Archivio mensile:agosto 2014

Tutti i prestigiatori di Dio

Al centro del libro di Ariel Toaff, ambientato nelle corti rinascimentali di tutta Europa, ci sono una serie di personaggi a cui l’autore attribuisce il suggestivo nome di ” prestigiatori di Dio”. Medici, spagirici- ossia coloro che seguivano la dottrina della medicina forgiata da Paracelso ,basata sullo studio delle leggi fisiche, chimiche e telluriche della natura- alchimisti, inventori e letterati ebrei erano richiestissimi nelle corti, e spezzavano così la consuetudine che li avrebbe voluti isolati tra le pareti del ghetto.  Proprio sulla dicotomia ghetto vs corte si basa il libro di Toaff, che ambisce a scardinare l’idea preconcetta di una storia ebraica dove esiste solo la condizione del ghetto, da lui considerata come fuorviante e limitativa.  Da un lato porre in primo piano la vita del ghetto, con le sue miserie e incertezze, e la continua lotta per allargare gli stretti margini della sussistenza, significa negare il grande ruolo svolto dagli ebrei nella storia europea del periodo rinascimentale; dall’altro, bisogna sempre ricordarsi che l’ingresso nelle corti non era concesso agli ebrei come gruppo, ma era riservato a quegli individui che potevano, con le loro capacità, essere di qualche vantaggio al principe che li ospitava.

Il prestigiatore di Dio. Avventure e miracoli di un alchimista ebreo nelle corti del Rinascimento
Il prestigiatore di Dio. Avventure e miracoli di un alchimista ebreo nelle corti del Rinascimento

Toaff costruisce una galleria di personaggi quanto più lontani dai confini del ghetto, a cominciare da David de Pomis, che dopo aver prestato servizio nei feudi maremmani degli Sforza e degli Orsini, approda a Venezia, dove diventa il medico personale di Alvise Mocenigo e sviluppa un metodo infallibile, a suo dire, per stabilire l’autenticità del giacinto. A questo zircone di coloro rosso violaceo erano attribuite numerose virtù, tra cui quella di avere una funzione protettiva contro la peste.

Ma il vero eroe del libro è Abramo Colorni, nato nel XVI secolo a Mantova. La narrazione, che segue il filo delle sue avventure e mirabolanti invenzioni, rende l’atmosfera rinascimentale tramite una lingua arcaicizzante che a tratti può rendere la lettura un pò ostica.  Ci inerpichiamo dunque dietro le tracce di quest’uomo di eccezionale inventiva, che mise le sue capacità al servizio di innumerevoli campi del sapere. Per essere inventori di corte era richiesta una buona elasticità mentale e bisognava essere capaci di affiancare alle scoperte di più ampio respiro la costruzione di gingilli e meccanismi meravigliosi, veri e propri giocattoli per la corte. Colorni progettò e realizzò ogni sorta di questi oggetti: armadi pieghevoli, palcoscenici rotanti, specchi ottagonali che riflettevano all’infinito la stessa immagine. A quest’attività “minore” Colorni affianca il suo lavoro in campi più impegnativi: si rimane sbigottiti a leggere la descrizione di come inventò e costruì il primo contachilometri- da applicarsi alle carrozze- o quella dei suoi meravigliosi orologi solari, dove l’ora era indicati dal numero di immagini del sole o della luna riflesse sugli specchi. Altrettanto interessanti sono i suoi studi dedicati alla fisiognomica della mano, da lui battezzata Chirofisionomia, e che deve essere considerata, al contrario della chiromanzia, un’autentica scienza. Colorni si proponeva di dedurre dall’aspetto delle mani di in individuo caratteristiche di tipo caratteriale  e morale, o addirittura relative all’antropologia criminale, qualificandosi quindi come una sorta di precursore di Lombroso.

” Trovo che ai ladri et malfattori non si vedano quasi mai le mani scoperte, avenga che sempre le tengono ascose o ne le bisciache o avilupate nel mantello, et questo avviene per essere assuefati al robare, onde conviene loro asconder le mani per celare il mal tolto”

Il chirosofo diventava dunque un vero e proprio psicologo anatomico, a cui nulla si poteva celare.

Seguendo le orme di Colorni ci imbattiamo in altri incredibili inventori e invenzioni, muovendoci passo passo in un’epoca in cui filosofia, scienza e magia erano strettamente legate l’una all’altra in un unico, ribollente calderone. Uno dei miei personaggi preferiti è  Maggino Gabrielli, anche lui mantovano, autore di un originalissimo metodo per aumentare la produzione dei bachi da seta che prevede una loro vera e propria istruzione: covati tra i seni di giovani fanciulle, le bestiole devono poi essere allevate al costante suono di cembali e tamburi, in modo tale che si abituino ai rumori e non muoiano per lo spavento durante i temporali. In questo modo, secondo le teorie di Gabrielli, la produzione di seta annuale sarebbe almeno duplicata.

Frontespizio dell'opera di Maggino Gabrielli dedicata all'allevamento dei bachi da seta
Frontespizio dell’opera di Maggino Gabrielli dedicata all’allevamento dei bachi da seta

Vi invito dunque a compiere questa passeggiata tra le strade rinascimentali, pronti ad incontrare il meraviglioso e il multiforme ad ogni vostro passo.

 

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Mendy e il Golem: il primo fumetto kosher

Nel 1981, Rabbi Shneur Zalmen Zirkind ebbe l’idea di creare un fumetto che trasmettesse ai bambini i valori ebraici, inserendosi nel flusso della cultura popolare main-stream e annullare per quanto possibile quegli influssi che venivano considerati come negativi.
Nacque così ” Mendy e il Golem “, il primo fumetto ad essere certificato kosher. Allo stesso tempo, all’interno della sua trama c’era una quantità di riferimenti pop sufficienti a qualificarlo come un prodotto collaterale della cultura main-stream.
Questa doppia anima del fumetto é frutto del vissuto dello sceneggiatore Leiben Estrin e del disegnatore Dovid Soars: entrambi avevano una solida  conoscenza della cultura pop- in  particolare Estrin aveva frequentato un corso specifico all’università statale di Bowling Green- ed entrambi sono diventati progressivamente sempre più religiosi nella loro vita di adulti.
L’eroe principale è Mendy Klein, che trova un piccolo Golem nella sinagoga di suo padre, e lo adotta come animale da compagnia, dandogli il nome di Sholem. 

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Grazie all’aiuto del piccolo Golem, Mendy e sua sorella Rivky risolveranno tutta una serie di situazioni pericolose: combatteranno ad esempio contro Captain Video, un criminale che controlla a distanza le menti dei bambini tramite i videogame,  o il malvagio robot Oy Vader ( che origina chiaramente  dal Darth Vader di Guerre Stellari, modificato con la parola yiddish ” oy “, che vuol dire ” sì ” ).
Lavorando all’elaborazione del progetto,  Estrin aveva deciso di non voler inventare l’ennesimo supereroe, ma un altro genere di personaggio: all’improvviso era apparsa nella sua immaginazione  l’immagine di un piccolo Golem che aiutasse i bambini a compiere delle buone azioni. Essendo cucciolo,  non avrebbe fatto paura come un Golem adulto.
Inoltre, cercò di creare un mondo dove fosse prevalente il lavoro di squadra e la parità di generi: la madre di Mendy e Rivky sa riparare le automobili e in uno degli episodi fa parte del gruppo di eroi che salvano il mondo.
Nonostante tutto, Estrin era preoccupato che le sue conoscenze non fossero sufficienti a garantire l’affidabilità della propria opera dal punto di vista teologico: per questo motivo, “Mendy e il Golem ” venne esaminato, prima della pubblicazione, da una commissione di religiosi e studiosi.
Tuttavia, alcune delle comunità ortodosse accolsero il fumetto con ben poco entusiasmo, considerandolo quasi una forma di eresia per il modo in cui poneva fianco a fianco elementi della religione ebraica e forme della cultura pop.
Tra il 1981 e il 1986 vennero pubblicati in totale 19 numeri di “Mendy e il Golem”. I nostri eroi rimasero nel limbo delle storie non pubblicate fino al 2002, quando il progetto venne rimesso in movimento con l’idea di limarne gli aspetti più dichiaratamente religiosi ed educativi e trasformarlo in un semplice fumetto.
Venne coinvolto non meno che Stan Goldberg,  autentica leggenda dei fumetti che aveva lavorato in precedenza su Spiderman, I fantastici quattro e Iron Man, che produsse Janeiro di strisce con Mendy che vennero pubblicate in oltre 40 quotidiani ebraici negli Stati Uniti. Goldberg riteneva però che la pubblicazione di una serie di albi dedicati esclusivamente a Mendy fosse poco competitivo sul mercato odierno dei fumetti. Il seguito prova che aveva ragione: date le insistenze di Tani Pinson,  il figlio dell’editore originario,  la serie venne realizzata comunque, ma durò solo pochi numeri.

In alcune scuole ortodosse, “Mendy” viene ancora usato come metodo educativo: nel marzo del 2012, in occasione del 30 anniversario della serie, il sito COLlive ha pubblicato una selezione di strisce, incluso il primo incontro tra Mendy e il Golem,  che potete trovare sul sito – http://www.collive.com/show_news.rtx?id=18933

Un tesoro del passato sulle pareti del Vermont

Qualche mese fa, sulle pareti di un vecchio negozio nella cittadina di Burlington, nel Vermont è stato scoperto e riportato alla luce un vero e proprio tesoro nascosto :un dipinto murale vecchio di più di 100 anni.

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(Courtesy of the Ohavi Zedek Sinagogue)

Si tratta di un dipinto realizzato nel 1910 da Ben Zion Black, un artista lituano che si era stabilito in quella zona della città che sarebbe diventata poi nota come Little Jerusalem.
Mentre dipingeva, Black non poteva immaginare che la sua opera avrebbe finito per diventare la rara testimonianza di una forma d’arte che presto non sarebbe esistita più: quella dei grandi dipinti murali delle sinagoghe dell’Est Europa, che nel giro di qualche decennio sarebbero bruciate nella Seconda Guerra mondiale.
Per quasi un quarto di secolo il dipinto è rimasto nascosto sotto spessi strati di vernice:  già negli anni ’70 Aaron Goldberg,  visitando un negozio di tappeti con sua madre, era rimasto colpito dall’improbabile visione di un dipinto che spuntava tra i rotoli di tessuti; qualche anno più tardi aveva scoperto che un tempo quel negozio era stato una sinagoga.
Anni dopo, Goldberg e un membro della sua sinagoga vennero a sapere che il negozio era stato venduto,  e che il nuovo proprietario aveva intenzione di trasformarlo in un complesso di appartamenti. I loro tentativi di stabilire una strategia per spostare il dipinto rimangono infruttuosi,  e  decidono quindi, d’accordo con il proprietario dello stabile, di coprire il dipinto con delle vernice, nascondendolo così agli occhi degli inquilini,  che per 25 anni hanno occupato l’appartamento senza sapere della sua esistenza.
Due anni fa la sinagoga di Ohavi Zedek, dove Goldberg serviva come archivista,  ha preso in affitto l’appartamento, e ha riportato alla luce il dipinto, demolendo il muro che era stato eretto per proteggerlo. L’opera è stata poi affidata alla restauratrice Connie Silver, con il compito di riportarne i colori alla vivacità originale.
Oltre un secolo di residui e di impurità si sono infatti legati alla patina oleosa che era stata stesa in origine sul dipinto per proteggerlo, e ne aveva reso i colori decisamente più opachi, trasformando, ad esempio, un brillante verde pistacchio in uno spento marroncino dorato.
Terminato il restauro,  il dipinto verrà staccato dal muro e trasportato nella sinagoga di Ohavi Zedek, ma l’impresa non sarà semplice, dato che l’affresco  copre la quasi totalità della parete fino al soffitto: è stato previsto che per il suo trasferimento  sarà necessario utilizzare mezzi che vengono solitamente utilizzati per il trasporto delle navi.

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Connie Silver  al lavoro( Foto John Calish)