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Mendy e il Golem: il primo fumetto kosher

Nel 1981, Rabbi Shneur Zalmen Zirkind ebbe l’idea di creare un fumetto che trasmettesse ai bambini i valori ebraici, inserendosi nel flusso della cultura popolare main-stream e annullare per quanto possibile quegli influssi che venivano considerati come negativi.
Nacque così ” Mendy e il Golem “, il primo fumetto ad essere certificato kosher. Allo stesso tempo, all’interno della sua trama c’era una quantità di riferimenti pop sufficienti a qualificarlo come un prodotto collaterale della cultura main-stream.
Questa doppia anima del fumetto é frutto del vissuto dello sceneggiatore Leiben Estrin e del disegnatore Dovid Soars: entrambi avevano una solida  conoscenza della cultura pop- in  particolare Estrin aveva frequentato un corso specifico all’università statale di Bowling Green- ed entrambi sono diventati progressivamente sempre più religiosi nella loro vita di adulti.
L’eroe principale è Mendy Klein, che trova un piccolo Golem nella sinagoga di suo padre, e lo adotta come animale da compagnia, dandogli il nome di Sholem. 

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Grazie all’aiuto del piccolo Golem, Mendy e sua sorella Rivky risolveranno tutta una serie di situazioni pericolose: combatteranno ad esempio contro Captain Video, un criminale che controlla a distanza le menti dei bambini tramite i videogame,  o il malvagio robot Oy Vader ( che origina chiaramente  dal Darth Vader di Guerre Stellari, modificato con la parola yiddish ” oy “, che vuol dire ” sì ” ).
Lavorando all’elaborazione del progetto,  Estrin aveva deciso di non voler inventare l’ennesimo supereroe, ma un altro genere di personaggio: all’improvviso era apparsa nella sua immaginazione  l’immagine di un piccolo Golem che aiutasse i bambini a compiere delle buone azioni. Essendo cucciolo,  non avrebbe fatto paura come un Golem adulto.
Inoltre, cercò di creare un mondo dove fosse prevalente il lavoro di squadra e la parità di generi: la madre di Mendy e Rivky sa riparare le automobili e in uno degli episodi fa parte del gruppo di eroi che salvano il mondo.
Nonostante tutto, Estrin era preoccupato che le sue conoscenze non fossero sufficienti a garantire l’affidabilità della propria opera dal punto di vista teologico: per questo motivo, “Mendy e il Golem ” venne esaminato, prima della pubblicazione, da una commissione di religiosi e studiosi.
Tuttavia, alcune delle comunità ortodosse accolsero il fumetto con ben poco entusiasmo, considerandolo quasi una forma di eresia per il modo in cui poneva fianco a fianco elementi della religione ebraica e forme della cultura pop.
Tra il 1981 e il 1986 vennero pubblicati in totale 19 numeri di “Mendy e il Golem”. I nostri eroi rimasero nel limbo delle storie non pubblicate fino al 2002, quando il progetto venne rimesso in movimento con l’idea di limarne gli aspetti più dichiaratamente religiosi ed educativi e trasformarlo in un semplice fumetto.
Venne coinvolto non meno che Stan Goldberg,  autentica leggenda dei fumetti che aveva lavorato in precedenza su Spiderman, I fantastici quattro e Iron Man, che produsse Janeiro di strisce con Mendy che vennero pubblicate in oltre 40 quotidiani ebraici negli Stati Uniti. Goldberg riteneva però che la pubblicazione di una serie di albi dedicati esclusivamente a Mendy fosse poco competitivo sul mercato odierno dei fumetti. Il seguito prova che aveva ragione: date le insistenze di Tani Pinson,  il figlio dell’editore originario,  la serie venne realizzata comunque, ma durò solo pochi numeri.

In alcune scuole ortodosse, “Mendy” viene ancora usato come metodo educativo: nel marzo del 2012, in occasione del 30 anniversario della serie, il sito COLlive ha pubblicato una selezione di strisce, incluso il primo incontro tra Mendy e il Golem,  che potete trovare sul sito – http://www.collive.com/show_news.rtx?id=18933

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Un tesoro del passato sulle pareti del Vermont

Qualche mese fa, sulle pareti di un vecchio negozio nella cittadina di Burlington, nel Vermont è stato scoperto e riportato alla luce un vero e proprio tesoro nascosto :un dipinto murale vecchio di più di 100 anni.

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(Courtesy of the Ohavi Zedek Sinagogue)

Si tratta di un dipinto realizzato nel 1910 da Ben Zion Black, un artista lituano che si era stabilito in quella zona della città che sarebbe diventata poi nota come Little Jerusalem.
Mentre dipingeva, Black non poteva immaginare che la sua opera avrebbe finito per diventare la rara testimonianza di una forma d’arte che presto non sarebbe esistita più: quella dei grandi dipinti murali delle sinagoghe dell’Est Europa, che nel giro di qualche decennio sarebbero bruciate nella Seconda Guerra mondiale.
Per quasi un quarto di secolo il dipinto è rimasto nascosto sotto spessi strati di vernice:  già negli anni ’70 Aaron Goldberg,  visitando un negozio di tappeti con sua madre, era rimasto colpito dall’improbabile visione di un dipinto che spuntava tra i rotoli di tessuti; qualche anno più tardi aveva scoperto che un tempo quel negozio era stato una sinagoga.
Anni dopo, Goldberg e un membro della sua sinagoga vennero a sapere che il negozio era stato venduto,  e che il nuovo proprietario aveva intenzione di trasformarlo in un complesso di appartamenti. I loro tentativi di stabilire una strategia per spostare il dipinto rimangono infruttuosi,  e  decidono quindi, d’accordo con il proprietario dello stabile, di coprire il dipinto con delle vernice, nascondendolo così agli occhi degli inquilini,  che per 25 anni hanno occupato l’appartamento senza sapere della sua esistenza.
Due anni fa la sinagoga di Ohavi Zedek, dove Goldberg serviva come archivista,  ha preso in affitto l’appartamento, e ha riportato alla luce il dipinto, demolendo il muro che era stato eretto per proteggerlo. L’opera è stata poi affidata alla restauratrice Connie Silver, con il compito di riportarne i colori alla vivacità originale.
Oltre un secolo di residui e di impurità si sono infatti legati alla patina oleosa che era stata stesa in origine sul dipinto per proteggerlo, e ne aveva reso i colori decisamente più opachi, trasformando, ad esempio, un brillante verde pistacchio in uno spento marroncino dorato.
Terminato il restauro,  il dipinto verrà staccato dal muro e trasportato nella sinagoga di Ohavi Zedek, ma l’impresa non sarà semplice, dato che l’affresco  copre la quasi totalità della parete fino al soffitto: è stato previsto che per il suo trasferimento  sarà necessario utilizzare mezzi che vengono solitamente utilizzati per il trasporto delle navi.

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Connie Silver  al lavoro( Foto John Calish)

I giganti di Auschwitz

Oggi vi voglio raccontare la storia della famiglia Ovitz, originaria del villaggio di Rozavlea in Transilvania, depositaria del record della più grande famiglia di nani.  Il capostipite Shimson Eizik Ovitz,  rabbino,intrattenitore badchen (un comico che con le sue salaci battute intrattiene gli ospiti a un matrimonio) e nano lui stesso, ebbe dieci figli da due diversi matrimoni; sette di loro erano affetti da nanismo:
Rozika (1886–1984)  Franzika (1889–1980),  Avram (1903–1972), Freida (1905–1975), Micki (1909–1972), Elizabeth (1914–1992)e Piroska (1921–2001), chiamata Perla.

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Fonte : ( http://www.thesun.co.uk/sol/homepage/features/4832793/The-Seven-Dwarfs-of-Auschwitz.html

Possiamo immaginare quante e quali difficoltà abbia incontrato la famiglia Ovitz nel procurarsi i mezzi di sussistenza in una zona remota della Romania rurale, dove le condizioni di vita erano ardue anche per chi non soffriva di una qualche disabilità : sopratutto Batia Bertha, la seconda moglie di Shimson, si angustiava sul destino dei propri figli, temendo che li attendesse un futuro di indigenza e di segregazione sociale. Decise quindi di indirizzare le loro doti verso una professione che permettesse loro di lavorare tutti insieme e di aiutarsi a vicenda: la scelta cadde sulla carriera artistica, dato che i figli avevano eriditato dal padre anche il talento di intrattenitori.  Il palcoscenico poteva cambiare le carte in tavola, garantendo loro l’indipendenza economica al  posto della povertà,  e una vita in cui sarebbero stati ammirati e applauditi,  anziché una in balia del pregiudizio e del pietismo altrui. Nacque così la Compagnia Teatrale Lilliput :sul palcoscenico si esibivano i piccoli artisti, con una dotazione di strumenti musicali costruiti a loro misura, mentre le due sorelle di altezza normale, Sarah e Leah, e il fratello Arie, lavoravano dietro le quinte.
Il repertorio dei Lilliput comprendeva canzoni popolari in yiddish,  romeno, russo, tedesco e ungherese, musica e sketch comici:  capo della compagnia era Avram, che svolgeva le funzioni di capocomico , sceneggiatore, attore e agente. Erano il primo gruppo teatrale composto
esclusivamente da nani: i fratelli Ovitz rivendicavano il diritto a un palco tutto per sé,  lontano dallo stereotipo del nano come fenomeno da baraccone inserito in un compagnia circense o di attori girovaghi.
Nel periodo tra il 1930 e il 1940 la famiglia Ovitz rimase sempre unita, viaggiando in tournée tra Romania, Ungheria e Cecoslovacchia,  e dividendo la stessa casa nel villaggio natìo durante i periodi di pausa dal tour. Quando un membro della famiglia si sposava portava il coniuge a vivere con sé nella grande casa di famiglia.
Quando esplode la follia nazista, gli Ovitz si trovano esposti su due fronti: come ebrei, erano nel mirino della Soluzione Finale; e come affetti da una disabilità fisica, rientravano nel  programma di eutanasia Aktion t-4 , indirizzato all’eliminazione di coloro che avevano deficit mentali o fisici,
al duplice scopo di “ripulire” la razza germanica da elementi “difettosi” sia di sollevare la comunità dai costi necessari per la cura di questi soggetti.

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” 60.000 Reichmarks è quanto costa alla Comunità di popolo questa persona affetta da un difetto ereditario nell’arco di tutta la sua vita. Cittadino, è anche il tuo denaro”

Nel  maggio 1944 gli Ovitz vengono trasportati ad Auschwitz: il loro destino sembrerebbe segnato. Ma, paradossalmente, la loro disabilità gioca un ruolo insperatamente favorevole nella loro sorte: l’arrivo nel campo di un’intera famiglia di nani più i loro parenti di altezza media non poteva sfuggire all’attenzione dell’ Angelo della Morte, il dottor Mengele.
I nani erano più rari da trovare rispetto ad altri soggetti che interessavano Mengele come gemelli,  o obesi; ma una famiglia come quella degli Ovitz era un caso veramente speciale.  I nostri vengono salvati da un consiglio datogli tanto prima dalla previdente Batia Bertha: quello di non separarsi mai.
Oltre ai membri più stretti degli Ovitz, la notte del loro arrivo nel campo vennero salvate altre due famiglie, che avevano avuto la prontezza di farsi passare per loro parenti.
Per “preservare” i suoi soggetti, Mengele organizzò per loro un apposito alloggio, li fornì di lenzuola personali e permise loro di conservare i propri abiti. Ama questi vantaggi avevano un prezzo da pagare, quello di essere sottoposti agli esperimenti del Dr.  Morte. Inizialmente i test consistevano in prelievi di sangue: ma poi tali prelievi iniziarono ad essere sempre più frequenti,  ad essere accompagnati da bombardamenti di raggi X; gli Ovitz erano sfiniti e spesso svenivano.  A questo si aggiungeva la tortura dell’acqua : ripetutamente gli veniva versata nelle orecchie acqua bollente, seguita pochi secondi dopo da secchiate di acqua gelida. Gli Ovitz furono costretti ad assistere al terribile destino di due loro compagni di sventura,  due altri nani, padre e figlio, che Mengele fece uccidere e poi bollire per avere i loro scheletri da inviare a un museo di Berlino.

“C’eravamo riconciliati con l’idea che non saremo usciti dal campo.  Ma il pensiero che i nostri scheletri avrebbero finito per essere esposti a Berlino, era terrificante oltre ogni dire. ” raccontò Perla.

Mengele fu sempre estremamente cortese con gli Ovitz, che da canto loro si facevano forza per mostrarsi al dottore sempre allegri e di buon umore. Rimanevano però consapevoli dell’estrema ferocia che si nascondeva dietro quella superficie calma, e che in qualsiasi momento avrebbe potuto scatenarsi anche contro di loro, nel secondo stesso in cui Mengele avesse cambiato i suoi piani.

Sempre Perla: “Mengele sembrava una star del cinema, solo ancora più attraente. Chiunque avrebbe potuto facilmente innamorarsi di lui. Ma nessuno poteva immaginarsi, vedendolo, che dietro a quella bella faccia si nascondeva una bestia. Ma tutti noi sapevamo che era spietato e delle peggiori forme di sadismo- e che quando era arrabbiato diventava isterico e tremava dall’ira”

La ferocia di Mengele colpì infine anche gli Ovitz. Una sera gli annunciò che il giorno dopo li avrebbe portati a fare una gita in un bellissimo posto. Notando il terrore dipinto sulle loro facce, li rassicurò annunciandogli sardonicamente che avrebbero dovuto esibirsi per delle persone molto importanti, e che avrebbero dovuto apparire al loro meglio. Lasciò loro un pacchetto con vestiti eleganti, trucchi e profumi. Il giorno dopo i Lilliput erano raggiante all’idea di potersi esibire di nuovo, e si prepararono al meglio. Ma non potevano immaginare la sorpresa che li attendeva nel quartiere delle SS, dopo un ricco pasto a una tavola elegantemente apparecchiata: dovevano apparire sul palco non come artisti, ma come esempi viventi di una conferenza di Mengele ” Esempi del lavoro antropologico e biologico in un campo di concentramento”. I Lilliput furono costretti a spogliarsi completamente e a esibirsi davanti gli occhi indagatori dei presenti. Lo scopo di Mengele era di dimostrare il processo di deterioramento della stirpe ebraica, che si stava trasformando, seconda la sua teoria, in un popolo di storpi e nani. La dignità di persone e di artisti degli Ovitz, che essi avevano guadagnato con il loro talento nel corso di tutta la loro vita, era stata sbeffeggiata e spezzata.
Quest’ultimo episodio non influì sull’atteggiamento di Mengele con i suoi “protetti”: riuscì a salvarli ancora una volta, quando un altro dottore geloso dei suoi studi li aveva selezionati per la camera a gas.

La fine giunse nel gennaio del 1945, quando Mengele fuggì davanti all’approssimarsi dei russi. Sette mesi più tardi, gli Ovitz tornavano a casa. Erano l’unica famiglia ad essere sopravvissuta interamente ad Auschwitz.  Ma casa non esisteva più: nel loro villaggio erano tornati appena 50 dei 650 ebrei che abitavano lì prima della guerra.
Nel 1949 si stabilirono in Israele, dove passarono diversi anni in tournée,  prima di ritirarsi definitivamente dalle scene.

Mengele, fuggito in Sud America per scampare alla giustizia, annegò nel 1979.
Perla dubita che in caso di cattura e processo Mengele avrebbe tentato di scusarsi per quello che aveva fatto alla sua famiglia o per qualsiasi altro dei suoi crimini.
Eppure “Se i giudici mi avessero chiesto se andava impiccato,  avrei detto loro di lasciarlo andare . Sono stata salvata per grazia del diavolo- sarà Dio a dare a Mengele quello che gli spetta”

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Perla ed Elizabeth

Talk Yiddish To Me

Talk Yiddish To Me

Una geniale parodia del videoclip della canzone “Talk Dirty To Me”. L’ho trovato stamattina sulla mia bacheca di Facebook,  sono andata a guardarlo per curiosità e ho scoperto l’esilarante canale Jewbellish e il suo gemello JewbellishMent,  un’autentica miniera di video a prova di lunedì mattina. Cominciate la settimana guardandovi la parodia Mad Men , il video di Happy Purim o la versione ebraica di Temple Run.