Archivio mensile:gennaio 2014

La Giornata della Memoria a Varsavia

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Ieri sera,nel cuore del ghetto di Varsavia, in mezzo al turbinare del vento ghiacciato e della neve, si si sono svolte le cerimonie ufficiali in occasione della Giornata della Memoria. Rappresentanti delle varie comunità religiose si sono uniti in una preghiera per ricordare coloro a cui la vita è stata strappata. La cerimonia si è svolta davanti al Monumento agli Eroi del Ghetto, che si trova proprio di fronte al Museo della Storia degli Ebrei Polacchi. Dopo la deposizione delle corone di fiori inviate dalle autorità e dalla associazioni culturali della città, si è svolto l’appello della Memoria. Chi voleva poteva recitare dal palco i nomi di parenti, amici o semplici conoscenti periti nella Shoah.                                                           Chiunque abbia viaggiato in paesi con un clima invernale molto rigido conosce bene quel particolare silenzio che nasce quando la neve si accumula e ovatta tutti i suoni, anche quelli di una grande città come Varsavia. In questa atmosfera vagamente irreale, i nomi hanno echeggiato, evocando per un momento l’immagine di coloro che li portavano.

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Altre iniziative si sono svolte nel corso della giornata: dalle 12 alle 18 un tram storico con la stella di Davide ha ripercorso il tragitto nel vecchio ghetto; all’Istituto di Storia Ebraica si è tenuto un piccolo ciclo di conferenze a tema storico.

Alle 19, al Museo della Storia degli Ebrei Polacchi, si è tenuto il concerto “”Kołysanki na wieczny sen” ( Ninnananne per l’eterno riposo”) nato da un progetto della cantante Lena Piękniewska e del quartetto jazz Soundcheck.  Sul pannello alle spalle dei musicisti, veleggiando sulle note, apparivano foto del periodo precedente alla guerra.Foto di famiglia, di amici e amiche in gita, di coppie che passeggiano tenendosi a braccetto. Cullati dalla musica, entriamo in altro mondo, in quel mondo normale e sorridente che esisteva prima dell’orrore. Proprio questo è lo scopo del progetto: ricordarci che ” oltre la tenebra dell’Olocausto c’è la luce” come recita una delle canzoni. Ma viceversa, dobbiamo anche ricordarci che dietro ogni luce può esserci la tenebra di un olocausto, spetta a noi rendere la memoria viva nel presente e impedirlo. Perchè non è difficile, con gli occhi della mente, sovrapporre alle foto proiettate nello spettacolo le nostre foto: quelle con le nostre famiglie, con i nostri amici, quelle dei piccoli momenti felici di ogni giorno.

Un momento dallo spettacolo
Un momento dallo spettacolo

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The Krakow Ghetto Pharmacy

“Il destino aveva collocato la farmacia Pod Orłem ( “All’insegna dell’aquila”) proprio nel cuore del ghetto, dove assistette alle deportazioni inumane, agli orrendi crimini e alla degradazione senza fine della dignità umana perpetrati dai Nazisti”
Il 3 marzo del 1941 il giornale “Krakauer Zeitung” annuncia l’apertura di un ghetto ebraico per “ragioni sanitarie e di sicurezza”. l’area designata è nel distretto di Podgórze, e nella sua prima fase includerà trecento venti caseggiati e una popolazione di seicento abitanti.
Nel distretto si trovano quattro farmacie,ma l’unica ad essere inclusa nei confini del futuro ghetto è quella di Tadeusz Pankiewicz, “Pod Orłem”. La data prevista per l’abbandono di quel settore da parte dei non ebrei è il 20 marzo: ma per qualche tempo la peculiare situazione della farmacia sfugge agli occhi delle autorità tedesche. Quando la discrepanza viene notata, Pankiewicz riceve l’offerta di rilevare un’altra farmacia, fuori dai confini del ghetto, che è stata sequestrata a una famiglia ebrea, ma il farmacista la rifiuta, legando il suo destino a quello del ghetto e dei suoi abitanti. Per tutta l’esistenza del ghetto, “Pod Orłem” sarà un rifugio, un punto di incontro, il posto dove cercare riparo e aiuto durante le deportazioni e dove avere informazioni sui propri cari e amici dopo i rastrellamenti.
Mappa del ghetto di Cracovia
Mappa del ghetto di Cracovia
“All’inizio del 1941, si sentiva parlare sempre più spesso della creazione di un ghetto”. Pankiewicz comincia così la sua narrazione, prendendoci per mano e facendoci respirare direttamente l’atmosfera irreale dell’inizio dell’incubo. Con l’apertura del ghetto lo storico quartiere ebreo di Kazimierz si spopola, ridotto a un deserto senza più identità.
“Il volto di Kazimierz cambiava giorno dopo giorno; il suo carattere, formatosi in centinaia di anni, cominciava a scomparire: Tra coloro che se andavano c’erano famiglie che si erano stabilite nel quartiere da secoli.  Chiudevano negozi, ristoranti e luoghi di culto, su cui il tempo aveva inciso le proprie tracce. Le originali e caratteristiche immagini scomparivano dalle strade del vecchio Kazimierz. Non si sarebbero più visti ebrei barbuti, con i cernecchi, vestiti di gabardine nera, con lo yarmulke , il feltro o cappelli di pelliccia di volpe camminare per la piazza o chiacchierare gli angoli delle strade, gesticolando in quel loro modo caratteristico. (…) Non si potevano più acquistare merci nelle ore tarde, anche se prima era facile ottenerle dai negozianti che sedevano davanti ai loro negozi chiusi”.
Dopo la Pasqua Ebraica, il ghetto si chiude sui suoi abitanti: ai confini spuntano macabri muri, foggiati nello stile delle lapidi ebree.

I muri che chiudevano il ghetto.
I muri del ghetto
Da quel momento in poi, potranno uscire dal ghetto solo coloro che sono muniti di uno speciale permesso, e ottenerlo diventerà via via sempre più difficile.
I muri lasceranno posto al filo spinato, e il ghetto diventerà sempre più piccolo, deportazione dopo deportazione.
Con il suo stile secco e preciso, Pankiewicz ci tiene ben stretti per le spalle e ci costringe a guardare in faccia l’orrore dalla finestra della farmacia, mentre piano piano ogni traccia di vita reale si sgretola, e la realtà diventa un incubo senza fine. La testimonianza del farmacista è uno spietato resoconto dei peggiori istinti umani.Spietato sopratutto per noi lettori, perchè non c’è via di fuga,siamo costretti a riconoscere che la morte che cammina per le strade ha  forma umana:
” Mentre guardavo dalla finestra della farmacia, vidi l’agitazione cessare di colpo. Nessuno gridava, c’era un silenzio mortale. Tutti si fermarono e si misero a guardare in direzione di Ulica Targowa. ” Qualcuno sta passando per quella via, qualcuno di terrificante”- pensai. E infatti, apparve Amon Goth, un uomo alto, attraente, di circa quarant’anni, con gli occhi blu, una testa ben proporzionata, un corpo possente e gambe snelle. Indossava un lungo cappotto di cuoio nero, e aveva due enormi cani ai suoi fianchi; in una mano teneva una frusta, nell’altra un fucile automatico” ( pg.227)
Amon Goth fu SS-Hauptsturmführer( capitano) e comandante del capo di concentramento Płaszów vicino a Cracovia. Fu giustiziato a Cracovia il 13 settembre 1946.
Amon Goth fu SS-Hauptsturmführer( capitano) e comandante del capo di concentramento Płaszów vicino a Cracovia. Fu giustiziato a Cracovia il 13 settembre 1946.

Le pagine di Pankiewicz sono un doppio specchio della natura umana, e siamo noi a dover scegliere quale riflesso guardare: perchè, fianco a fianco all’orrore e alla violenza, troviamo chi si oppone ad esse non solo con atti di straordinario eroismo, ma anche solo con il semplice rifiuto di venire ridotto alla semplice sopravvivenza.                                                     Nel corso della lettura, assistiamo con il cuore in gola alla progressiva distruzione della dignità umana: mentre all’inizio del ghetto gli abitanti avevano potuto coltivare l’illusione di vivere un surrogato di vita normale ( erano stati aperti luoghi di culto, ospedali, un ufficio postale, i più giovani potevano seguire lezioni clandestine di studi ebraici o di materie secolari) piano piano tutte le luci vengono spente. Ma questa vittoria del buio non è mai totale: Pankiewicz ci racconta che ciò che faceva maggiormente infuriare i nazisti era il fatto che le loro vittime rifiutassero di chiedere pietà ai propri aguzzini.

Ora la farmacia è diventata un museo, per mai dimenticare. Perchè, come troviamo scritto nella Mishnah, “l’uomo è stato creato singolo al mondo per insegnare che chi distrugge un anima ( nefesh) è come se distruggesse il mondo intero, chi salva un’anima è come se salvasse il mondo intero”

La farmacia di Tadeusz Pankiewicz
La farmacia di Tadeusz Pankiewicz
Tadeusz Pankiewicz nella farmacia con il suo staff: Helena  Krywaniuk, Aurelia Danek-Czortowa, Irena Droździkowska
Tadeusz Pankiewicz nella farmacia con il suo staff: Helena Krywaniuk, Aurelia Danek-Czortowa, Irena Droździkowska

 

                              

 

Presentazione dell’edizione polacca della graphic novel “Noi non andremo a vedere Auschwitz”

Il 16 gennaio all’Istituto di Storia Ebraica di Varsavia è tenuta la presentazione dell’edizione polacca della graphic novel di Jérémie Dres”  Nous n’irons pas voir Auschwitz” ( edito in Italia da Coconino Press con il titolo ” Noi non andremo a vedere Auschwitz”).

Il libro racconta il viaggio in Polonia di Jérémie e di suo fratello maggiore, alla ricerca del mondo che avevano conosciuto attraverso i racconti d’infanzia della nonna.                                 In  questo loro viaggio hanno scelto di non visitare Auschwitz, proprio perchè è stato una costante della loro storia di famiglia: anche quando non se ne parlava direttamente, Auschwitz era sempre in attesa da qualche parte, pronto a irrompere in scena. Ma c’erano anche le storie della nonna,  che parlavano di  un mondo esotico e lontano dal sobborgo di Parigi dove sono cresciuti.Così i due fratelli hanno scelto di esplorare l’altra faccia della medaglia:non solo la storia millenaria della cultura ebraica in Polonia, ma anche cosa significhi essere oggi un giovane ebreo polacco e quali passi si stiano facendo per rivitalizzare la lingua e la cultura yiddish.

Il titolo della graphic novel è stato lo spunto per un dibattito che ha riguardato non solo il rapporto con l’identità ebraica e la responsabilità del singolo nel preservare il passato, ma anche l’immagine della Polonia che hanno le comunità ebree in Europa e negli Stati Uniti. Jérémie ha ammesso che prima del viaggio la sua idea della Polonia  era influenzata sia dal suo background familiare sia dalla visione di film e documentari sull’Olocausto.  Il suo arrivo sul suolo polacco è stato quindi accompagnato dal timore che essere riconosciuto come ebreo potesse ancora condurre ad  un’aggressione  fisica .Uno dei primi risultati del libro è stato quello di riuscire in parte a scalfire  questa immagine negativa, almeno per quello che riguarda la famiglia dell’autore. I vertici della comunità ebraica francese hanno invece guardato con un certo scetticismo a questa nuova immagine della Polonia, da loro giudicata troppo ottimistica.

Particolarmente interessante è stato l’apporto al dibattito di Helise Lieberman, presidentessa del Centro Tauber per la Rinascita della Vita Ebrea in Polonia, che ha messo in luce la differenza di approccio tra la comunità ebrea francese e quella statunitense. Secondo la sua esperienza, infatti, gli ebrei americani condividono in maniera assai minore rispetto ai francesi ‘equazione Polonia Auschwitz.                                                                            Ha anche segnalato alcuni punti che non l’hanno convinta nell’opera di Jérémie: ha trovato un pò monocorde il quadro dato della attuale vita culturale ebrea a Varsavia e un pò riduttiva la scelta delle persone intervistate. Per la Lieberman, visitare Auschwitz è un atto dovuto nei confronti della propria identità ebraica, ma bisogna compierlo con consapevolezza: è necessario interrogarsi e capire perchè ci andiamo, con quale scopo e come intendiamo inserire questa esperienza nelle nostre vite.

L’autore ha risposto alle critiche mettendo in luce un’altra responsabilità nei confronti del passato collettivo: quella di non parlare solo di Auschwitz, ma anche di tutta la cultura ebrea polacca. Della vita e non solo della morte, perchè è lì che affondano le nostre radici.                   Il vero tema del libro è proprio la ricerca del passato come soluzione al problema di cosa significhi essere ebrei oggi.  Un problema che in un mondo sempre più globalizzato non è più limitato alla sola identità ebraica. Jérémie ha espresso la speranza che il suo lavoro possa diventare una fonte di ispirazione specialmente per la seconda generazioni di immigrati sul suolo francese, e spingerli a intraprendere anche loro questo viaggio di andata e ritorno. Dal futuro verso il passato, e viceversa.

Image   La copertina dell’edizione polacca.

“Estranei e poco piacevoli” : i disegni antisemiti nella stampa polacca nel periodo 1919-1939

Dal 15 ottobre 2013, l’Istituto di Storia Ebraica di Varsavia ha aperto le sue porte per mostrarci il cuore nero della stampa polacca nel periodo tra le due guerre: i disegni antisemiti che pullulavano sulle pagine di riviste e quotidiani.

Nel filmato introduttivo alla mostra, specialisti appartenenti all’Istituto e a varie università polacche fornivano le chiavi di lettura necessarie per muoversi all’interno dell’universo distorto espresso dalle immagini.

Quali sono le radici dell’antisemitismo moderno? Quali forme prendeva questa tendenza nell’immaginario polacco? E sopratutto, chi aveva bisogno che gli ebrei fossero considerati un capro espiatorio?

Nella Polonia tra le due guerre i sentimenti antisemiti nascono a partire da un complesso viluppo di fattori politici, economici e religiosi.

Dal punto di vista politico, l’antisemitismo poteva servire da “ingrediente” per unificare velocemente la popolazione polacca, rimasta divisa per oltre un secolo tra il dominio russo, austriaco e tedesco, unendola nella lotta contro un nemico interno inequivocabilmente “altro” e descritto con tratti minacciosi.

Inoltre, aizzare l’odio verso gli ebrei, puntare il dito contro di loro come responsabili della disastrosa condizione economica della Polonia serviva di fatto a distogliere l’attenzione dalle responsabilità del sistema politico.

Sul piano religioso il conflitto muoveva da reminiscenze della colpa atavica attribuita agli ebrei, quella dell’uccisione di Cristo per giungere a un punto d’arrivo più specifico: dato per assodato che la fede cristiana è un punto cardinale dell’identità nazionale polacca, ne deriva che chi non è cristiano è uno “straniero” e come tale il suo diritto di vivere sulla terra polacca non è insindacabile.

Assistiamo a una sorta di collettivizzazione forzata della minoranza ebrea; al singolo è negato il diritto ad un’identità personale: è un ebreo e basta, nel fanatismo non c’è posto per le sfumature.

La prima parte della mostra è dedicata proprio a questo processo di disumanizzazione, che permette di eliminare ogni sentimento di umana compassione di fronte alle tragedie che colpiscono gli ebrei.

Tal processo comincia con l’assegnare alle immagini caricaturali degli ebrei una serie di tratti somatici deformi distintivi, in modo da allenare l’occhio del pubblico a riconoscere a prima vista quando in un disegno si tratta di ebrei. I corpi dei personaggi ritratti sono sempre grotteschi: troppo magri o troppo grassi, dalle proporzioni improbabili, o ipertricotici.

Il loro commercio:" Vodka di mia produzione,  sigari e seta di contrabbando, cocaina, etere, ragazze, comprate! Comprate!
Il loro commercio:” Vodka di mia produzione, sigari e seta di contrabbando, cocaina, etere, ragazze, comprate! Comprate!
"La motorizzazione del futuro: Nonostante le proteste degli insoddisfatti, sempre più spesso in Polonia si trovano linee aereodinamiche. Una parte del pubblico indossa addirittura nasi aereodinamici
“La motorizzazione del futuro: Nonostante le proteste degli insoddisfatti, sempre più spesso in Polonia si trovano linee aereodinamiche. Una parte del pubblico indossa addirittura nasi aereodinamici.

A queste caratteristiche fisiche se ne aggiungono alcune psicologiche, espresse dalle didascalie che accompagnano i disegni, che ci insegnano che gli ebrei non sanno pensare ad altro se non al profitto e agli affari, e che contemporaneamente sono dei totali inetti in tutte le questioni che esulano dal campo finanziario, nonché privi di qualsiasi senso patriottico.

Il processo giunge all’apice con l’allontanamento degli ebrei dalla stessa sfera umana, trasformandoli in animali che provocano disgusto o paura, come topi, pipistrelli, maiali, scarafaggi.

Verso la fine della prima sezione ci si trova circondati da un bestiario fantastico da incubo, pullulante di draghi, piovre, ragni e serpenti con teste di ebrei.

Boa Constrictor: il nuovo genere di rettile che si è diffuso in Polonia
Boa Constrictor: il nuovo genere di rettile che si è diffuso in Polonia

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La seconda parte della mostra raccoglie i disegni che “commentavano” il ruolo degli ebrei nella società e nella vita pubblica polacca.

Ci imbattiamo così’ nelle varie espressioni dell’ossessione nazionale secondo la quale gli ebrei volevano impadronirsi della Polonia, sfruttandone gli abitanti o addirittura costringendoli ad abbandonare la loro terra.

In questi disegni gli ebrei sono grottescamente obesi, più simili a mongolfiere che a essere umani, e sono accompagnati da un polacco vestito di stracci e scheletrico. Il più delle volte sono intenti a infiltrarsi in ogni settore della società: diventano medici, avvocati, giornalisti, scrittori. Non si risparmia nessuno: infatti, gli ebrei che scelgono di mantenere le proprie tradizioni e di non assimilarsi vengono tacciati di essere dei pericolosi intrusi; viceversa, gli appartenenti alle èlite culturali assimilate vengono guardati con ancora maggior sospetto, e accusati addirittura di voler “rubare” l’identità polacca.

"Gli ebrei cambiano cognome: la via ebrea di Poznan in un futuro non lontano
“Gli ebrei cambiano cognome: la via ebrea di Poznan in un futuro non lontano”

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Ma la categoria più pericolosa in assoluto è quella dei cosidetti “ebrei-comunisti”. Questa figura fa capolino nel panorama antisemita polacco a partire dal 1920, anno della guerra polacco- sovietica.

"Così i "nostri " bolscevichi si immaginano l'entrata di Trockij in Polonia
“Così i “nostri ” bolscevichi si immaginano l’entrata di Trockij in Polonia

A fornire i tratti somatici questa volta è una persona reale, Lev Trockij: e la minaccia ebrea e quella bolscevica si fondono in una sorta di arci- nemico. L’immagine negativa del bolscevico finisce con il tempo per legarsi indissolubilmente ai tratti somatici che erano stati in precedenza attribuiti agli ebrei caricaturali.

I curatori della mostra hanno dimostrato di aver colto appieno il perverso sviluppo logico dell’ideologia antisemita: se gli ebrei sfruttano il nostro paese, ci affamano, complottano contro di noi, sorge spontanea una domanda “ Cosa dobbiamo fare degli ebrei?”

Appunto questo è il titolo della terza sezione della mostra.

La risposta alla questione è univoca: gli ebrei devono essere costretti ad abbandonare la Polonia, e questo risultato può essere ottenuto tramite leggi che limitino la loro libertà di culto e il loro ruolo nella società.

Gli illustratori non si limitano a queste misure: la terza sezione è una carrellata di ebrei che vengono picchiati, gettati da aeroplani, spazzati via dal provvidenziale soffio di uno dei grandi re della storia polacca.

"Uno dopo l'altro cascano nelle fauci del moloch coloro che non vogliono unirsi alla causa comune di liberare la Polonia dagli ebrei.
“Uno dopo l’altro cascano nelle fauci del moloch coloro che non vogliono unirsi alla causa comune di liberare la Polonia dagli ebrei.
Quando finalmente conquisteremo la forza eroica necessario per sbarazzarci da questa... cancrena, che ci abbassa spiritualmente e moralmente.
Quando finalmente conquisteremo la forza eroica necessario per sbarazzarci da questa… cancrena, che ci abbassa spiritualmente e moralmente.

Colpisce particolarmente la cecità con cui i disegnatori accolgono la politica di Hitler in Germania, evidenziando in maniera compiaciuta le sue misure contro gli ebrei.

"Un uomo che ha preso misure radicali contro i parassiti"
“Un uomo che ha preso misure radicali contro i parassiti”

Impossibile per loro prevedere che l’uragano nazista si sarebbe abbattuto con particolare violenza proprio sulla Polonia.

In questa mostra incontriamo un mondo fatto di odio, violenza, figure grottesche. Un mondo quasi del tutto in bianco e nero, dove c’è spazio solo per il rosso delle bandiere bolsceviche o per il giallastro dei vapori demoniaci emessi dai diavoli- ebrei. Questo era il mondo in cui dovevano vivere gli ebrei nella Polonia tra le due guerre. Noi siamo fortunati, perchè possiamo abbandonarlo semplicemente uscendo dalla sala in cui è confinato, per trovare appesa al muro una piccola teca , che contiene una collezione di biglietti di auguri per il nuovo anno ebraico.

E’ un riposo per gli occhi incontrare gli uccellini, le mani che si stringono, i fiori che costellano questi cartoncini. E sopratutto i loro colori.