Archivio mensile:luglio 2014

I Nani di Tolkien: Andata e Ritorno da Alberich a Thorin

In occasione dell’uscita nelle sale cinematografiche del secondo capitolo della trilogia dello Hobbit, il sito Time of Israel ha dedicato un piccolo articolo sulle possibili influenze della cultura ebraica nel processo di creazione del popolo dei Nani nel mondo di Tolkien. Un’idea del genere sembrava fatta apposta per mandarmi a nozze, quindi ho fatto qualche altra piccola ricerca sull’argomento. Vi avverto che potrebbe esserci qualche spoiler sulla fine della storia,  quindi se non avete letto il libro, in guardia!
L’autore dell’articolo,  Matt Lebovic,  comincia la sua trattazione con una citazione di Tolkien stesso, tratta da un’intervista registrata per la Bbc nel 1964:
” I Nani sono abbastanza ovvi- non diresti che per molti versi ricordano gli Ebrei? Le loro parole sono Semitiche, chiaramente, sono costruite per essere Semitiche”.
La questione delle origini Semitiche del linguaggio  nanico vennero ulteriormente ampliate da Tolkien in un passaggio di una lettera, sempre del 1964, indirizzata a W.R.Matthews: “Sicuramente il Khuzdul, la lingua dei Nani, ha una fonologia e un sistema di radici a tre consonanti che somigliano a quelli dell’Ebraico ( e a quelli dell’Ebraico moderno, peraltro). Le parole si formano da queste radici triconsonantiche tramite l’inserzione di vocali, il raddoppiamento di consonanti o l’aggiunta di suffissi. Compara per esempio parole e nomi ebraici come melek, David  shalom and baruch con parole e nomi nanici  come Gabilgathol,  baruk e khazad, che sono ovviamente simili per struttura fonetica ” ( citazione da ” “Jewish” Dwarves: Tolkien and Anti-Semitic Stereotyping” di Reneè Vilk,  in Tolkien Studies,  vol. 10, 2013. Consultabile parzialmente online su http://muse.jhu.edu/login?auth=0&type=summary&url=/journals/tolkien_studies/v010/10.vink.html)
La cosa buffa è che se in ebraico Baruch è un nome proprio di persona che significa “benedetto” , in nanico baruk significa “ascia”.
Un altro accenno alle affinità linguistiche tra Nani ed Ebrei è contenuto in una lettera incompiuta del 1947, citata in “Storia dello Hobbit” di John Rateliff: ” I Nani hanno un loro linguaggio segreto, ma, come gli Ebrei e gli Zingari, parlano la lingua del paese (in cui si trovano– mio).
Oltre agli aspetti linguistiche,  concorrono ad accomunare Nani ed Ebrei alcuni a fattori legati alla vita quotidiana: i Nani, esattamente come gli Ebrei, hanno perso la loro patria,  e vivono in piccole enclavi sul territorio di altre genti, pur mantenendo con orgoglio e tenacia la propria cultura ed identità;  il loro amore per la creazione di  li collegherebbe con la tradizione artigiana medioevale degli Ebrei sul territorio iberico, e, infine, il loro talento guerriero sarebbe scaturito dalla lettura di determinati capitoli della Bibbia.
Secondo alcuni studiosi di Tolkien, “Lo Hobbit” sarebbe stato progettato come un ribaltamento in “positivo” , o di”correzione” de “L’anello del Nibelungo” di Wagner,  il cui spregevole nano Alberich ha fornito alle correnti antisemite tedesche un vero e proprio serbatoio di caratteri per la costruzione della figura degradata e caricaturale dell ‘ ebreo.
Lo stesso Wagner fu per tutta la vita un fervente antisemita,  e si pronunciò più volte a favore di “una Germania libera da ebrei”
Di conseguenza, i Nani eroici e fondamentalmente simpatici (e anche pasticcioni e borbottoni, aggiungerei, quindi dotati di pregi e difetti umani) dello Hobbit sarebbero una consapevole capovolgimento di Alberich, non solo in difesa degli Ebrei, ma sopratutto del patrimonio mitico nordico che Tolkien amava, e che non poteva tollerare di vedere distorto e mutilato a scopi antisemiti.
Secondo ulteriori interpretazioni, l’Arkengemma sarebbe un’allegoria dell’Arca dell’Alleanza in cui Mosè aveva riposto le Tavole dei Dieci Comandamenti (descritta come adornata d’oro e di pietre preziose) e la Montagna Solitaria sarebbe a sua volta simbolo del Monte del Tempio di Gerusalemme per quanto questa impostazione personalmente mi convinca poco.
Ma se lo Hobbit è il capovolgimento positivo dell’opera di Wagner,  o per meglio dire la depurazione del sostrato mitologico nordico dagli elementi antisemiti impropriamente inseriti, allora perché verso la fine della storia Thorin percorre un cammino a ritroso fino ad Alberich, e, posseduto dal desiderio dell’oro, finisce per distruggere sé stesso e i suoi congiunti?
La chiave di lettura in questo caso, è il sovrapporsi della figura di Thorin con quelle degli ultimi re Ebrei dell’Antico Testamento, anche essi, come lui, ossessionati dal desiderio d’oro, e colpevoli,  come suo nonno, di attirare con il proprio famelico accumularsi di ricchezze la furia dei nemici. Colpevoli, ancora una volta, di scatenare il Drago.
image

Credits: Warner Bros

Annunci

I giganti di Auschwitz

Oggi vi voglio raccontare la storia della famiglia Ovitz, originaria del villaggio di Rozavlea in Transilvania, depositaria del record della più grande famiglia di nani.  Il capostipite Shimson Eizik Ovitz,  rabbino,intrattenitore badchen (un comico che con le sue salaci battute intrattiene gli ospiti a un matrimonio) e nano lui stesso, ebbe dieci figli da due diversi matrimoni; sette di loro erano affetti da nanismo:
Rozika (1886–1984)  Franzika (1889–1980),  Avram (1903–1972), Freida (1905–1975), Micki (1909–1972), Elizabeth (1914–1992)e Piroska (1921–2001), chiamata Perla.

image

Fonte : ( http://www.thesun.co.uk/sol/homepage/features/4832793/The-Seven-Dwarfs-of-Auschwitz.html

Possiamo immaginare quante e quali difficoltà abbia incontrato la famiglia Ovitz nel procurarsi i mezzi di sussistenza in una zona remota della Romania rurale, dove le condizioni di vita erano ardue anche per chi non soffriva di una qualche disabilità : sopratutto Batia Bertha, la seconda moglie di Shimson, si angustiava sul destino dei propri figli, temendo che li attendesse un futuro di indigenza e di segregazione sociale. Decise quindi di indirizzare le loro doti verso una professione che permettesse loro di lavorare tutti insieme e di aiutarsi a vicenda: la scelta cadde sulla carriera artistica, dato che i figli avevano eriditato dal padre anche il talento di intrattenitori.  Il palcoscenico poteva cambiare le carte in tavola, garantendo loro l’indipendenza economica al  posto della povertà,  e una vita in cui sarebbero stati ammirati e applauditi,  anziché una in balia del pregiudizio e del pietismo altrui. Nacque così la Compagnia Teatrale Lilliput :sul palcoscenico si esibivano i piccoli artisti, con una dotazione di strumenti musicali costruiti a loro misura, mentre le due sorelle di altezza normale, Sarah e Leah, e il fratello Arie, lavoravano dietro le quinte.
Il repertorio dei Lilliput comprendeva canzoni popolari in yiddish,  romeno, russo, tedesco e ungherese, musica e sketch comici:  capo della compagnia era Avram, che svolgeva le funzioni di capocomico , sceneggiatore, attore e agente. Erano il primo gruppo teatrale composto
esclusivamente da nani: i fratelli Ovitz rivendicavano il diritto a un palco tutto per sé,  lontano dallo stereotipo del nano come fenomeno da baraccone inserito in un compagnia circense o di attori girovaghi.
Nel periodo tra il 1930 e il 1940 la famiglia Ovitz rimase sempre unita, viaggiando in tournée tra Romania, Ungheria e Cecoslovacchia,  e dividendo la stessa casa nel villaggio natìo durante i periodi di pausa dal tour. Quando un membro della famiglia si sposava portava il coniuge a vivere con sé nella grande casa di famiglia.
Quando esplode la follia nazista, gli Ovitz si trovano esposti su due fronti: come ebrei, erano nel mirino della Soluzione Finale; e come affetti da una disabilità fisica, rientravano nel  programma di eutanasia Aktion t-4 , indirizzato all’eliminazione di coloro che avevano deficit mentali o fisici,
al duplice scopo di “ripulire” la razza germanica da elementi “difettosi” sia di sollevare la comunità dai costi necessari per la cura di questi soggetti.

image

” 60.000 Reichmarks è quanto costa alla Comunità di popolo questa persona affetta da un difetto ereditario nell’arco di tutta la sua vita. Cittadino, è anche il tuo denaro”

Nel  maggio 1944 gli Ovitz vengono trasportati ad Auschwitz: il loro destino sembrerebbe segnato. Ma, paradossalmente, la loro disabilità gioca un ruolo insperatamente favorevole nella loro sorte: l’arrivo nel campo di un’intera famiglia di nani più i loro parenti di altezza media non poteva sfuggire all’attenzione dell’ Angelo della Morte, il dottor Mengele.
I nani erano più rari da trovare rispetto ad altri soggetti che interessavano Mengele come gemelli,  o obesi; ma una famiglia come quella degli Ovitz era un caso veramente speciale.  I nostri vengono salvati da un consiglio datogli tanto prima dalla previdente Batia Bertha: quello di non separarsi mai.
Oltre ai membri più stretti degli Ovitz, la notte del loro arrivo nel campo vennero salvate altre due famiglie, che avevano avuto la prontezza di farsi passare per loro parenti.
Per “preservare” i suoi soggetti, Mengele organizzò per loro un apposito alloggio, li fornì di lenzuola personali e permise loro di conservare i propri abiti. Ama questi vantaggi avevano un prezzo da pagare, quello di essere sottoposti agli esperimenti del Dr.  Morte. Inizialmente i test consistevano in prelievi di sangue: ma poi tali prelievi iniziarono ad essere sempre più frequenti,  ad essere accompagnati da bombardamenti di raggi X; gli Ovitz erano sfiniti e spesso svenivano.  A questo si aggiungeva la tortura dell’acqua : ripetutamente gli veniva versata nelle orecchie acqua bollente, seguita pochi secondi dopo da secchiate di acqua gelida. Gli Ovitz furono costretti ad assistere al terribile destino di due loro compagni di sventura,  due altri nani, padre e figlio, che Mengele fece uccidere e poi bollire per avere i loro scheletri da inviare a un museo di Berlino.

“C’eravamo riconciliati con l’idea che non saremo usciti dal campo.  Ma il pensiero che i nostri scheletri avrebbero finito per essere esposti a Berlino, era terrificante oltre ogni dire. ” raccontò Perla.

Mengele fu sempre estremamente cortese con gli Ovitz, che da canto loro si facevano forza per mostrarsi al dottore sempre allegri e di buon umore. Rimanevano però consapevoli dell’estrema ferocia che si nascondeva dietro quella superficie calma, e che in qualsiasi momento avrebbe potuto scatenarsi anche contro di loro, nel secondo stesso in cui Mengele avesse cambiato i suoi piani.

Sempre Perla: “Mengele sembrava una star del cinema, solo ancora più attraente. Chiunque avrebbe potuto facilmente innamorarsi di lui. Ma nessuno poteva immaginarsi, vedendolo, che dietro a quella bella faccia si nascondeva una bestia. Ma tutti noi sapevamo che era spietato e delle peggiori forme di sadismo- e che quando era arrabbiato diventava isterico e tremava dall’ira”

La ferocia di Mengele colpì infine anche gli Ovitz. Una sera gli annunciò che il giorno dopo li avrebbe portati a fare una gita in un bellissimo posto. Notando il terrore dipinto sulle loro facce, li rassicurò annunciandogli sardonicamente che avrebbero dovuto esibirsi per delle persone molto importanti, e che avrebbero dovuto apparire al loro meglio. Lasciò loro un pacchetto con vestiti eleganti, trucchi e profumi. Il giorno dopo i Lilliput erano raggiante all’idea di potersi esibire di nuovo, e si prepararono al meglio. Ma non potevano immaginare la sorpresa che li attendeva nel quartiere delle SS, dopo un ricco pasto a una tavola elegantemente apparecchiata: dovevano apparire sul palco non come artisti, ma come esempi viventi di una conferenza di Mengele ” Esempi del lavoro antropologico e biologico in un campo di concentramento”. I Lilliput furono costretti a spogliarsi completamente e a esibirsi davanti gli occhi indagatori dei presenti. Lo scopo di Mengele era di dimostrare il processo di deterioramento della stirpe ebraica, che si stava trasformando, seconda la sua teoria, in un popolo di storpi e nani. La dignità di persone e di artisti degli Ovitz, che essi avevano guadagnato con il loro talento nel corso di tutta la loro vita, era stata sbeffeggiata e spezzata.
Quest’ultimo episodio non influì sull’atteggiamento di Mengele con i suoi “protetti”: riuscì a salvarli ancora una volta, quando un altro dottore geloso dei suoi studi li aveva selezionati per la camera a gas.

La fine giunse nel gennaio del 1945, quando Mengele fuggì davanti all’approssimarsi dei russi. Sette mesi più tardi, gli Ovitz tornavano a casa. Erano l’unica famiglia ad essere sopravvissuta interamente ad Auschwitz.  Ma casa non esisteva più: nel loro villaggio erano tornati appena 50 dei 650 ebrei che abitavano lì prima della guerra.
Nel 1949 si stabilirono in Israele, dove passarono diversi anni in tournée,  prima di ritirarsi definitivamente dalle scene.

Mengele, fuggito in Sud America per scampare alla giustizia, annegò nel 1979.
Perla dubita che in caso di cattura e processo Mengele avrebbe tentato di scusarsi per quello che aveva fatto alla sua famiglia o per qualsiasi altro dei suoi crimini.
Eppure “Se i giudici mi avessero chiesto se andava impiccato,  avrei detto loro di lasciarlo andare . Sono stata salvata per grazia del diavolo- sarà Dio a dare a Mengele quello che gli spetta”

image

Perla ed Elizabeth

La pagina ufficiale del blog

Da oggi su Facebook potete trovare la pagina ufficiale del blog! Iscrivendovi troverete non solo tutte le informazioni sui nuovi articoli in uscita su Le Mani in Testa,  ma anche tanti altri link e materiali interessanti. La pagina verrà aggiornata più volte al giorno con immagini, articoli,  idee volanti sparse che ho “catturato “sulla rete, mentre sul blog appariranno – almeno due/tre volte alla settimana- articoli più strutturati scritti da me.
Grazie a tutti per il supporto!
Ecco la pagina:

https://www.facebook.com/lemanintesta?ref=hl

Storia di un amuleto

L’Hamsa -o Khamsa- è un amuleto comune sia alla cultura ebraica che a quella islamica, raffigurante una mano simmetrica, dotata di pollici su entrambi i lati, che svolge il ruolo di protezione dal “malocchio”.Il suo nome è di origine semitica e significa “cinque”: nell’ambito ebraico si ricollega ai cinque libri della Torah e alla quinta lettera dell’alfabeto, quella “Heh” che è anche uno dei nomi benedetti di Dio, mentre in quello islamico simboleggia per i Sunniti i cinque pilastri della fede – la testimonianza di fede, la preghiera, il pellegrinaggio alla Mecca, l’elemosina e il digiuno-  e per gli Sciiti rappresenta anche i cinque membri della famiglia sacra: Maometto (Muhammad), Fatima, Ali, Hussein e Hassan.

Mano di Fatima o Mano di Miriam?

Presso i musulmani L’Hamsa viene chiamato anche Mano di Fatima, dal nome della figlia di Maometto, figura molto amata per la forza della sua fede e a cui vengono attribuiti diversi  miracoli.
L’Hamsa scaturirebbe da un particolare aneddoto della biografia di Fatima: una sera, mentre la donna era intenta a preparare la cena ( secondo altre versioni lavorava un vaso al tornio) suo marito Ali tornò a casa portandosi dietro una concubina: tale fu il suo dolore che lasciò cadere il cucchiaio e continuò a mescolare il cibo con la mano, ustionandosi gravemente senza rendersene conto (o, nell’altra versione, si ferisce la mano con il tornio). Nonostante la pena che prova, Fatima deve acconsentire a che il marito passi la notte con la concubina, e decide di spiarli:nel momento in cui Ali bacia l’altra donna,  però,  le sfugge una lacrima che si posa miracolosamente su la spalla del marito, che a sua volta si commuove per l’amore dimostrato gli da Fatima e desistere dall’incontro amorosa con la concubina.
E per questo motivo, L’Hamsa viene regalato alle donne come simbolo benaugurante, portatore della pazienza,  serenità e serietà necessarie per raggiungere prosperità e felicità.

L’Hamsa viene chiamato dagli ebrei Mano di Miriam, collegando così l’amuleto alla sorella di Mosè, o anche YAD HA’CHAMESH” (La mano dei cinque)

Piccole meraviglie

L’Hamsa viene appeso agli stipiti delle porte, portato come ciondolo, attaccato alle pareti be in generale è collocato ovunque ci sia bisogno del suo ruolo protettivo, ad esempio all’ingresso delle abitazioni o nell’abitacolo delle macchine. Il colore blu è considerato particolarmente efficace nella protezione dal malocchio: per questo motivo, spesso le Hamsa sono decorate in azzurro e con pietre e gemme di varie tonalità di blu. Nell’uso ebraico sulla superficie dell’amuleto sono spesso riportate preghiere di protezione,  come il Birkat HaBayit (benedizione della casa) o il Tefilat HaDerech (Preghiera del Viaggiatore).
Spesso le Hamsa si tramutato in veri e propri capolavori di gioielleria, adornati di simboli diversi e di pietre multicolori.
Eccone alcune tra quelle che mi hanno maggiormente colpito:

image

Fonte ( Da https://www.etsy.com/it/listing/107840594/arte-judaica-impreziosito-hamsa-ebraica?share_id=19324193&hmac=873e8e4d694298c75a00e343ad6cdd076260c40e&utm_source=Pinterest&utm                       

image

Fonte: http://www.deviantart.com/art/Clay-Hamsa-Hand-Pendant-325920239

image

Fonte: http://www.judaism.com/search.asp?sctn=0880

image

Fonte: http://www.judaism.com/search.asp?sctn=0366

Postatemi le vostre Hamsa preferite, vi consiglio di iniziare facendo una piccola ricerca su Pinterest.

From Goebbels With Love

Nel 1933  Alfred Eisenstaedt, autore della famosissima fotografia del marinaio che bacia l’infermiera all’annuncio della fine della guerra, era fotografo a tempo pieno da appena 5 anni. In quell’anno venne inviato a svolgere il proprio lavoro di corrispondente alla quindicesima Conferenza della Lega delle Nazioni. Lì si trova faccia a faccia con  Joseph Goebbels, che era stato inviato come membro della delegazione tedesca, e ha l’occasione di scattare una foto in cui si concentrano tutto l’odio razziale e il desiderio di annientamento che si agitano nella mente del gerarca nazista. L’espressione di Goebbels cambia radicalmente quando viene informato  che il fotografo che ha di fronte é ebreo. Si rattrappisce sulla poltrona, stringendone i braccioli in un parossismo di tensione.

“Stava sorridendo, ma non a me. Guardava qualcuno alla mia sinistra.Improvvisamente mi vide, e io scattai. La sua espressione era cambiata.C’erano gli occhi dell’odio.  Ero un nemico?  Dietro di lui c’era il suo segretario privato,  Walter Naumann, con  il pizzetto, e l’interprete di Hitler, il dr. Paul Schmidt. Mi  è stato chiesto come mi sentissi a fotografare questi uomini. Non tanto bene, naturalmente,  ma quando ho la macchina fotografica in mano non ho paura di nulla. Questa immagine avrebbe potuto essere intitolata  ” Da Goebbels con amore”. Quando mi avvicinai a lui nel giardino dell’albergo,  guardò verso di me con occhi colmi di odio e aspettò che abbassarsi lo sguardo. Ma io non lo feci” (fonte: Time.com)

image

Fonte ( http://www.masedomani.com/2014/04/29/storia-di-una-fotografia-la-malvagita-in-uno-sguardo/

image

Fonte (www.sittablog.com)