo artista, erano esposte illustrazioni tratte dal Ciclo delle Nazioni Unite e altre appartenenti al progetto di un mazzo di carte con i disegni degli eroi di Israele.

Dal ciclo delle Nazioni Unite : "La Polonia"
Dal ciclo delle Nazioni Unite : “La Polonia”

Conclusioni

I libri che amiamo influiscono non solo sulla nostra immaginazione, ma anche sul nostro modo di percepire la realtà. Tra le attrazioni natalizie esposte nella Piazza del Mercato c’era anche una piccola mostra di pupazzi meccanici con le fattezze dei personaggi delle fiabe, chiusi in piccole vetrine. Intorno al baraccone si affollavano i bambini incantati dal vedere i loro beniamini prendere vita; e pochi passi dietro di loro c’ero io, con il cuore stretto in un anello di gelo nell’osservare le ripetitive evoluzioni dei manichini, poiché ricordavo le parole di Jakub nelle Botteghe color cannella, sulla materia che urla impotente e prende a pugni le pareti della sua incomprensibile prigione.

La Giornata della Memoria a Varsavia

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Ieri sera,nel cuore del ghetto di Varsavia, in mezzo al turbinare del vento ghiacciato e della neve, si si sono svolte le cerimonie ufficiali in occasione della Giornata della Memoria. Rappresentanti delle varie comunità religiose si sono uniti in una preghiera per ricordare coloro a cui la vita è stata strappata. La cerimonia si è svolta davanti al Monumento agli Eroi del Ghetto, che si trova proprio di fronte al Museo della Storia degli Ebrei Polacchi. Dopo la deposizione delle corone di fiori inviate dalle autorità e dalla associazioni culturali della città, si è svolto l’appello della Memoria. Chi voleva poteva recitare dal palco i nomi di parenti, amici o semplici conoscenti periti nella Shoah.                                                           Chiunque abbia viaggiato in paesi con un clima invernale molto rigido conosce bene quel particolare silenzio che nasce quando la neve si accumula e ovatta tutti i suoni, anche quelli di una grande città come Varsavia. In questa atmosfera vagamente irreale, i nomi hanno echeggiato, evocando per un momento l’immagine di coloro che li portavano.

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Altre iniziative si sono svolte nel corso della giornata: dalle 12 alle 18 un tram storico con la stella di Davide ha ripercorso il tragitto nel vecchio ghetto; all’Istituto di Storia Ebraica si è tenuto un piccolo ciclo di conferenze a tema storico.

Alle 19, al Museo della Storia degli Ebrei Polacchi, si è tenuto il concerto “”Kołysanki na wieczny sen” ( Ninnananne per l’eterno riposo”) nato da un progetto della cantante Lena Piękniewska e del quartetto jazz Soundcheck.  Sul pannello alle spalle dei musicisti, veleggiando sulle note, apparivano foto del periodo precedente alla guerra.Foto di famiglia, di amici e amiche in gita, di coppie che passeggiano tenendosi a braccetto. Cullati dalla musica, entriamo in altro mondo, in quel mondo normale e sorridente che esisteva prima dell’orrore. Proprio questo è lo scopo del progetto: ricordarci che ” oltre la tenebra dell’Olocausto c’è la luce” come recita una delle canzoni. Ma viceversa, dobbiamo anche ricordarci che dietro ogni luce può esserci la tenebra di un olocausto, spetta a noi rendere la memoria viva nel presente e impedirlo. Perchè non è difficile, con gli occhi della mente, sovrapporre alle foto proiettate nello spettacolo le nostre foto: quelle con le nostre famiglie, con i nostri amici, quelle dei piccoli momenti felici di ogni giorno.

Un momento dallo spettacolo
Un momento dallo spettacolo

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Presentazione dell’edizione polacca della graphic novel “Noi non andremo a vedere Auschwitz”

Il 16 gennaio all’Istituto di Storia Ebraica di Varsavia è tenuta la presentazione dell’edizione polacca della graphic novel di Jérémie Dres”  Nous n’irons pas voir Auschwitz” ( edito in Italia da Coconino Press con il titolo ” Noi non andremo a vedere Auschwitz”).

Il libro racconta il viaggio in Polonia di Jérémie e di suo fratello maggiore, alla ricerca del mondo che avevano conosciuto attraverso i racconti d’infanzia della nonna.                                 In  questo loro viaggio hanno scelto di non visitare Auschwitz, proprio perchè è stato una costante della loro storia di famiglia: anche quando non se ne parlava direttamente, Auschwitz era sempre in attesa da qualche parte, pronto a irrompere in scena. Ma c’erano anche le storie della nonna,  che parlavano di  un mondo esotico e lontano dal sobborgo di Parigi dove sono cresciuti.Così i due fratelli hanno scelto di esplorare l’altra faccia della medaglia:non solo la storia millenaria della cultura ebraica in Polonia, ma anche cosa significhi essere oggi un giovane ebreo polacco e quali passi si stiano facendo per rivitalizzare la lingua e la cultura yiddish.

Il titolo della graphic novel è stato lo spunto per un dibattito che ha riguardato non solo il rapporto con l’identità ebraica e la responsabilità del singolo nel preservare il passato, ma anche l’immagine della Polonia che hanno le comunità ebree in Europa e negli Stati Uniti. Jérémie ha ammesso che prima del viaggio la sua idea della Polonia  era influenzata sia dal suo background familiare sia dalla visione di film e documentari sull’Olocausto.  Il suo arrivo sul suolo polacco è stato quindi accompagnato dal timore che essere riconosciuto come ebreo potesse ancora condurre ad  un’aggressione  fisica .Uno dei primi risultati del libro è stato quello di riuscire in parte a scalfire  questa immagine negativa, almeno per quello che riguarda la famiglia dell’autore. I vertici della comunità ebraica francese hanno invece guardato con un certo scetticismo a questa nuova immagine della Polonia, da loro giudicata troppo ottimistica.

Particolarmente interessante è stato l’apporto al dibattito di Helise Lieberman, presidentessa del Centro Tauber per la Rinascita della Vita Ebrea in Polonia, che ha messo in luce la differenza di approccio tra la comunità ebrea francese e quella statunitense. Secondo la sua esperienza, infatti, gli ebrei americani condividono in maniera assai minore rispetto ai francesi ‘equazione Polonia Auschwitz.                                                                            Ha anche segnalato alcuni punti che non l’hanno convinta nell’opera di Jérémie: ha trovato un pò monocorde il quadro dato della attuale vita culturale ebrea a Varsavia e un pò riduttiva la scelta delle persone intervistate. Per la Lieberman, visitare Auschwitz è un atto dovuto nei confronti della propria identità ebraica, ma bisogna compierlo con consapevolezza: è necessario interrogarsi e capire perchè ci andiamo, con quale scopo e come intendiamo inserire questa esperienza nelle nostre vite.

L’autore ha risposto alle critiche mettendo in luce un’altra responsabilità nei confronti del passato collettivo: quella di non parlare solo di Auschwitz, ma anche di tutta la cultura ebrea polacca. Della vita e non solo della morte, perchè è lì che affondano le nostre radici.                   Il vero tema del libro è proprio la ricerca del passato come soluzione al problema di cosa significhi essere ebrei oggi.  Un problema che in un mondo sempre più globalizzato non è più limitato alla sola identità ebraica. Jérémie ha espresso la speranza che il suo lavoro possa diventare una fonte di ispirazione specialmente per la seconda generazioni di immigrati sul suolo francese, e spingerli a intraprendere anche loro questo viaggio di andata e ritorno. Dal futuro verso il passato, e viceversa.

Image   La copertina dell’edizione polacca.