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Reportage e notizie dal Festival che si è tenuto a Varsavia dal 3 al 9 novembre 2014

Il gran finale:sesto e settimo giorno

Quali sono stati i film scelti per concludere il lungo percorso nella cinematografia a tematica ebraica del dodicesimo Festival del Cinema Ebraico di Varsavia?
Sabato 8 novembre e domenica 9 hanno concluso l’evento con film che affrontavano una varietà di temi, che,  come le tessere di un caleidoscopio,  finivano per intersecarsi gli uni con gli altri, formando quadri diversi a seconda da quale prospettiva li si osservi.
Il Polin sabato sera ha ospitato due film che si collocavano su due filoni esattamente opposti:  il documentario “Watchers of The Sky”, dedicato alla figura di Raphael Lemkin,  l’avvocato ebreo di origine polacca che coniò il termine “genocidio” e lottò per tutta la vita per riuscire ad ottenere un riconoscimento internazionale di questo tipo di reato; e la commedia ” Closer to The Moon”, ambientata nella Romania comunista, e che racconta la storia vera della gang di Rosenthal, un gruppo di ex partigiani ebrei che decide di compiere una rapina in banca all’unico scopo di lanciare una sfida al sistema e sentirsi nuovamente vivi.

Dopo aver perso tutta la sua famiglia nell’Olocausto,  Raphael Lemkin,  rifugiato in America, iniziò ad elaborare una vera e propria strategia legislativa per condannare i responsabili di questi orrori e allo stesso tempo cercare di svolgere un’azione protettiva nei confronti delle vittime future di simili follie: al centro del pensiero di Lemkin c’è infatti l’idea che l’uccisione programmata di particolari gruppi etnici e/o religiosi sia un evento senza nome che si è ripetuto nella storia dell’umanità, e che, secondo un’idea ciclica della storia, continuerà a ripetersi in diversi momenti storici.
Per Lemkin era particolarmente importante ottenere un riconoscimento internazionale del reato di genocidio che permettesse un’azione legislativa  nei confronti di quei governi che compiono questo reato nei loro confini nazionali. Per tutta la vita Lemkin è stato consapevole che dato questo vuoto legislativo, se Hitler avesse sterminato gli Ebrei tedeschi senza invadere i confini di altre nazioni le sue azioni non sarebbe state perseguibili dalla comunità internazionale.
Ma “Watchers of The Sky ” non racconta solo la storia di Lemkin, ma anche quelle di persone che possono essere considerate i suoi veri e propri eredi spirituali, e che proseguono la sua battaglia: le teorie di Lemkin si sono purtroppo rivelate vere, come ci ricorda quanto sta accadendo in Sudan, e ciò che accaduto in Ruanda e in Serbia.
Dopo aver lottato tuta la vita, Lemkin ottenne il riconoscimento del reato di genocidio, e la seconda generazione di guerrieri per i diritti umani deve ora far si che il suo lavoro non sia stato inutile,  e che coloro che si macchiano di questi crimini vengano posti sotto il giudizio delle Nazioni Unite.
Il documentario è realizzato come una sorta di collage, dove le varie storie si intrecciano le une con le altre legate dal filo delle parole di Lemkin, che scorrono sullo schermo tramite un’animazione che riprende la sua calligrafia.

” Perché l’uccisione di migliaia di persone deve essere un reato minore che l’uccisione di una singola persona?” si chiedeva Lemkin. La storia attuale ci ricorda, purtroppo, che le sue parole non devono essere dimenticate, e che nessuna lotta é mai veramente conclusa.

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Alcune immagini dal film

“Closer to The Moon “, del regista Nae Caranfil  , è un inno agrodolce alla vita costruito con una struttura a scatole cinesi di film dentro il film : la gang di Rosenthal realizzò infatti la propria rapina bloccando la strada per le riprese di un finto film, e, condannati a morte, i membri del gruppo subirono la pena aggiuntiva di girare un documentario educativo sul loro crimine.
A lasciare interdette le autorità comuniste é proprio la composizione del gruppo: non si tratta di criminali comuni, ma di rispettati professionisti, amici fra di loro e riuniti intorno alla figura di Maximilian Rosenthal,   che hanno organizzato il colpo in seguito a una scommessa, in una sfida non solo al regime, ma anche alla vita che, dopo le utopie della lotta partigiana, ha inevitabilmente perso di significato.
Accettare di svolgere il documentario “educativo ” offre loro l’occasione per continuare la loro presa in giro del potere, concedendosi i capricci e i lussi dei veri attori.
La loro vicenda cambierà la vita di Virgil, il giovane aiuto cameraman  del regista  alcoolizzato a cui viene affidata la realizzazione del film, mettendolo di fronte a scelte che lo porteranno a diventare adulto: a lui spetterà il compito di impedire che la polizia politica trovi il figlio di Alice, cuore del gruppo di amici e Femme Fatale del documentario, e anche quello di organizzare il suo bar mitzvah, a cui la madre non potrà partecipare.
Oltre a Virgil, si staglia sullo sfondo del gruppo di grotteschi personaggi minori la figura del suo padrone di casa, un anziano ebreo che ascolta la radio proibita “La voce dell’America” per la programmazione di musica classica, perché “anche Bach diventa propaganda quando viene trasmesso dalla radio ufficiale”

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L’ultimo giorno di festival è cominciato alla sede della comunità ebraica di Varsavia, dove è stato proiettato un documentario dedicato a un particolare tipo di guerra : quella dell’hummus.
“Make Hummus Not War” raccoglie, come in un puzzle,  varie esperienze e punti di vista che ruotano intorno a questo cibo estremamente amato e consumato in Medio Oriente: quale è la vera ricetta? Chi lo ha inventato,  gli ebrei o gli arabi ? In quale zona di Gerusalemme si trova il ristorante dove si gusta il miglior hummus? Questo cibo è davvero, come si dice , afrodisiaco ?
Il regista Trevor Graham cerca di rispondere a queste domande attraverso una serie di incontri, interviste e naturalmente,  assaggi di diverse ricette di hummus, collegando tra loro i vari protagonisti in un cerchio magico costruito intorno a una proposta: può l’hummus essere l’ingrediente segreto nei processi di pace in Medio Oriente?

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L’intrecciarsi di racconti,  ricette e cibi viene reso attraverso una sorta di collage cinematografico, dove le interviste sono inserite in una cornice creata dal sovrapporsi di illustrazioni, fumetti, animazione e fotografie.
Al termine del film si è svolto un simpatico laboratorio, dove è stata mostrata la realizzazione dell’hummus e il pubblico ha potuto assaggiare le diverse varianti del cibo di cui si era parlato nel documentario.

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Il Festival si è chiuso con un film che parlava di tutt’altro tipo di guerra : è stato proiettato il film di Samuel Maoz “Lebanon” , premiato
nel 2009 a Venezia con il Leone d’Oro al Miglior Film, in cui la guerra in Libano del 1982  viene narrata esclusivamente attraverso l’ottica del mirino di un carro armato.
La realtà diventa incomprensibile, dato che tutto ciò che giunge ai protagonisti ha la forma a volte di un film muto, a volte di un serrato dialogo in arabo che non riescono a capire,  altre volte gli viene spiegato dall’impersonale voce dei canali radio ufficiali. 
Secondo le parole del regista, il film è di fatto la sua autonalisi per cercare di superare i traumi regressi della sua partecipazione alla guerra proprio come carrista.
“Lebanon”,  pur mantenendosi abbastanza coerente con i canoni tipici di un film di guerra,  dà un quadro molto diverso rispetto a quanto siamo abituati dei rapporti tra commilitoni: la disgregazione della realtà al di fuori del carro armato va di pari passo con quella dei rapporti umani al suo interno, dove la disciplina viene a mancare e i personaggi  si interpellano tra loro non come membri di un stesso esercito, ma come esseri umani confusi e allo sbando.
Non ci sono eroi dunque, come del resto non sempre se ne trovano nella vita reale.

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Così, il 12 Festival del Cinema Ebraico si è concluso intrecciando insieme tutti i fili che ci aveva fatto scorrere sotto gli occhi nei giorni precedenti, formando un tappeto colorato che racchiude molte cose importanti e inevitabili della nostra vita: la guerra, il cibo, il coraggio di affrontare insieme il dolce e l’amaro, la necessità  di venire a patti con il passato per costruire il futuro, e , infine, quella di trovare un senso a tutto il caleidoscopio.

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Quinto giorno : i dilemmi della cucina kosher

Venerdi 7, nella piccola ma accogliente sede della comunità abrasiva di Varsavia, siamo stati introdotti nel labirinto della cucina kosher con il documentario ” The Kosher Dilemma” del regista olandese Jigal Grant,  che nel 2012 ha iniziato una scanzonata indagine su cosa esattamente comporti l’attenersi alle regole della cucina kosher, e quali tipi di dilemma ci si trovi ad affrontare quotidianamente.
Il documentario era diviso in una serie di capitoli, ognuno dedicato a uno specifico alimento base, arrivando a comprendere uova, carne di pollo, uva, pane , gefilte fisht -la carpa ripiena tipica della tradizione ebraica è che avrete sentito nominare in innumerevoli romanzi e film- e infine un ultimo, spassoso episodio sulla ricerca del “sapore del prosciutto”.
Il lavoro di Grant è particolarmente interessante perché offre spunti di riflessione che esulano dalla singola dinamica della cucina kosher e che dovrebbero riguardare anche i nostri costumi
alimentari:  ad esempio, le uova a guscio bianco sono da preferire perché è più raro che contengano grumi di sangue all’interno, rispetto alle uova a guscio marrone; tuttavia, le galline che producono le uova bianche sono preferibilmente allevate in batteria. Cosa diventa più importante allora:  rispettare il divieto della Torah verso il consumo di sangue, o il precetto che impone il rispetto verso gli animali? Lo stesso problema si pone quando si tratta della carne di pollo: la maggior parte del pollo kosher viene da allevamenti in batteria. Facciamo così la conoscenza del pollo Chaim,  selezionato da Grant in un allevamento organico per essere il primo ‘pollo kosher felice” e cambiare così il mercato della carne kosher.
Molto divertente è l’episodio in cui Grant esplora il mondo dei prodotti alimentari industriali al gusto di bacon,  alla ricerca di un cibo che arrivi il più vicino possile al sapore del prosciutto senza contenere maiale.

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Jigal Grant e il pollo Chaim

Il programma del festival è poi proseguito con un pomeriggio interamente  dedicato ai cortometraggi: ne sono stati proiettati cinque, di cui tre- “The Shadow Forest”,  “Games” e “Hammocks” – erano legati al tema dell’olocausto,  e gli altri due, “The Visit” e “Longing” raccontano vicende legate alla vita quotidiana in Israele.
Del gruppo di film legati all’Olocausto rimane particolarmente impresso per il finale  ” Games ” : ambientato a Zagabria, dove Klara, dieci anni, cerca in tutti i modi di contravvenire gli ordini della madre che le proibisce di andare a giocare in strada con gli altri bambini.
Al contrario di quanto crede sua madre, Klara capisce molto bene quello che accade intorno a lei, ma chiaramente lo interpreta come può farlo una ragazzina della sua età, interiorizzando ilnfqtto che la causa di tutti i problemi sono gli ebrei.
La sua animosità nei confronti della madre severa, e, al contrario, l’attaccamento al padre, la spingono a formulare un piano d’azione: quando la famiglia deve separarsi, chiede candidamente ai genitori di andare un’ultima volta al parco tutti insieme; una volta lì attira l’attenzione di un soldato tedesco e gli suggerisce di controllare i documenti della madre, e in questo modo ne provoca l’arresto .
Nell’agghiacciante finale, Klara, pochi minuti dopo l’arresto della madre, chiede tranquillamente al padre ” Ora potremmo stare insieme solo noi due e io potrò uscire a giocare, vero?”
Tuttavia,  le linee narrative non sono sufficientemente sviluppate: rimane il dubbio se Klara sia realmente consapevole di tutto il peso delle sue azioni, o se sia semplicemente una tragedia derivata dalla confusione infantile mischiata a elementi di complesso di Elettra.
Estremamente curato nelle immagini, “The Shadow Forest ” ha poi vinto il premio del Festival come “Miglior Cortometraggio”: senza fare alcun ricorso alle parole, ma attraverso il rapido succedersi delle azioni, racconta la vicenda di un cacciatore polacco che, uscito nella foresta per cacciare un lupo, assiste a un altro tipo di caccia, l’inseguimento di un gruppo di ebrei da parte dei nazisti con tanto di cani.
Alla fine, in un certo qual modo, lupo e cacciatore finiranno per unirsi contro i cacciatori di uomini, salvando così un bambino del gruppo dei fuggiaschi :  la presenza del lupo intimorisce i cani dei Tedeschi,  che esitano abbastanza da consentire al bambino di fuggire e di venire raccolto dal cacciatore.

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Una scena da ‘The Shadow Forest”

A coronare la serata è stato infine proiettato il documentario “The Green Prince”. Se riceveste il copione per un film drammatico in cui il protagonista è il figlio di uno dei maggiori capi di Hamas che diventa una spia al servizio di Israele,  e infine fugge negli Stati Uniti dove si converte al cristianesimo, lo giudichereste come minimo poco realistico.Eppure questa storia è accaduta realmente, e in ” The Green Prince ” viene raccontata a viva voce dai due protagonisti, Mossab Hassan Youssef e Gonen Ben Yitzhak.
A 17 anni, Mossab viene trovato in possesso di armi e arrestato;  per il servizio segreto israeliano avere nelle propri prigioni il figlio maggiore di Sheikh Hassan Youssef è una fortuna insperata,  e immediatamente gli  viene offerto di collaborare fornendo informazioni sulle attività del gruppo.
Per Mossab questo equivale al peggiore dei tradimenti, dato che sua padre ha dedicato tutta la sua vita all’organizzazione. Ciò che vede in prigione, però,  è il trattamento riservato dai detenuti appartenenti ad Hamas a coloro che sono anche solo lontanamente sospettati di collaborare  con Israele lo porta alla conclusione che forse è proprio l’organizzazione a tradire gli ideali di suo padre e i suoi sacrifici.
Decise di collaborare, e Gonen Ben Yitzhak diventa il suo supervisore e responsabile. Per oltre dieci anni Mossab collabora con Israele mantenendo allo stesso tempo il ruolo di braccio destro di suo padre,  contribuendo in questo modo non solo a limitare gli attacchi, ma anche a proteggere suo padre quando diventa costui si espone troppo.
Ma più di dieci anni di doppia vita finiscono per incidere un segno profondo sulla psiche di Mossab, che alla fine riesce a guadagnare un periodo di “riposo” che dovrebbe ufficialmente svolgersi in Europa, ma che lo porta invece sul suolo americano,  dove si converte al cristianesimo e infine pubblica un libro sulla sua esperienza. Ma anche se ha collaborato con Israele,  il fatto di essere figlio di uno dei capi di Hamas segna inevitabilmente il suo processo di integrazione della società americana:  la sua richiesta di asilo politico viene rigettata, esponendolo al rischio di un rimpatrio forzato che gli costerebbe la vita.
È a questo punto che Gonen interviene in difesa di quello che per lui da tempo non è più solo un collaboratore, ma un amico, e si presenta alla richiesta d’appello per l’asilo politico per testimoniare quanto sia stata importante l’attività di Mossab nella prevenzione degli attacchi e nel limitare il numero delle vittime di entrambi i lati del conflitto.

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Da sinistra : il regista Nadav Schirman,  Gonen Ben Yitzhak e Mossab Hassan Youssef alla premiere di “The Green Prince” al Sundance Film Festival

Se avete voglia di gare una doppietta,  vi consiglierei di guardare “The Green Prince ” insieme a “From Above and Beyond”: insieme possono costituire un corso accelerato della storia del conflitto israeliano palestinese, e non forniscono risposte preconfezionate, ma nuovi strumenti per meglio costruire la nostra comprensione della situazione in Medio Oriente.

Terzo giorno: una maratona emozionale

Nel pomeriggio di ieri il programma ha mantenuto dei ritmi un po ‘ meno frenetici dei giorni precedenti, permettendo di vedere tutti i film previsti,  in una maratona che è durata dalle 17 alle 22 30.
I tre documentari presentati raccontavano tre volti diversi della storia ebraica, in un immaginario percorso cronologico che comincia in Norvegia sotto il dominio nazista, passa in  Israele nel 1948 e arriva infine nella Polonia dei nostri giorni.
Il primo film, “The Tram to Auschwitz”  narra la storia di Samuel Steinmann,  l’ultima memoria vivente dell’Olocausto sul suolo norvegese: nel 1942  vennero deportati oltre 500 ebrei, che percorsero un lungo viaggio d’orrore per arrivare fino ad Auschwitz,  dove solo 186 di loro vennero ritenuti abili al lavoro.
Samuel Steinmann era tra loro, e nel documentario compie nuovamente tutto il viaggio fino al campo di concentramento, e nel frattempo racconta la propria storia:  l’infanzia a Oslo, la storia dell’azienda di famiglia, la morte della madre, lo smembramento della famiglia in seguito alla requisizione della loro casa, e infine l’arresto nel 1942.
All’epoca la comunità ebraica norvegese ammontava a 1500,  un numero esiguo se paragonato ai numeri del territorio polacco, in cui prima della Guerra la sola Varsavia contava 350.000 cittadini ebrei;  ma a segnare il destino della piccola comunità venne segnato dall’ossessione di Hitler per la purezza del sangue nordico.
Nel dicembre del 1942 la nave ” Ds Danubio ” salpa da Oslo portando via il suo primo carico di prigionieri: il viaggio prosegue per via di terra su vagoni merci, fino a concludersi davanti al cancello di Auschwitz. 
Racconta Steinmann: ” Arrivai davanti alla scritta ” Il lavoro rende liberi “. E mi chiesi: liberi da cosa? Dalla vita forse?”
Dopo appena tre o quattro mesi, i 186 ebrei norvegesi selezionati per il lavoro erano rimasti appena in venticinque. Tra coloro che persero la vita c’era il fratello maggiore  di Steinmann, Henry: ” Era estroverso,  affascinante,  un attore talentuoso”. Purtroppo, queste doti non erano  sufficienti a garantire a Henry di soddisfare i parametri lavorativi richiesti dal sistema di Auschwitz: Samuel lo vide un ultima volta poco dopo il loro arrivo al campo, quando il fratello gli annunciò che era stato trasferito a Birchenau, e solo dopo la guerra scoprì che era morto nella camere a gas.
Al momento della disfatta nazista, Samuel e gli altri ebrei norvegesi furono tra coloro che vennero trascinati nella marcia della morte da Auschwitz a Buchenwald.
Alla fine della guerra, Samuel e i suoi compagni poterono finalmente tornare a casa: erano rimasti in cinque.
Il racconto di Steinmann si conclude sulla nave che lo riporta a casa dopo il suo pellegrinaggio; rientrando nel porto di Oslo, si ricorda del suo incontro con un suo compagno d’infanzia sulle banchine del porto nel giorno stesso del suo ritorno.
Le ultime inquadrature del film lo ritraggono circondato dalla sua famiglia, mentre viene insignito della Medaglia Reale D’oro al  Merito, una onorificenza norvegese che premia non solo attività benefiche nella cultura e nell’arte,  ma anche quelle vite che vengono ritenute esemplari.

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Il secondo film, “Above and Beyond ” racconta invece le storie di quei piloti veterani della Seconda Guerra Mondiale che da varie parti del mondo accorsero in aiuto di Israele nel 1948, quando lo Stato era appena gli inizi della sua storia e non disponeva di una forza aerea che gli permettesse di difendersi e di rispondere agli attacchi.
Le vicende sono raccontate dai protagonisti in prima persona, coadiuvati da storici che corredano le loro memorie con dati obiettivi riguardo al contesto storico politico dell’epoca.
Il documentario è un resoconto interessante e prezioso dei primi passi di Israele,  e allo stesso tempo è estremamente godibile perché i protagonisti raccontano con grande piacere quelli che ancora oggi considerano i migliori anni della loro vita, aggiungono particolari slavi e catturano lo spettatore con la grande forza vitale che riescono a trasmettere.
Al centro della scena si trovano un gruppo di piloti di origine americana, e la cosa più interessante è che nessuno di loro, nella sua infanzia e prima giovinezza, si era sentito particolarmente legato alla propria identità ebraica, che era semmai considerata come una fonte di disagi, dato che in America gli ebrei non potevano entrare in polizia o in altri settori del servizio pubblico.
A cambiare tutto é la il loro scontro con la realtà dell’Olocausto:  lo shock  li spinge a mettersi al servizio di Israele quando, dopo la partenza degli inglesi, si trova in conflitto con l’Egitto: a spingerli a mettere a repentaglio la loro vita è sia il desiderio di aiutare la propria gente a combattere, sia la convinzione che se Israele cedeva, quelli che si erano trasferiti sarebbero andati incontro a un altro Olocausto.
Credo che “Above and Beyond” sia un film da vedere e sui cui meditare in maniera obiettiva : considerarlo come una testimonianza storica che può aiutarci a capire alcuni tasselli fondamentali della storia di Israele.

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L’ultimo film è della regista canadese  di origini polacche Francine Zuckerman, “We Are Here”, nato dalla seguente domanda:  ” Quale è ora la vita delle comunità ebraiche in Polonia, un paese dove il 90% degli ebrei è stata sterminato?”
La regista  intervista persone appartenenti a diverse generazioni, attraversando tutte le trasformazioni subite da una questione estremamente spinosa, dove si mischiano il rapporto con la memoria della strage,  la relazione tra identità ebraica e identità polacca, le vicende biografiche dei singoli individui e l’atteggiamento degli stessi Polacchi nei confronti sia del ricordo dell’Olocausto sia delle attività svolte dalla comunità attuale.
Le interviste offrono moltissimi spunti di riflessione: i primi ad essere intervistati sono alcuni sopravissuti, il cui rapporto con la memoria di ciò che è accaduto e delle persone care perse é, ovviamente, molto soggettivo: Agata Boldok ha perso tutta la sua famiglia ad appena 8 anni, e ha sviluppato un vero e proprio antagonismo nei confronti dell’identità ebraica: ” Io non avrei voluto essere ebrea. A nessun costo. Mi ha portato solo disgrazie” mentre Henryk,  che a 97 anni è uno degli ultimi ebrei rimasti nella cittadina di Gorza Kalwara,  si prende cura appassionatamente del cimitero ebraico della cittadina, che ha ricostruito a sue spese. Nonostante il suo atteggiamento apparentemente positivo, la sua tristezza per la perdita del mondo ebraico polacco è grande e traspare nelle parole che ripete spesso ” Sono l’ultimo ebreo a Gorza Kalwara.  Quando morirò,  sarà la fine della storia ebraica nella città.  Ma questo è il destino”.
Le generazioni immediatamente successive, i figli dei sopravissuti, si sono invece dovuti scontrare con i tentativi dei loro genitori di rimuovere tutto ciò che era ebraico dalle loro vite per riappropriarsi della propria identità. Si arriva infine all’ultima generazione,  quella dei ventenni, dove il raggio di speranza è rappresentato da Ania, una ragazza che ha appreso da pochi anni di essere ebrea e si è totalmente immersa nella sua identità,  pur scontrandosi con le resistenze di parte della famiglia.
Ai racconti degli intervistati si aggiungono le dichiarazioni di  cittadini Polacchi intervistati per strada. Molti di loro non hanno mai avuto alcun tipo di contatto con la comunità attuale né sanno qualcosa della cultura ebraica. Altri si sforzano di capire,  consapevoli del fatto che non si può capire la storia della Polonia senza gli ebrei.
La situazione è ben descritta dalle parole di Ania” I Polacchi pensano che non ci siano più ebrei in Polonia. Raccontano una storia di come sia rimasto solo un vecchio,  vecchio ebreo da qualche parte. Ma non è vero!  Noi ci siamo ancora! Noi siamo qui”.

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Il secondo giorno: Fritz Bauer e Jan Karski, combattenti solitari per la giustizia

Sfortunatamente, chi nutre il desiderio di vedere tutti i film in programma al Festival   è destinato a rimanere frustrato, a meno che non sia in possesso del dono dell’ubiquità: i 45 film sono sparpagliati tra diversi cinema, compreso l’auditorium del Polin.
È dunque necessario scegliere attentamente, giorno per giorno, la serie di film da vedere, ancore compiendo a malincuore delle rinuncie.
Ieri pomeriggio ho seguito il programma ospitato dal Polin, che prevedeva la proiezione di tre film, legati dal filo conduttore della ricerca di giustizia.
Il primo era il documentario di Peter Hartl e Andrzej Klamt “Murderers among us:  Fritz ‘ s Bauer Lonely Struggente For Justice”.

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Fritz Bauer

Attraverso le testimonianze di coloro che lo hanno conosciuto e spezzoni di film ai d’epoca, viene ricostruita la storia di Bauer, che, giudice nella Germania post – bellica, dedicò tutte le sue energie al tentativo di assicurare alla giustizia quanti più criminali nazisti possibili. Nella sua lotta si scontrò con il muro di vetro di una società che vuole a tutti icosti dimenticare il passato, anche a costo di lasciare impuniti dei carnefici.
Il ruolo di Bauer fu fondamentale nella cattura di Adolf Eichmann: ricevuta una soffiata sulla località dove si nascondeva il nazista, decise di trasmettere l’informazione direttamente al governo Israeliano, dato che non si fidava assolutamente del sistema giudiziario tedesco.
Avrebbe senza dubbio preferito che Eichmann fosse processato in Germania, ma il rischio che il processo finisse con l’imposizione di una condanna minima era troppo grande.
Grazie al suo lavoro instancabile,  Bauer riuscì a organizzare  nel 1962 il processo di Francoforte, dove vennero processati circa 22 accusati che avevano rivestito ad Auschwitz la carica di ufficiali, e che erano quindi pienamente consapevoli di ciò che accadeva nel campo.
Per l’occasione molti sopravissuti all’Olocausto tornarono in Germania per la prima volta, per rivedere faccia a faccia i propri carnefici e testimoniare contro di loro.
Per tutta la durata del processo gli accusati negano pervicacemente di essere a conoscenza di ciò che accadeva nelle camere a gas: nel frattempo, i media tedeschi insistevano a ritrarli come dei mostri,  degli individui anormali, al puro e semplice scopo di scagionare la coscienza collettiva tedesca dalle responsabilità nello sterminio degli Ebrei. 
Lo stesso Bauer finì per considerare il processo un fallimento, data l’esiguità della maggior parte delle pene inflitte.  Le sue maggiori speranze risiedevano nelle giovani generazioni, che di fatto avevano un atteggiamento opposto a quello dei loro genitori: laddove la generazione che aveva passato la guerra si sforzava di dimenticare, quelle successive erano piene di domande e pretendevano di ricevere delle risposte soddisfacenti riguardo l’Olocausto e quanto era accaduto durante la guerra.
In questo spirito d’insubordinazione Bauer vedeva la chiave che poteva spezzare il meccanismo di ubbidienza e subordinazione burocratica che aveva “impedito” a tante persone di opporsi agli ordini e alle direttive che ricevevano durante il Terzo Reich.

Gli altri due film erano dedicati invece a Jan Karski, il membro delle organizzazioni clandestine polacche che divenne il testimone degli orrori che avvenivano nel ghetto di Varsavia.

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Jan Karski

Il primo film “Messenger from Hell”  è un corto di animazione  che unisce parti realizzate da fumettisti che hanno lavorato per testate Marvel come X – Men e Batman a frammenti di filmati d’epoca: si racconta delle missioni svolte da Karski per le organizzazioni partigiane e della sua cattura per mano della Gestapo, del suo infiltrarsi nel ghetto e del suo viaggio in Occidente allo scopo di informare i leader Alleati del massacro che si stava compiendo sulle popolazioni ebraiche.
I suoi coraggiosi tentativi, tuttavia, rimasero infruttuosi. 
Il secondo film, “Messenger from Poland” raccoglie invece le parti inedite del film omonimo del 1985, dove Karski in prima persona racconta le proprie vicende.
Non solo quella di Bauer, ma anche quella di Karski è stata una battaglia per cercare giustizia: e anche se non hanno avuto pieno successo, rimane la memoria dei loro sforzi e del loro esempio.

Inizia il Festival del Cinema Ebraico!

La sera del 3 novembre al Polin (Museo della Storia degli Ebrei Polacchi) si è aperta la dodicesima edizione del Warsawski Festiwal Filmow O Tematyce Zidowskiej- ossia, il Festival di Varsavia dei Film a Tematica ebraica.
La prima edizione del festival si è svolta nel 2003, e aveva in programma solo 13 film; nel corso  degli anni il programma si è ampliato sempre più,  fino ad arrivare all’edizione attuale che presenta circa 45 film provenienti da tutte le parti del mondo.
L’edizione di quest’anno è dedicata a Claude Lanzmann, regista belga autore del monumentale film Shoah nonché di Pourquoi Israel , il primo film, secondo la critica, a dare un’immagine non manichea di Israele.

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Lo spirito del festival,  come rimarcato dagli organizzatori nella cerimonia di apertura,  è di manifestare la cultura e la visione del mondo ebraiche in tutte le sue sfaccettature: per questo motivo i film selezionati affrontano una varietà di tematiche estremamente ampie.
Ricca è,  naturalmente, la serie di film dedicata all’Olocausto, che viene ripercorso attraverso documentari, testimonianze,  ma anche cortometraggi e film di narrazione.
Si affronta poi la serie di questioni legate a  Israele,  con film che raccontano non solo la storia della sua formazione,  ma anche storie di vita quotidiana delle persone che ci abitano e vicende legate al conflitto istraelo-palestinese.
C’è, infine, una serie di film estremamente eterogenei, uniti dal fatto che rappresentano vari quadri della vita ebraica contemporanea: a questa categoria appartiene il film che ha aperto ieri il festival, ” The Angriest Man in Brooklyn” , l’ultimo film di Robin Williams. Qui la tematica ebraica è in realtà abbastanza sottotraccia.  Henry Altmann è,  per l’appunto,  l’uomo più iracondo di Brooklyn quando la dottoressa Sharon Gill gli diagnostica un aneurisma cerebrale, e  gli comunica impulsivamente che gli rimangono da vivere solo 90 minuti.
Altmann comincia quindi una tragicomica corsa contro il tempo per cercare di rimediare gli errori commessi durante la sua vita, riappacificandosi con la moglie e il figlio. Allo stesso tempo, Sharon lo cerca per tutta la città per cercare a sua volta di rimediare alla sua imprudenza e di riportarlo in ospedale.
“The Angriest Man in Brooklyn ” è il remake del film Mar Baum del regista israeliano Assi Dayan,  e per questo motivo probabilmente è stato scelto come film d’apertura del festival, oltre che per compiere un omaggio alla memoria del grande attore.
Gli elementi ebraici si colgono sicuramente meglio guardando il film in originale, come ho avuto occasione di fare io: difatti,  una parte dei dialoghi comici si svolgono attraverso una sapida lingua inglese con elementi yiddish: c’è da chiedersi come termini quali “schmuck”-in yiddish, letteralmente, “pene”, ma che nello slang americano viene utilizzato per inficiare uno “stupido” o “strano”- sia stato reso in italiano. Al di là di questo, il film è decisamente godibile, e stempera bene tra loro le diverse  sfumature della comicità, lasciando che l’amaro  e il dolce della vita si susseguano naturalmente.