Archivio mensile:marzo 2014

Cosa c’è di nuovo all’Istituto di Storia Ebraica di Varsavia

Di settimana in settimana, l’Istituto di Storia Ebraica offre programmi interessanti e ricchi, che forniscono un valido accompagnamento alle esposizioni temporanee , tramite percorsi di studio, presentazioni di libri e film e anche qualche momento conviviale.                Attualmente si possono visitare due diverse mostre: fino al 31 marzo, infatti,  sarà ospitata al secondo piano la mostra ” Obcy i Niemili” ( Estranei e poco piacevoli), oggetto del primissimo post da me pubblicato sul blog; e fino al 15 maggio saranno esposte una selezione delle opere del fotografo Menachem Kipnis, che ci consegnano un meraviglioso e variegato  quadro della vita della comunità ebraica in Polonia prima della Seconda Guerra Mondiale.

In questa settimana e nella prossima le esposizioni verranno contornate dai seguenti eventi:

Oggi 11 marzo alle 11 si è svolto  un incontro di studio dedicato al fenomeno del “landsmanshaftn” ossia dei comitati di mutuo soccorso formati dalle comunità ebraiche che nella Seconda Guerra Mondiale vennero deportare dalle loro città di origine e costrette ad abitare in altre località del territorio occupato dai Nazisti. Protagonista dell’incontro è il “”landsmanshaftn” formato dagli ebrei originari della cittadina polacca di Płock.  Quello che lo rende particolarmente importante è che la deportazione in questo caso portò alla nascita del Comitato Centrale di Płock a Varsavia, che divenne fondamentale nel coordinare l’azione dei comitati locali e nel fornire aiuto agli sfollati. Nell’archivio dell’Istituto  sono conservate le lettere che erano state indirizzate al Comitato Centrale a Varsavia, che ci permettono di ricostruire il funzionamento del sistema di aiuto sociale degli ebrei di Płock.

Una lettera dall'archivio dell'Istituto( foto dal sito http://www.jhi.pl/en/events/seminars/227)
Una lettera dall’archivio dell’Istituto( foto dal sito http://www.jhi.pl/en/events/seminars/227)

Giovedì 13 alle 18 è prevista la presentazione di “„Podróż do lęku” ” ( Viaggio verso l’Angoscia), prima parte dI “KONIEC/ THE END” il nuovo progettodi  Zuzanna Janin. Il video è nato dal viaggio che l’artista polacca ha intrapreso in Russia come gesto di solidarietà  nei confronti delle Pussy Riot e ha al suo centro l’attività di  quelle persone che rifiutano di accettare l’oppressione, e preferiscono invece rischiare e combattere per un presente migliore. Alla fine della proiezione seguirà un dibattito con l’autrice condotto dal professore Paweł Spiewak .

Sabato 15, per festeggiare Purim, l’Istituto e la Comunità Ebraica di Varsavia organizzano un ballo al Museo Etnologico. Nel corso della serata si potranno assaggiare i cibi tipici della festa, ci sarà musica sefardita  dal vivo e ci sarà una concorso a premi per il miglior costume.

La locandina del ballo per il Purim ( fonte: http://www.jhi.pl/en/events/book_promotions/233)
La locandina del ballo per il Purim ( fonte: http://www.jhi.pl/en/events/book_promotions/233)

Martedì 18 alle ore  11 si terrà un altro incontro di studio, dedicato all’esame dei moti antisemiti a Varsavia nella primavera del 1790.  Verranno  analizzati non solo gli aspetti sociali della questione, ma anche quelli politici, ossia come deputati e senatori cercarono di affrontare il problema durante le sedute del Sejm. Si parlerà anche  della recezione di questi eventi nella provincia polacca, dove spesso venne espressa l’opinione che ” tutti gli ebrei vanno passati a filo di spada”.

Infine, l’incontro di giovedì 20 sarà invece dedicato alla memoria di Włodzimierz Szer,  un professore dell’Istituto di Biochimica e Biofisica dell’Accademia Polacca delle Scienze , che nelle sue memorie descrive dettagliatamente la vita della comunità ebraica a Varsavia nel periodo precedente al secondo Conflitto Mondiale. I ricordi di Szer si allargano poi a comprendere la sua fuga nel 1939 nel territorio occupato dai russi e il suo arruolamento nella divisione Kościuszko.  Appassionato di musica classica e abile giocatore di scacchi, Szer lasciò la Polonia nel 1967 per emigrare negli Stati Uniti con la propria famiglia. Al termine dell’incontro condurrà un dibattito con la professoressa Magdalena Fikus, amica personale di Włodzimierz Szer.

Włodzimierz Szer (al centro) con alcuni compagni di studio (http://www.jhi.pl/en/events/meetings/228)
Włodzimierz Szer (al centro) con alcuni compagni di studio (http://www.jhi.pl/en/events/meetings/228)

Questo primo estratto dal programma dell’Istituto è ben rappresentativo della grande varietà di argomenti trattati dai loro incontri, che ci permettono di entrare in contatto di volta in volta con aspetti differenti del grande patrimonio della comunità ebraica polacca e del suo integrarsi nel tessuto del paese.

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Breslavia “città dei manichini”: il Bruno Schulz Festival

Simbolo festivalIl Festival dedicato a Schulz che si svolge ogni novembre a Breslavia rispecchia bene il carattere poliedrico dell’opera di questo artista: infatti,  se Bruno Schulz ne è il “patrono protettore” ad essere al centro del festival è una sorta di “tribù” d’adozione, composta da scrittori, artisti, poeti, musicisti e studiosi. Il 20 ottobre 2013 è cominciata la seconda edizione, e per cinque giorni il  simbolo della manifestazione ( un manichino bianco e uno nero in campo “cannella”) ha punteggiato il centro della città, e librerie, centri culturali, circoli musicali hanno ospitato numerosi eventi, in un programma  molto ricco che proponeva che discussioni accademiche, incontri con autori contemporanei,concerti e mostre, tutti legati dal filo rosso dell’appartenenza alla cultura ebraica.

Una parte degli incontri metteva in luce le connessioni dell’opera di Schulz con altri scrittori :ne è un esempio l’intervento tenuto il 21 novembre, dal titolo: “Max Blechner – il Bruno Schulz romeno”.                                                                                                                                                 Ad accomunare Max Blecher (1909-1938) a Schulz è il medesimo background sociale: anche Blecher era ebreo di origine, e viveva in provincia. Al centro dell’opera di Blecher c’è l’esplorazione della psiche umana, considerata al pari di un continente da scoprire; ed è caratterizzata da una struttura a micro-fabule, che evidenzia i legami spirituali compiendo un “movimento” dall’esteriorità all’interiorità. Altrettanto particolare è la sua lingua, che segue le tendenze dell’avanguardia prendendo in prestito termini da vari registri, ampliando così la tavolozza del linguaggio letterario.

Di estremo interesse è stato l’intervento tenuto dal giornalista e scrittore Pawel Huelle il 23 novembre, dal titolo “ Il “Messia” di Bruno Schulz: tentativo di ricostruzione”. Huelle ha tentato di “ricreare ” l’ultima opera di Schulz, che narra l’arrivo del Messia nella cittadina di Drobohycz, e che è andato dispersa..Per svolgere  questo difficile compito ha utilizzato lettere personali di Schulz e memorie dei suoi amici e sodali ( tra cui spicca il nome di Witold Gombrowicz);  attraverso questi materiali ha tracciato anche un possibile ritratto del protagonista, che secondo alcune fonti potrebbe essere l’ebreo chassidico che compare nel quadro di Schulz “Spotkanie” (“L’incontro”)

Bruno Schulz "L'incontro"
Bruno Schulz “L’incontro”

Del “Messia” ci rimane solo un possibile incipit, riportato da Artur Sandauer: “ Sai- mi disse mia madre una mattina- è arrivato il Messia. E’ già a Sambor”.

Quale sia stata la sorte del manoscritto rimane un mistero. Le testimonianze al riguardo sono estremamente confuse: di certo si sa solo che le carte che Schulz aveva con sé al momento della morte vennero consegnate alla sorella Hanna, che però morì poco tempo dopo di lui. Nel corso degli anni, sono apparse alcune “piste” che sembrava potessero portare al recupero del testo, ma che si sono sempre risolte in un nulla di fatto.  Dopo la guerra, il cugino di Bruno, Alex Schulz, ricevette un’offerta anonima per l’acquisto del manoscritto; purtroppo, Alex morì prima di poter concludere l’accordo. Una situazione simile si presentò qualche tempo dopo: l’ambasciatore di Svezia ricevette un’offerta di acquisto, sempre anonima, e cercò di prendere accordi con Jerzy Ficowski ( traduttore, scrittore e saggista, specialista dell’opera di Schulz) ma ancora una volta il destino si mise di mezzo e l’ambasciatore morì prima di ricevere il visto per l’Ucraina, dove avrebbe dovuto consegnare il manoscritto. Da quest’ultimo episodio non si sono più avute ulteriori informazioni sul manoscritto.

C’erano poi incontri che esploravano tematiche vicine al mondo concettuale di Schulz: il primo giorno di festival si è tenuto l’incontro dal titolo “Tęskota za realizmem” (Nostalgia di realismo). Gli scrittori Andrzej Bart e Eustachy Rylski hanno inanzitutto cercato di formulare una definizione del termine “realismo” più ampia rispetto a quella del vocabolario, per il quale si tratta semplicemente del“tentativo di una presentazione obiettiva delle realtà nella letteratura”.                                                                                                          Secondo Rylski, più che di un tentativo si tratta di un’illusione: infatti, ogni scrittore crea un proprio mondo e quindi anche un proprio tipo di realismo. Come si arriva dal realismo al surrealismo? Il realismo richiede la capacità di scrivere secondo un piano dove ogni scena sia dotata di un inizio, una fase intermedia e una fine collegati da un filo logico: ma questa struttura non è adatta al mondo concettuale e alle capacità espressive di ogni scrittore. In secondo luogo, scrivere (o tentare di scrivere) in maniera realistica espone grandemente lo scrittore ai colpi della critica.

Secondo Bart, invece, la chiave che apre la porta tra realismo e surrealismo è il fatto che tutti noi raccontiamo la stessa storia, e le possibilità di combinazione degli eventi sono milioni; ma solo pochi hanno il talento di raccontarla in un modo diverso da tutti gli altri, e questo talento passa attraverso il surrealismo.

Il 22 novembre pomeriggio alla Mediateca si sono susseguiti tre diversi interessanti incontri, su temi che possiamo facilmente riallacciare a Schulz: il passato, la scrittura e la vita quotidiana, e, infine, il sogno.

Nel corso del primo incontro, dal titolo “Prove di ricostruzione del passato” (Próby konstruowania przesłości) Darius Rosiak ha parlato del suo ultimo libro „L’uomo di dura cervice” (inedito in italiano) il cui protagonista, Jakub Weksler-Waszkinel, è un sacerdote cristiano che scopre solo da adulto le proprie origini ebree, e deve imparare a conoscere questa eredità. Nel corso del libro il punto di vista si sposta dai ricordi del protagonista a quelli di altri personaggi, attraverso una teoria di punti “nodali” in cui le differenti versioni della medesima storia trapassano l’una nell’altra.

Al centro del libro c’è l’indagine sulla pulsione della coscienza a rivisitare il passato, ovvero: quali sono le motivazioni dietro il nostro interesse per ciò che non è più? Spesso, ciò che ci attrae  verso lo studio del passato è la speranza di poterlo utilizzare come chiave di lettura per comprendere meglio la realtà in cui ci troviamo a vivere; tuttavia, a volte il passato può diventare una giungla in cui è difficile districarsi, distinguere cosa è veramente accaduto dalle mistificazioni apportate in maniera più o meno conscia dalla memoria. Quando però il passato diviene materia letteraria, l’autore può esercitare su di esso un dominio assoluto e arbitrario, decidere autonomamente se attenersi o meno ai fatti.

Il secondo incontro si intitolava “Sono. Scrivo” ( Jestem. Piszę) e aveva al centro il dialogo fra tre scrittrici di punta della letteratura polacca contemporanea, Natasza Goerka, Olga Tokarczuk e Maddalena Tulli, che si confrontavano cosa significhi essere uno scrittore nella vita quotidiana.

A presentarle e a coordinare la discussione c’era Stanisław Bereś, che ha cominciato l’incontro con una citazione da Wiesław Myśliwski , per il quale la creazione era “ uno stile di vita ritmico e ascetico”.

Da questo punto di partenza, le tre le scrittrici hanno caratterizzato il loro metodo creativo : per Natasza Goerke, la creazione ha ben poco a che fare con l’ascesi, semmai è la ricchezza della vita che la circonda ad offrirle i migliori spunti ispirativi, così che la scrittrice non muove mai un passo senza avere con sé il proprio computer o almeno un taccuino; Maddalena Tulli si pone praticamente all’opposto, infatti sostiene di non aver bisogni di particolari stimoli dal mondo esterno per creare, ma di trovare alimento per la sua scrittura principalmente nella sua esperienza personale; e infine Olga Tokarczuk ritiene che ognuno di noi è un “fascio” di possibilità diverse, e che la scrittura è un processo che ci permette di entrare nella corrente generata da tale fascio e di ampliare le nostre potenzialità.

Tutte e tre concordano sul motivo principale che le spinge a scrivere: sono le storie che arrivano a loro quasi gridando “scrivimi” e a quel punto è necessario riorganizzare la propria vita e le proprie attività per trovare il tempo di scrivere, perché il processo creativo non nasce da sé ma richiede uno sforzo continuo, e il talento ha bisogno di essere coltivato costantemente.

Il terzo e ultimo incontro era dedicato alla lettura di trasposizioni in letteratura di esperienze oniriche, partendo dal presupposto che una delle più importanti scene della storia dell’umanità, la creazione di Eva dalla costola di Adamo, sia avvenuto di fatto dentro un sogno. I partecipanti, – Anna Wasilewska, Bogdan de Barbaro, Adam Poprawa e Adam Wiedemann, hanno raccontato alcune delle loro esperienze oniriche personali e letto i loro brani onirici preferiti in letteratura.

L’ultimo incontro “ufficiale” si è tenuta la sera di sabato 23 novembre: Hanna Krall, scrittrice e giornalista di origini ebree (nota tra l’altro per aver raccontato a Krzysztof Kieślowski la storia al centro dell’ottavo episodio del Decalogo – Non dire falsa testimonianza) ha parlato del suo libro più recente „Biała Maria” („Bianca Maria”, collage – inedito in Italiano – di storie a tema ebraico ambientate durante la Seconda guerra mondiale) che, secondo le parole dell’autrice “non voleva saperne di finire”: pubblicato per la prima volta nel 2011, è apparsa quest’anno la nuova edizione ampliata.

Artur Szyk “ebreo, polacco, patriota, illustratore”

Numerose iniziative “di contorno”  affiancavano la parte letteraria del programma: tra esse, la mostra dedicata  all’opera di Artur Szyk, illustratore che a partire dal periodo del secondo conflitto Mondiale iniziò ad esporre i propri lavori non solo in Polonia, ma anche in Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti.

La prima sezione della mostra era collocata nella Piazza del Mercato, vicino alla fontana di vetro. In essa sono esposti vincitori e vinti insieme: le feroci caricature con cui Szyk disegnava i capi dell’Asse e il dolente omaggio alla tragedia degli ebrei e all’eroismo con cui i Polacchi difesero la propria patria.

La morte si fa da parte per lasciar passare Hitler
La morte si fa da parte per lasciar passare Hitler
La Polonia accoglie i suoi buoni vicini
La Polonia accoglie i suoi buoni vicini
In memoria del ghetto di Łódż
In memoria del ghetto di Łódż
"Alla Polonia, la mia amata patria, con amore e orgoglio"
“Alla Polonia, la mia amata patria, con amore e orgoglio”

Nella seconda sezione della mostra, ospitata nel centro culturale Ossolinski, era esposta  la versione illustrata dello Statuto di Kalisz che Szyk dipinse nel 1932: lo Statuto, concesso nel 1264 dal principe Boleslao il Devoto (Bolesław Pobożny), garantiva i diritti e la inisicurezza dei cittadini ebrei, la loro libertà di culto, di spostamento e di commercio, oltre a prevedere la creazione di un tribunale speciale per i processi in cui erano coinvolti un ebreo e un cristiano.                                                                                                 Così si espresse Szyk in occasione della presentazione al pubblico dell’opera, nel 1932: “Sono Ebreo, ma la Polonia è la mia patria. Non posso separare l’una cosa dall’altra nel mio cuore. Mi ha addolorato il contrasto polacco-ebreo, scatenato in primo luogo da elementi stranieri e che ha portato ad attacchi diffamatori dei nemici verso la Polonia, che è stata chiamata la terra dell’oppressione e dei pogrom. Nello “Statuto di Kalisz” glorifico una delle più bei atti del liberalismo polacco nella storia europea. Credo fermamente che le grandi tradizioni polacche della tolleranza religiosa e popolare trionferanno sugli insulti del nazionalismo”

Lo statuto di Kalisz: " La dedica a Jozef Piłsudski, capo dello stato polacco"
Lo statuto di Kalisz: ” La dedica a Jozef Piłsudski, capo dello stato polacco”

Inoltre, a completare una panoramica generale sull’opera di questo artista, erano esposte illustrazioni tratte dal Ciclo delle Nazioni Unite e altre appartenenti al progetto di un mazzo di carte con i disegni degli eroi di Israele.

Dal ciclo delle Nazioni Unite : "La Polonia"
Dal ciclo delle Nazioni Unite : “La Polonia”

Conclusioni

I libri che amiamo influiscono non solo sulla nostra immaginazione, ma anche sul nostro modo di percepire la realtà. Tra le attrazioni natalizie esposte nella Piazza del Mercato c’era anche una piccola mostra di pupazzi meccanici con le fattezze dei personaggi delle fiabe, chiusi in piccole vetrine. Intorno al baraccone si affollavano i bambini incantati dal vedere i loro beniamini prendere vita; e pochi passi dietro di loro c’ero io, con il cuore stretto in un anello di gelo nell’osservare le ripetitive evoluzioni dei manichini, poiché ricordavo le parole di Jakub nelle Botteghe color cannella, sulla materia che urla impotente e prende a pugni le pareti della sua incomprensibile prigione.

Bruno Schulz trasformatore della realtà

Bruno Schulz nasce nel 1892 nella cittadina di Drohobycz ( ora in Ucraina, ma che all’epoca di Schulz faceva parte della Galizia austoungarica), terzo figlio di Jakub Schulz e Henrietta Kuhmarker.

Bruno Schulz "Autoritratto"
Bruno Schulz “Autoritratto”

La famiglia viveva al primo piano di un piccolo edificio situato nella piazza del Mercato; al piano terra si trovava la bottega di articoli tessili di loro proprietà.

Nel periodo tra il 1902 e il 1910 studia nel ginnasio cittadino, dove si qualifica come uno dei migliori allievi. Nel 1911 prende il diploma e progetta di iscriversi alla facoltà di Architettura a Lwów (Leopoli, Lemberg), ma dopo un anno le sue precarie condizioni di salute (problemi al cuore e ai polmoni) gli rendono impossibile proseguire gli studi.

Nel 1913 tenta di riprendere il percorso accademico, ma deve fermarsi nuovamente appena un anno dopo,a causa dello scoppio della guerra.

Nel 1915 muore il padre, minato da una lunga malattia. A questo lutto si associa la chiusura della bottega e il peggioramento delle condizioni economica della famiglia: Schulz si ritira a vivere a casa della sorella insieme alla madre.                                                    Dal 1918 entra a far parte del gruppo “Kalleia” in cui era riunita l’intelligencja ebrea di Drohobycz; e nel 1922, per contribuire al bilancio familiare, Schulz comincia a fare ritratti su commissione, senza riscuotere tuttavia un grande successo.Nel 1924 riesce ad ottenere un contratto come maestro di disegno nello stesso ginnasio in cui aveva preso la maturità da ragazzo e dove lavorò fino a poco tempo prima della morte.

Nel 1928 Schulz divenne protagonista di uno scandalo locale: una mostra di suoi disegni, che comprendeva opere tratte dal Libro Idolatrico, gli fruttò un’accusa di propaganda della pornografia.                                                                                                                                                                          La conoscenza con Józefina Szelinska, che divenne sua fidanzata in un rapporto tormentato che si concluse nel 1937 per il rifiuto di Schulz di lasciare Drohobycz, avviene nel 1933, anno in cui lo scrittore inizia a cercare un contatto editoriale per pubblicare il suo esordio letterario, Le botteghe color cannella.

Le botteghe color cannella

Schulz esordisce come scrittore nel 1934, con la pubblicazione della raccolta di racconti “Le botteghe color cannella” (in polacco Sklepy Cinamonowe).

Copertina della prima edizione de "Le botteghe color cannella"
Copertina della prima edizione de “Le botteghe color cannella”

Al centro di questi racconti c’è un infanzia che diventa magica a dispetto delle circostanze, e una cittadina di provincia misera e grigia che esplode in uno sbocciare e tripudio di immagini che sembrano colare in rivoli giù dalle pagine. Alcuni dei racconti si svolgono in estate, altri in inverno, ma il tempo atmosferico non è determinante; i colori e le metafore continuano ad aggrovigliarsi tra loro e a splendere,a indicarci che dove la realtà non è “abbastanza” deve essere la nostra mente a supplire alle sue mancanze. Difficilmente potremmo riconoscere nelle pagine di Schulz la reale Drohobycz dei primi decenni del Novecento, di cui Alfred Döblin scrisse “chi non ha visto Drohobycz non sa cosa significa la miseria” : arida d’estate, impantanata nel fango d’inverno, circondata dagli scavi petroliferi. Gran maestro di questa trasformazione, e figura centrale del libro, è il padre di Schulz Jakub, che, seppur minato dalla malattia, combatte una battaglia solitaria e senza quartiere contro la noia che tenta di soffocare e di coprire di polvere ogni esistenza.

Jakub Schulz ritratto dal figlio Bruno
Jakub Schulz ritratto dal figlio Bruno

In questa sua lotta sogna una nuova Genesi, dove la creazione sia a portata di tutte le anime, e non più una prerogativa di un Demiurgo, perché “ la materia è un’inesauribile forza vitale, incline ad un’infinità fecondità e ad un ammaliatore potere di seduzione, che ci persuade a diventare creatori a nostra volta”. Da questa Genesi nascerà una nuova generazione di cose, destinate a non durare in eterno, ma ad essere continuamente distrutte e ricostruite: il peggior delitto è quello di imprigionare la materia, di bloccarne il flusso.

Laddove il Demiurgo creava con i più eccellenti tra i materiali, l’uomo creerà con i rifiuti. Nascerà infine anche una nuova generazione di uomini, nati a immagine e somiglianza dei “manichini”.

Ma attenzione, rimarca il Padre (così infatti viene chiamato dal narratore), quando si parla di “manichini” non ci si deve confondere con quelli che sono solo la loro misera caricatura: i pupazzi del museo delle cere, che rappresentano la maggiore violenza che si possa perpetrare ai danni della materia, cioè a bloccarla per sempre in una forma ed espressione estrinseche, al cui senso essa non partecipa. Quando diamo alla materia, in questo caso la cera, le caratteristiche fisiche di una persona realmente esistita, non siamo in grado di infondervi anche le caratteristiche psichiche di lei; e così, la materia sarà per sempre congelata in un espressione ( di rabbia, ad esempio, o di tristezza, o di crudeltà) che è per lei del tutto priva di senso.

Il Padre sostiene che, passando di notte vicino al museo delle cere, si possano sentire le urta di dolore della materia che, letteralmente, batte i pugni contro la sua prigione.

I reali “manichini” sono il prodotto della fermentazione della materia, esseri solo per metà organici: si può apprendere il loro processo di formazione sospendendo degli speciali colloidi in una soluzione di sale da cucina, dove poi evolveranno arrivando allo stadio delle forme inferiori di fauna e flora. Ma la vera e rigogliosa fermentazione della materia avviene altrove, in posti lontani dall’azione dell’uomo: il suo habitat ideale sono le stanze dimenticate di vecchi appartamenti, dove da tempo non entra più nessuno. Lì la materia può fermentare liberamente, assumendo ogni forma possibile, germogliando e appassendo in un processo apparentemente senza fine, ma che si interrompe bruscamente se qualcuno apre la porta della stanza.

Purtroppo, in questa sua lotta per la trasformazione del mondo, il padre incontra un temibile avversario: la cameriera Adela, simbolo del ritorno all’ordine e insieme entità distruttrice che si accanisce contro le opere del Padre.

Il Padre e Adela possono essere trasposti sul piano di un rapporto ontologico, in quanto entrambi simboleggiano un diverso approccio all’esistenza: Adela rappresenta coloro che sono ben certi della loro esistenza e identità, con le radici saldamente piantate nella realtà; Jakub invece è il rappresentante di tutti gli individui per cui l’esistenza è una continua lotta alla ricerca di una forma perennemente sfuggente. Adela riconduce il Padre alla realtà, e il prezzo che quest’ultimo deve pagare è una quasi totale sottomissione, in un mondo letterario dove generalmente le figure femminili sono forti, titaniche nella loro fecondità, e quelle maschili pressochè evanescenti.

Questa situazione ricalca le reali circostanze della famiglia Schulz: Jakub infatti aveva già quarantasei anni quando nacque Bruno, e negli anni successivi la sua salute andrà sempre più declinando, impedendogli di occuparsi del negozio. Il peso della casa e della famiglia ricadde quindi inevitabilmente sulla madre, Henrietta.

Una costante dei racconti è che il Padre nel corso dei suoi esperimenti finisce per isolarsi dalla vita familiare, per allontanarsi in un suo mondo personale al quale nessun altro ha accesso. In maniera altrettanto costante, la famiglia finisce per abituarsi a questo stato di cose. Per Schulz è fondamentale il concetto di mito, inteso come processo di sublimazione e\o simbolizzazione delle impressioni, dei luoghi, dei colori e delle persone che ci colpirono da bambini. C’è chi li usa come ispirazione, chi li lascia addormentati nella memoria. Attraverso il prisma del mito Bruno applica al vero Jakub il processo di trasformazione che l’alter ego letterario avrebbe voluto applicare a tutto il mondo: e trasforma la storia della malattia e della morte di suo padre in una pirotecnica sequela di invenzioni, metamorfosi, e, infine, sparizioni.

Schulz come pittore e illustratore

Schulz fu da subito pittore, per dedicarsi alla scrittura solo in seguito. Fin da piccolo mostrò un talento precoce per l’arte figurativa, e lui stesso disse, nell’intervista che gli fece l’amico Witold Gombrowicz nel 1935: “I miei inizi come disegnatore si perdono in una nebbia mitologica, ancora non parlavo e già  costellavo fogli e margini di giornale di scarabocchi, si trattava invariabilmente di carrozze e cavalli”. Qui ritroviamo la sua idea delle immagini chiave dell’infanzia come materia dell’ispirazione futura : “ Verso i sei-sette anni ritornò sempre nei miei disegni l’immagine delle carrozze scoperte, con i fari ardenti, che uscivano da un bosco notturno. (….) Non so come mai nell’infanzia arriviamo a certe immagini con un significato per noi decisivo. Giocano il ruolo di quei legami in una soluzione (chimica, ndt)attraverso i quali si cristallizza per noi il senso del mondo. A questo genere di immagini appartiene anche quella del bambino portato in braccio dal padre attraverso lo spazio di una notte gigantesca” (Wiesław Budzyński, Schulz pod kluczem, Świat Książki, Warszawa 2013, pg 116)

Bruno Schulz " Carrozza"
Bruno Schulz ” Carrozza”

 

Bruno Schulz, illustrazione al racconto "Primavera"
Bruno Schulz, illustrazione al racconto “Primavera”

 

Schulz illustrò personalmente sia Le botteghe color cannella che il successivo Il sanatorio all’insegna della clessidra, nel quale ritorna la figura del Padre, questa volta ricoverato in un misterioso sanatorio già dopo la propria morte. Questo è possibile perché il sanatorio si trova in una fascia di tempo parallelo; in un qualche modo, è situato anteriormente rispetto alla morte del personaggio a cui, forse, è ancora possibile guarire.

Non a caso, il primo racconto L’epoca geniale, ci pone questa domanda: e se il tempo fosse troppo “stretto” per tutti gli eventi? Se la risposta fosse affermativa, allora sarebbero del tutto possibili delle strette fasce di tempo in cui possono avere luogo gli eventi irregolari e inclassificabili.

Oltre alle illustrazioni per le proprie opere letterarie, Schulz ritrasse amici, conoscenti, mecenati, familiari.

A un altro spicchio della sua opera appartengono le stampe raccolte nel “Libro Idolatrico” (Xięga bałwochwalcza). Più che di un vero e proprio libro (per quanto in polacco antico la parola “xięga” riporti all’idea di libro primigenio, concetto già esplorato da Schulz nelle prime pagine del “Sanatorio all’insegna della clessidra”)si tratta di una serie di opere prodotte tra il 1920 e il 1924, realizzate con la tecnica del “ clichè-verre” : Si disegna con uno stilo su una superficie di vetro coperta di gelatina nera. Il risultato è una sorta di negativo che viene poi ricopiato su carta fotosensibile, sviluppato, fissato e lavato proprio come fosse pellicola”. ( Lettera a Zenon Wasniewski, 1934.)

Schulz preparava diverse copie di ogni immagine e le consegnava, avvolte nella stoffa, ad amici fidati: in questo modo, alcune sono riuscite a sopravvivere alla guerra.                                  Ad accomunare questi disegni è un tema che abbiamo già incontrato ne “Le botteghe color cannella”: la sottomissione a una figura femminile traboccante di potere e fertilità, da parte di figure maschili fragili, evanescenti, che in alcuni disegni sembrano quasi trasformarsi in esseri subumani.

Bruno Schulz "La processione"
Bruno Schulz “La processione”

Questo genere di rapporto è rappresentativo di un altro concetto chiave nell’opera di Schulz: ossia l’umiliazione necessaria all’artista per accostarsi alla materia e farne l’oggetto della sua creazione.Si giunge quindi a una giustificazione dell’idolatria e del sacrificio, indispensabili per giungere a conoscere la “donna”, materia della creazione, e trasformarla in arte.

Nel Libro Idolatrico troviamo tre diversi prototipi femminili: il primo è quello della bambina la cui femminilità non si è ancora del tutto sviluppata, e tende all’androgino;

Bruno Schulz "Una bambina e i suoi nani"
Bruno Schulz “Una bambina e i suoi nani”

Compare poi la figura di Undula, una giovane donna consapevole del suo potere, ma che respinge l’idea dell’uso della violenza fisica;

Bruno Schulz "Undula e gli artisti"
Bruno Schulz “Undula e gli artisti”

Infine, arriva l’immagine della donna dominatrice e aggressiva che non si fa scrupoli nel maltrattare fisicamente i propri adoratori.

Il libro idolatrico
Il libro idolatrico

L’ultima magia di Schulz

Il talento di pittore segnò anche l’ultimo periodo della vita di Schulz. Negli anni della seconda guerra Mondiale, Dohobrycz fu prima sotto il controllo sovietico, poi sotto quello tedesco e infine nuovamente sotto i russi nell’ultima fase della guerra.

Schulz, rimasto l’unico sostegno della famiglia dopo la morte del fratello maggiore e il suicidio del cognato, dovette trovare il proprio posto per la sopravvivenza, e v riuscì offrendo i propri disegni e affreschi.

Nel 1942 entrò nelle grazie di un ufficiale della Gestapo, Felix Landau, che lo “proteggeva” in cambio di un aiuto nel lavoro d’ufficio (Schulz parlava bene il tedesco e fu traduttore di Kafka) ma sopratutto in cambio della sua arte.

Alcuni testimoni riportano che Landau si fece ritrarre da Schulz in diverse occasioni; purtroppo, questi dipinti sono andati perduti, poiché Landau li fece bruciare come materiale compromettente.

Ma l’opera principale che Schulz dipinse agli ordini di Landau fu il ciclo di affreschi ispirato alle fiabe dei fratelli Grimm, che andò a decorare la stanza dei bambini in un casa requisita dall’ufficiale tedesco. Ed è in questi affreschi che Schulz compie la sua ultima magia, l’ultima trasformazione della realtà: sotto il suo pennello, i personaggi delle fiabe prendono le fattezze degli abitanti ebrei della cittadina, e, significativamente, il volto della strega cattiva è quello dell’amante di Landau, e compare ancora una volta l’immagine del calesse,e alla sua guida, forse, c’è proprio Schulz.

Dagli affreschi di Drohobycz ( origine della foto il sito http://riowang.blogspot.it/)
Dagli affreschi di Drohobycz ( origine della foto il sito http://riowang.blogspot.it/)

Schulz in questi affreschi mostra per l’ultima volta come sia possibile che il mondo reale e il mondo della letteratura si incrocino: a coloro che hanno letto L’armata a cavallo di Isaak Babel non sfuggirà l’analogia con il pittore Pan Apolek, che nella novella omonima inserisce nel proprio affresco religioso i volti degli abitanti di Novograd-Volynsk.                         Il 19 novembre 1942 a Dohobrycz durante un’azione della Gestapo persero la vita 264 ebrei; tra loro Bruno Schulz,vittima della rivalità tra Landau ( che si vantava di avere ai suoi ordini “un vero artista”) e un altro ufficiale delle SS, Karl Günther. Le testimonianze a proposito delle ultime ore di Schulz sono contraddittorie; sappiamo con certezza solo che il gesto di Günther fu dettato da un desiderio di vendetta contro Landau, che qualche tempo prima aveva ucciso un altro ebreo che era sotto la protezione di Günther: “Tu hai ucciso il mio ebreo, e ora io ho ucciso il tuo”.

 

 

 

 

Seconda parte: L’orrore prima di Auschwitz e la rinascita

L’inizio del 1943 porta con sé la distruzione di due miti:Il il primo è quello dell’invincibilità dell’esercito tedesco, spazzata via dalla disfatta delle truppe naziste sotto il comando del Generale Paulus a Stalingrado; il 19 aprile divampa la Rivolta del Ghetto di Varsavia, la migliore risposta alla calunnia della propaganda nazista secondo la quale gli ebrei sono ” geneticamente incapaci di resistenza fisica”                                                                                                           Il nuovo ordine tedesco vacilla. L’eco di questi due avvenimenti risuona anche nell’Estonia occupata; la speranza di controllare le risorse energetiche nel territorio del Mar Caspio è ormai sfumata, e per compensare la perdita è necessario riprendere la produzione estone di petrolio e ardesia. Il 21 giugno 1943 Himmler dà l’ordine di liquidare tutti i ghetti sul territorio della Bielorussia e dei Paesi Baltici, e di trasferirne  i sopravvissuti in campi dove sarebbero serviti da forza lavoro gratuita.

Immagine Il campo di concentramento di Vaivara

I primi di loro vengono trasportati a Vaivara, una piccola località che servirà principalmente come snodo, da cui i prigionieri vengono assegnati ai vari campi di lavoro. Alcuni di essi erano costruiti in prossimità di miniere e impianti di raffinazione; altri avevano un’esistenza di appena poche settimane o mesi, ed erano legati a un’obiettivo specifico, ad esempio la costruzione di difese militari , strade sterrate, campi militari o ferrovie a scartamento ridotto. Entro l’autunno, il sistema si era completamente sviluppato ed occupava la zona del Nord Est dell’Estonia e le vicinanze di Tallinn. I treni carichi di prigionieri si fermavano alla stazione di Vaivara, dove i bambini venivano strappati ai loro genitori, caricati su dei camion e spediti verso una destinazione sconosciuta- che si rivelò poi essere il campo di concentramento di Salaspils.

Nella primavera del 1944, con l’Armata Rossa ormai alle frontiere, i Nazisti tentarono di cancellare le tracce dei loro crimini. In quel periodo arriva sul territorio occupato il “Convoglio 73” l’ultimo a trasportare deportati ebrei, diretto in Lituania da un campo di transito che si trovava vicino a Parigi. La maggior parte di essi venne sterminata immediatamente a Kaunas; gli altri, totalmente debilitati dal lungo tragitto, vennero trasferiti a Tallinn e da lì al “Campo di Educazione e Lavoro 2”. Una parte di essi fu costretta al lavoro di inumazione e cremazione dei corpi delle vittime degli anni precedenti. nell’estremo tentativo di far scomparire quello che era successo. Ancora non è stato possibile individuare il posto dove queste “operazioni” ebbero luogo.

Dai primi giorni del 1944 il porto di Tallinn lavorò solo in regime di evacuazione. Appurato che non sarebbe stato possibile mantenere il controllo sull’Estonia, i Nazisti in fuga tentarono di portare via dal paese qualsiasi cosa avesse un valore economico, inclusi i loro schiavi. Coloro che erano riusciti a sopravvivere nell’Estonia “Judenfrei” avevano di fronte a loro un lungo viaggio, in condizioni disumane, verso i campi di lavoro dislocati sul territorio tedesco.

Immagine Il monumento commemorativo delle vittime di Klooga ,Foto di Sander Sade, da Wikicommons)

Tra i campi che facevano parte del “sistema di Vaivara” quello di Klooga godeva di una “buona fama”. “Un buon campo” lo definivano scherzando i prigionieri, un posto dove lavoravano non solo i prigionieri ma anche civili, e questo permetteva di barattare gli ultimi oggetti di valore, preservati a prezzo di altissimi sforzi, con un poco di cibo. Di tanto in tanto, le autorità del campo affittavano i propri schiavi alle fattorie vicine, dove avrebbero dovuto completare qualsiasi lavoro richiesto in cambio di una razione di cibo.                       I primi prigionieri , circa seicentocinquanta ebrei del ghetto di Vilnius, arrivano a Klooga l’8 settembre 1943. La popolazione del campo continuerà gradualmente ad aumentare fino ad arrivare a 2300 persone alla fine del luglio 1944. Il lavoro forzato dei suoi abitanti era sfruttato principalmente dalla “O.T “, che produceva oggetti militari e i loro componenti.

E’ proprio da Klooga che giungeranno al mondo le prime, terrificanti immagini di cosa veramente sia il “nuovo ordine” voluto dal Reich tedesco. Il giorno nero di Klooga  comincia la mattina presto del 19 settembre 1944, quando un ufficiale delle SS comunica all’amministrazione del campo e ai comandanti  che non è più possibile evacuare i prigionieri per mare. E’ una sentenza di morte, ma, ancora una volta, comincia la grande menzogna. Ai prigionieri viene detto di prepararsi per l’evacuazione, e un gruppo viene inviato a tagliare della legna, apparentemente per le fornaci delle locomotive, in realtà per accendere i giganteschi falò su cui avrebbero bruciato i corpi delle loro vittime. A mezzogiorno,  presa ormai coscienza di non aver più nulla da perdere, i nazisti aprono il fuoco e il massacro comincia. Qualche giorno più tardi le truppe dell’Armata Rossa varcano i cancelli di Klooga ed entrano nell’incubo. I nazisti si sono dileguati senza aver il tempo di finire il loro “lavoro”: ovunque, giacciono confusamente i cadaveri di coloro che sono stati uccisi per ultimi, vicino a pile di corpi parzialmente bruciati, legname, pozze di petrolio.Per giorni e giorni si sentirà nell’aria l’odore della carne umana bruciata.

Questa potrebbe essere la fine della storia, soffocata dal fumo dei falò di Klooga. Ma nel 1945 a Tallinn, al numero 23 della via Kreutzwald, apre una nuova sinagoga. Piano piano la vita rinasce, facendosi strada tra l’orrore di quello che è successo e la nuova occupazione sovietica.Sopratutto a partire dalla seconda metà degli anni 60′ la vita culturale riprenderà slancio, con il riconoscimento legale delle associazioni e la nascita di teatri in yiddish. In questo periodo la comunità ebraica intraprende due grandi battaglie:  nel 1967  comincia quella per il diritto ad emigrare in Israele ( che porterà al picco di  emigrazioni dei primi anni 70′), mentre nel 1968  viene chiesto alle autorità sovietiche il permesso di costruire un monumento in memoria delle vittime dell’Olocausto nel cimitero di Rahumae ( il permesso verrà negato e la comunità dovrà ripiegare su una cerimonia ufficiosa nel 1973). La vera e trionfale rinascita coincide significativamente con il recupero dell’indipendenza da parte dell’Estonia, con la fondazione nel 1988 della Società Culturale Ebraica Estone. La data ufficiale della dichiarazione d’indipendenza è il 16 novembre : appena tre giorni dopo, il 19 novembre, apre la Società Culturale Ebraica di Tartu, seguita il 20 novembre da quella di Narva. E’ l’inizio di un percorso destinato a non fermarsi più:  anno dopo anno, vengono creati o riaperti asili, teatri, scuole, associazioni, centri di cultura. Il 2 maggio 1989 avviene, finalmente, la prima riunione pubblica della comunità dai tempi della Seconda Guerra Mondiale: è dedicata alla memoria delle vittime dell’Olocausto.  La strada continua tuttora, e nel sito del museo veniamo tenuti costantemente informati sui progressi della comunità estone: l’ultimo avvenimento inserito nella tabella delle “Date Principali” risale al settembre dell’anno scorso, quando è stato aperto al numero 5 di Via Suve a Tallinn l’asilo “Aviv”.

Volendo raccontarci una storia di vita, e non solo di morte, il museo ha sezioni dedicate ai vari aspetti della attività della comunità ebraica estone: familiarizziamo così con il suo sistema educativo, che dovette essere completamente ricostruito nel 1988 ( durante il regime sovietico era vietato tenere studiare l’ebraico o utilizzarlo come lingua per lo studio di qualsiasi disciplina), con brillanti esponenti di vari campi del sapere e delle arti e con un vastissimo sistema di associazioni, che comprendevano lo sport, la musica, il teatro. Altrettanto spazio viene dato al ruolo rivestito dagli ebrei nell’economia estone.

Un posto speciale meritano coloro che durante gli anni dell’Olocausto hanno aiutato gli ebrei. Di ognuno di loro ci viene dato nome e cognome e una breve descrizione dei loro atti eroici. Di tanto in tanto ci imbattiamo in personaggi il cui nome è andato perduto, ma le cui azioni rimangono nel ricordo dei sopravvissuti: è il caso dell’estone che registrò come sue figlie due bimbe ebree il cui vero padre era arruolato nell’esercito, salvandole così’ dalla morte o del contadino che dopo la liquidazione di Klooga si recò al campo con delle scorte di pane da distribuire ai superstiti.  Helga Verleger conserva il ricordo di Uibo, una guardia estone di Klooga che era fortemente ostile ai nazisti e che tentò di fuggire insieme a una prigioniera ebrea. Venne tradito dalle altre guardie e lui e la sua compagna vennero fucilati.

Anche in Estonia non mancarono spie, delatori e traditori di varia foggia. Ma i loro nomi non vengono citati neppure parzialmente. La peggiore maledizione e vendetta, per tutti loro, è proprio di non essere ricordati, di sparire dalla memoria degli uomini.                               “queste persone sono condannate a un eterno oblio. Un oblio che è allo stesso tempo più grande e più terribile della più forte maledizione” (  Iosef Kats “Stamped “Judenfrei”- the Holocaust in the territory of the Nazi- Occupied Estonia 1941-1944″ , pg  27)